The Hateful Eight, di Quentin Tarantino

The Hateful Eight, di Quentin Tarantino

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Eravamo otto amici al bar...

L’ottavo film di Quentin Tarantino, che ridacchia della sua indole “meta” fin dal titolo, The Hateful Eight, non è un western. Iniziamo da qualche punto cardine: fin dai modelli, è un film horror, neppure tanto mascherato da western (non prendetevela, ma l’unico western di Tarantino è Bastardi Senza Gloria). La neve più che a Il Grande Silenzio di Corbucci, rimanda a La Cosa di Carpenter, così come Kurt Russell e il suo cappello, la storia di quasi solo interni, i paletti nella neve e il finalone; l’unica donna del film, la strepitosa Jennifer Jason Leigh, diventa una sorta di Carrie con le motivazioni della possessione demoniaca del primo Raimi (a cui rimanda anche una certa cantina…). La stessa colonna sonora NON è una colonna sonora western (vi aspettavate che Morricone rifacesse i film di Sergio Leone, poveri illusi?), ma horror e alcune tracce sono movimenti esclusi proprio da La Cosa.

All’interno di questo quadretto rassicurante, Tarantino mette in scena la nascita dell’America, le cui radici affondano in odio razziale (anche fra bianchi e bianchi, vedi la Guerra di Secessione), menzogna e violenza cieca. Verbale, nella prima parte del film che vede raffiche di parole e duelli puramente concettuali, e fisica, nella seconda parte, dove esplode senza mezze misure tutta la tensione accumulato per più di un’ora. Nessuno escluso, sono tutti dei Bastardi Odiosi, assassini, menzogneri e brutti. Bruttissimi. E pure sporchi. Non è un caso che il McGuffin di questo film sia una lettera di Lincoln e la sua autenticità, anche se ai fini del racconto poco importa di entrambi gli elementi. La menzogna, la recita, sopra ogni cosa è al centro del film.

La scelta di girare in 70 mm Ultrapanavision e di proiettarlo come tale, dove possibile (NdS: ANDATE A VEDERLO IN 70 MM!), non è solo il delirio di un cinefilo incallito che vuole girare un film nel formato di Ben Hur, ma ha delle motivazioni ben specifiche. Si tratta del formato più grande (2,76:1 rispetto al consueto 2,35:1, per intenderci). Questo permette non solo scenari innevati mozzafiato e quel respiro tipico dell’epica (e della Nascita di una Nazione), ma anche di creare il più grande palcoscenico possibile per il suo giallo da camera. Ogni inquadratura negli angusti spazi dell’emporio è una sovrapposizione di piani, dove ogni oggetto ha una sua precisa collocazione con la consueta attenzione ai particolari. Non è lo script che rende il film “teatrale”, ma la regia e la pellicola, che permettono di inquadrare costantemente una scena centrale e almeno 2-3 personaggi in secondo piano che fanno, spesso, niente.

Non intendo dilungarmi sugli attori e sulle loro interpretazioni, salvo dire che sono tutti straordinari: la bravura con cui Jennifer Jason Leigh ride delle violenze e staffila uomini tanto più grandi di lei con occhi e lingua forse risalta più di altri, ma Walton Goggins, Tim Roth, Kurt Russell e Samuel L. Jackson non sono certo da meno. Sono stupito e, forse anche più, indignato, però, che nessuno (tranne Jennifer Jason Leigh) sia stato candidato all’Oscar per questa interpretazione. E non è solo una questione razziale, evidentemente.

 

Voto: 8/9

 

PS: possiamo pure crogiolarci nell’onanismo estetizzante di Inarritu, ma i paesaggi (simili, par altro) di The Hateful Eight si mangiano The Revenant a colazione, ciancicandolo e sputacchiandolo in giro senza troppi convenevoli.

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