The Lost City of Z | Aguirre è tornato, pieno di aggiornamenti...

The Lost City of Z | Aguirre è tornato, pieno di aggiornamenti e qualche bug

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Regia: James Gray | Anno: 2016 | Durata: 140 minuti

Nel 1972 Werner Herzog – l’ultimo vero impressionista – girò uno dei film più grandi di sempre: Aguirre, furore di Dio: un trionfo di tecnica, fotografia, sonorità, significato. Tutto. Erano passati solo tre anni dall’allunaggio, l’uomo stava definitivamente imparando a fare Dio ed Herzog decise di mostrarci un personaggio che da titano in grado di piegare gli animi e gli dei si ritrova comandante di un esercito di scimmie su una zattera alla deriva verso il nulla. Era il sogno di un regista fin troppo visionario? L’allegoria di una generazione incapace di costruire qualcosa? Non lo so, forse solo grande cinema.

Ma di cose dal 1972 ne sono successe, gli ideali sono crollati, l’onnipotenza si è rilevata insufficiente e la zattera è definitivamente affondata.

The Lost City of Z (Civiltà Perduta da noi bifolchi) parla – forse ed anche – di questo. O forse, di nuovo, è solo grande cinema. Ma grande davvero.

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Siamo agli inzi del ‘900, gli ultimi spazi vuoti sulle mappe si stanno riempendo e Percy Fawcett è un giovane ufficiale dell’esercito inglese. È uno che il suo lavoro lo sa fare, certo non sarà Napoleone ma comunque è un buon soldato, uno di quelli che porta a casa la giornata e si lamenta poco. Purtroppo però non viene da una famiglia “buona”, ha ereditato una discreta dose di colpe non sue che lo portano ad essere snobbato dai superiori e a dover faticare il doppio per ritagliarsi il suo spazio nel mondo. Per dimostrare una volta per tutte il suo valore accetta quindi di guidare una spedizione in Amazzonia, spedizione che porterà l’idea dell’esistenza di una civiltà sconosciuta nel profondo della foresta ad annidarsi nel suo cervello e a non lasciarlo più.

A leggere la trama (e considerando lo standard odierno) sarebbe stato lecito aspettarsi un moderno Indiana Jones, un film tutto avventura e cascate e indios a uso ridere. Per fortuna a James Gray tutto questo non interessa. A James Gray interessa l’uomo, raccontarlo ed analizzarlo e per farlo decide di girare un film che pare uscito da un’altra epoca, quando lo spettacolo era dato da quel che si provava e non da quel che si vedeva. Un romanzo Conradiano (quanto Conrad c’è in questo film…) su schermo; anzi, forse proprio questa struttura così palesemente ottocentesca è l’unico limite del film, che risulta quasi “fuori luogo” in questa veste.

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Il film è un crescendo dei tentativi di Fawcett per dimostrare la sua teoria, di gesta iniziate ma poi interrotte dalle avversità, dalla carenza di fondi, dalle provviste, da una guerra che arriva e azzera tutto, dalle esigenze della famiglia, fino ad arrivare ad un finale così onirico e indefinito che ognuno di noi potrà riempirlo di ciò di cui più sente bisogno.

Regista claustrofobico (sia di spazi che di emozioni), James Gray si addentra in una delle foreste pluviali più realistiche di sempre: non una quinta teatrale illuminata da coni di luce ma una tetra e oscura caverna vegetale, un buco nero di clorofilla in grado di inghiottire tutto. Non c’è più l’assurda dicotomia “madre/matrigna”, la Natura é cieca, caotica, anarchica; dietro ogni foglia può celarsi la rovina così come la salvezza e Fawcett e la sua squadra possono solo proseguire spinti dal “richiamo della foresta”.

Proprio sul fronte dei comprimari, Robert Pattinson – che io ero rimasto lo si dovesse odiare per via di Twilight – tira fuori un personaggio e un’interpretazione che ogni tanto oscurano tutto il resto: un uomo perso per il mondo, senza passato e chissà con quale futuro, che in ogni inquadratura è più rotto e marcio che in quella precedente eppure continua ad andare avanti, sapendo che per quelli come lui le cose non sarebbero poi tanto diverse là fuori. Non ha ambizioni di Paradiso, al massimo spera di potersi scegliere l’Inferno in cui portare la propria croce.

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Ma il vero protagonista è ovviamente lui: Percy Fawcett, a cui presta il volto quel patatone di Charlie Hunnam (Pacific Rim, Sons of Anarchy) ed è chiaro fin da subito che i due sono fatti l’uno per l’altro.

Come Fawcett è quasi annebbiato dalla voglia di riscattarsi agli occhi di quella società che tanto l’aveva emarginato, così Charlie entra in questo film con la sensazione di doversi levare la fama da belloccio di dosso, come se volesse dimostrare a tutti che anche lui – come quel pesaturo di Leo – sa fare i film impegnati. Ma il povero Charlie di Leo non ha né l’antipatia né il talento, e quindi daje di over-acting e di sguardi intensi, di tentativi intrapresi con tanta determinazione ma poche capacità, 2 ore di “vorrei ma non posso”.

Un male direte voi. Ma nemmeno per sogno! È quello che rende questo personaggio così riuscito. Charlie Hunnam, con la sua eterna faccia da bambinone troppo cresciuto, è il Percy Fawcett perfetto: volenteroso, determinato, pieno di buone intenzioni e limitato come lui.

C’è tutto in lui: la voglia di rivalsa di Lord Jim, l’ossessione di Achab, la resilienza di Don Chisciotte, la determinazione di Fitzcarraldo, tutto compresso in un omino piccolo e non particolarmente brillante, che in fin dei conti ci ispira più tenerezza che altro.

Percy Fawcett non è Aguirre, così come Hunnam non è DiCaprio e la nostra generazione non è quella dei nostri genitori…sebbene vorremmo tanto lo fosse. Percy Fawcett è in ultima analisi l’Aguirre di noi millennials: un uomo che vorrebbe fare grandi cose, che è certo di poterle fare se solo gliene venisse data la possibilità ma che è invece squalificato in partenza dalla sfiducia, dall’arroganza dei superiori, dalla burocrazia, dalla competizione sleale – anche dai propri limiti; in poche parole dalla realtà ed annaspa solo per poter restare a galla.

Guardatelo quanto ci crede

È la summa di questo film, imperfetto come lo è il suo protagonista: grandi progetti/ambizioni con limiti sia materiali che concettuali. Un inno agli sconfitti, alle vittime di errori propri e altrui.

In tutta sincerità, il più bel film degli ultimi 10 anni.

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