Una (interminabile) passeggiata nei boschi | Bill Bryson

Una (interminabile) passeggiata nei boschi | Bill Bryson

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“Quanto sei in forma?”

“Sono in forma smagliante. Cammino molto tutti i giorni.”

“Davvero?” chiesi incredulo, dato che si tratta di un’abitudine davvero rara in America.

“Be’, sai, mi hanno sequestrato l’auto.”

“Ah, ecco.”

Non sono una di quelle persone che stanno bene solo con gli animali. Dopo un po’ sto male anche con loro.

Nonostante questo mio attaccamento da sempre latente nei confronti della fauna tutta, ammetto in passato di essere stata vittima di crisi di nervi sfociate in mitomanie di diverso tipo e una di queste – temo che si tratti della mia preferita – si chiama totemizzazione. La totemizzazione degli animali.

La totemizzazione degli animali, per come l’ho vissuta io quindi in modo molto pacchiano, consiste nel convincersi di riscontrare delle connessioni caratteriali innate tra la propria persona e l’ignaro animale prescelto. Queste analogie presunte tra l’umano e l’animale fanno si che quest’ultimo, rimanendo tuttavia perennemente all’oscuro delle attenzioni a lui concesse, venga innalzato su un ipotetico piedistallo eco-friendly assumendo un carico di responsabilità e mantenimento di aspettative che in realtà non gli appartengono.

Un dato non trascurabile della pratica di totemizzazione è che si rivolge prettamente verso animali cosiddetti “selvatici”. Se proprio devo scegliermi un alter ego che passi le giornate marcando il territorio rilasciando deiezioni accanto ad ogni latifoglia che incontra, almeno lo voglio con un certo carattere. Credo di meritarmelo. I soggetti di queste idolatrie ferine che farebbero rabbrividire all’istante qualsiasi studente al secondo anno di Scienze e tecnologie biologiche sono infatti sempre esemplari ruspanti come, non so, il grizzly, civette, aquile e rapaci di vario tipo, il delfino a becco lungo, lo sciacallo dorato, pantere o linci se vogliamo andare sull’esotico. Mai, con tutto il rispetto, i cincillà o i pechinesi, per intenderci.

Ma eccolo che fa fierissimo la sua entrata in scena lui, l’uber-totem, il lupo. È stato anche il mio prescelto, ovviamente. Sia chiaro, un’altra caratteristica ricorrente oltre alla selvaticità dell’animale è il fatto che l’animale stesso – così dal vivo, a quattr’occhi – non lo si è mai visto. Se ripenso al mio contatto più ravvicinato con la specie verso la quale riponevo la certezza di ancestrali connessioni e consanguineità (sic!) credo quasi sicuramente che sia stato durante un pomeriggio di automatico zapping televisivo terminato alle 17.10 su Geo&Geo, raitre.

Di questa controversa esperienza mi rimane il tatuaggio di un lupo ululante – luna e promontorio arizoniano compresi – fatto durante l’adolescenza sull’avambraccio destro e che per autocensura ho sempre coperto durante i colloqui di lavoro.

Sì, per quanto mi riguarda la totemizzazione è uno dei doni adolescenziali che ho spacchettato in un periodo non dei migliori durante il quale parlavo a fatica con Alberto M., perenne compagno di banco dell’Itis, ma empatizzavo enormemente con Nuvola Rossa, Sioux sterminato insieme alla sua progenie e a quella di credo quasi tutti gli altri suoi vicini di tenda nel 1876 ad opera del generale Custer. Secondo le coordinate spazio-temporali la distanza tra me e Alberto M. era pari a zero e quella tra me e Nuvola Rossa neanche la so calcolare perché passavo i pomeriggi ad attaccare poster di lupi siberiani sulle pareti di camera mia con la colla a caldo e quindi in fisica avevo 4 ma, tutto sommato, le coordinate spazio-temporali faticano ad essere un dettaglio rilevante per un adolescente in difficoltà e con un insindacabile gusto etno-trash.

Questo per dire che le romanticherie da autoproclamata figlia della foresta con una spiccata ossessione per il botanismo son presto finite per lasciar spazio ad esperienze più tangenti, ma lo sfizio – una volta cresciuta – di mettere periodicamente tutto in pausa per un attimo e assecondare coscienziosamente il mio personalissimo call of the wild, quello me lo tengo. Anche perché non mi risulta sia un qualcosa di cui ci si possa disfare così facilmente. E non vedo neanche perché bisognerebbe farlo.

Per farla breve, le foreste mettono una gran paura.

Un buon rimedio sono le escursioni in prima persona, ovviamente, ma in caso di momentanea impossibilità o pigrizia ci si può rivolgere – come spesso succede – alle imprese che hanno fatto gli altri. Imprese fuori dalla nostra portata, ricche di un impagabile e comodo fascino. Ad esempio, penso a Thoreau, il trascendentalista che a un certo punto se ne va a vivere sulle sponde del lago Walden immortalando la sua immersione nella natura con il resoconto omonimo Walden ovvero Vita nei boschi, o all’Alaska di Chris McCandless, del quale non so se ci sia ormai più altro da aggiungere se non rivedersi Into the Wild a ripetizione fino ad intasarsi i dotti lacrimali e, Timothy Treadwell, ad esempio. Se non conoscete Treadwell, documentarista decisamente sopra le righe e ambientalista estremo vissuto per diverse estati a contatto con i grizzly del Parco nazionale e riserva di Katmai, in Alaska, c’è Grizzly Man di Werner Herzog che vi viene in soccorso. Anche qui, arrivateci con i dotti lacrimali pronti per un intenso secondo round.

Si tratta di una malattia per coloro che nella vita vogliono provarle tutte.

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Io sono una che segue sempre il sentiero tracciato e che non si orienta nel bosco con la luce riflessa di Cassiopea, per intenderci, ma se si tratta di letture, più i viaggiatori sono pazzi e sprovveduti, maggiore è il divertimento. Nessun senso di colpa per quanto riguarda il divertimento, sono piuttosto convinta che siano sempre meno sprovveduti di quanto vogliano far credere a me, a prescindere da come le loro storie si concludano.

Per quanto leggere libri di gente che fa movimento al posto mio sia un vizio che sto cercando di limitare, sono inciampata in Bill Bryson che ho proclamato sovrano di noi impavidi escursionisti della domenica, un po’ imbranati ma pieni di entusiasmo.

Immaginiamoci dunque che un orso ci stia inseguendo in una foresta. Che cosa c’è da fare?

Fine anni ’90, Bill Bryson, giornalista e scrittore americano con diversi reportage di viaggio alle spalle, è un quarantaquattrenne senza la minima preparazione fisica – fuori forma, fuori allenamento, particolarmente sbadato, o così vuol far credere – e che quindi non resiste assolutamente alla tentazione di percorrere i 3500 chilometri di natura selvaggia dell’Appalachian Trail, sentiero a lunga percorrenza che attraversa l’America dalla Georgia al Maine.

Una passeggiata nei boschi – e che passeggiata, interminabile – è il resoconto del viaggio di Bryson insieme all’amico Stephen Katz, anche lui decisamente fuori forma ma con una fortissima motivazione a intraprendere, di sua libera iniziativa, un’impresa decisamente al di là della sua portata. La vera motivazione si rivelerà essere una delle più toccanti che ci si possa aspettare.

“Jesus, I smell like Jeffrey Dahmer’s refrigerator!”

Entrambi iniziano a percorrere il leggendario sentiero senza la minima cognizione delle più basilari norme di sopravvivenza nella natura selvaggia ed è forse grazie a questo piccolo particolare che ciò che leggerete sarà sicuramente il libro di viaggio più originale e ironico che vi capiterà tra le mani. Nel senso proprio che si ride tantissimo (i primi a ridere delle loro disavventure sono i due incoscienti protagonisti, quindi anche qui nessun senso di colpa).

Stavo lentamente imparando che la caratteristica principale della vita sull’Appalachian Trail era la privazione.

Tra bufere di pioggia e neve, incontri ravvicinati con esemplari di Ursus Horribilis (sic!), lamenti di misteriose creature caniformi, nessun sostentamento alimentare al di fuori di Snickers. Una bella zainata di Snickers, gli imbarazzanti scambi d’opinione con l’umanità altamente improbabile che popola il sentiero, curiosi aneddoti di storia locale, innumerevoli salite e innumerevoli discese e foreste infinite e impercorribili. A proposito, mai inoltrarsi in una foresta in cerca di una scorciatoia, è come cercare di trovare l’uscita di un intricato giardino-labirinto, scordatevi però la cura da giardinetto pensile e aggiungeteci gli orsi, che nei labirinti non mi risulta ci siano.

La prosa scanzonata con la quale Bryson racconta avventure e disavventure del suo sfiancante viaggio iniziato, interrotto, ripreso, interrotto di nuovo, dà a Una passeggiata nei boschi i toni della parodia del tradizionale racconto di viaggio, una parodia tragicomica e terribilmente onesta.

Le difficoltà non sembrano avere mai termine e il cammino percorso non è nulla rispetto a quello che ancora resta da compiere, è davvero un minuscolo tratto, pochi centimetri di una cartina per niente utile o confortante. La forza di volontà è necessaria ma la finale perdita di energia è inevitabile. È natura.

Forse desidereresti essere un lichene, a quel punto. Non proprio morto, ma fermo, molto fermo, per tanto, tantissimo tempo.

Di preciso non so cosa provo ma temo di provare più che altro tenerezza per la testardaggine con la quale questi uomini, con esiti tragici come McCandless o terribilmente ironici e malinconici come Bryson, spinti da tutte le loro migliori intenzioni, disperdono ogni energia nel tentativo di affermare un legame idealizzato e totale con la natura, legame che in realtà io non credo possa esistere. Questa è per me sempre la parte più dolorosa perché la verità è che non possiamo impedire alla natura di respingerci. Non possiamo impedire alla natura di spaventarci. Non possiamo impedire alla natura di ingannarci. Non possiamo impedire alla natura di coglierci impreparati e sfuggire al nostro controllo, prima o poi. Ma a parte questo, la cosa più importante che ho imparato è che io non posso giudicare le scelte di un uomo che vuole vivere a modo suo, per quanto inusuale e ai miei occhi totalmente incosciente appaia quel modo, e che ogni vita merita di essere celebrata. Anche quella delle persone completamente folli.

“In ogni modo, l’abbiamo fatto” disse infine Katz, guardando in su. E aggiunse, vedendo il mio sguardo interrogativo: ” Il Maine a piedi, intendo dire”.

Lo guardai. “Stephen, non abbiamo visto nemmeno che forma ha il Mount Katahdin.”

Ignorò la questione come se fosse di nessuna rilevanza: “Una montagna come le altre” disse. “Quante hai bisogno di vederne, Bryson?”

 

Titolo | Una passeggiata nei boschi

Autore | Bill Bryson

Traduttore | Giuseppe Strazzeri

Editore | Guanda

Anno | 2000

Pagine | 310

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