Da Gutenberg a Zuckerberg, da Marx a Shakespeare, da Keynes a Cechov; tutti convocati per parlarci del sistema economico e sociale orbitante attorno al grande feticcio dei nostri tempi: la cultura.

Protagonista di questa storiaccia è la “classe disagiata”, che pensa da aristocratica, ma non ha i mezzi materiali per trasformare il pensiero in azione, finendo inevitabilmente con il finanziare a debito uno stile di vita che non può permettersi.

Tematica niente male per quello che è uno dei saggi più discussi di questo 2017: Teoria della Classe Disagiata di Raffaele Alberto Ventura (Minimum Fax). Non ne avete sentito parlare? Allora probabilmente avete trascorso gli ultimi mesi su Marte… Ma niente paura, ci pensiamo noi a riportarvi sulla Terra con un’intervista natalizia!

Il millennial, creatura-simbolo della classe disagiata

A parlarci della Teoria della Classe Disagiata Pietro Romozzi, laureato in economia e redattore per il blog culturale più figo della rete (SALT Editions, ndr).

Ok, confesso, è un’autointervista, ma trovatemelo voi qualcuno del settore sotto le feste! Bando ai formalismi però, partiamo!

[Io]: Prima di tutto, ti ha convinto questa Teoria della Classe Disagiata? Lo consiglieresti ai nostri lettori?

[Me]: È un saggio interessante, che sfata molti tabù legati al sistema culturale portandoli sul piano economico. In questo senso Ventura non fa scoperte straordinarie, ma ha il pregio di porci davanti a questioni scomode che, da fruitori di cultura, evitiamo quotidianamente.
Poi c’è l’analisi a tutto campo della classe disagiata, minacciata dal declassamento e vittima della “bolla educativa”. Trattandosi della generazione di 20-30enni, della nostra generazione, questo saggio ci tocca da vicino e ne ritengo la lettura utilissima per indagarsi, guardarsi dall’esterno.
All’atto pratico poi, è uno di quei saggi abbastanza “pop” da essere citato quando l’overdose di Brachetto post-panettone porta la conversazione verso scricchiolanti massimi sistemi. Aspetto da non sottovalutare…

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[Io]: Essendo ancora sobri però, concentriamoci sul primo aspetto: a quali tabù fai riferimento?

[Me]: Parlo di quel vago “fa cultura” con il quale giustifichiamo l’ordine di 372 libri su Amazon, pur sapendo che alla fine ne leggeremo– molto, molto ottimisticamente – la metà.

Tutti associamo la cultura a qualcosa di benefico – e indubbiamente lo è – ma evitiamo di vederla come prodotto per risparmiarci la scomoda etichetta di “consumisti”. Ventura ci fa fare un bel bagno di realtà: l’oggetto culturale è un “bene posizionale”, uno status symbol che acquistiamo per distinguerci all’interno della nostra classe sociale di riferimento. Noi ne siamo i consumatori, non di rado consumisti.

[Io]: Ma questo non equipara il sistema culturale ad un qualsiasi sistema industriale?

[Me]: Assolutamente! Potrà suonare arido al nostro orecchio fine, ma così dobbiamo chiamarla: industria culturale. Perché dietro l’immaginario comune, romantico ed edulcorato, c’è naturalmente un sistema di imprese che vendono un prodotto e un battaglione di consumatori pronti ad acquistarlo.
Un paradosso divertente è che i critici dell’industria culturale vengono poi commercializzati dall’industria culturale stessa. Prendiamo la Teoria della Classe Disagiata; essa critica questo “sistema”, eppure è pubblicata da una casa editrice che del sistema è parte integrante.
Tirando le somme, la casa editrice guadagna per pubblicare chi la critica e l’autore guadagna facendosi vendere dagli stessi soggetti ai quali si oppone. È meraviglioso!

[Io]: E nel contesto dell’industria culturale immagino che entri in gioco la classe disagiata…

[Me]: Precisamente! Dalla stampa a caratteri mobili ne sono successe di cose… oggi abbiamo le piattaforme, come questo splendido blog ad esempio. Il problema è che si potrebbe arrivare al caso limite di una piattaforma in cui un solo utente produce contenuti per un solo utente che ne fruisce. Nicchie che più nicchie non si può, atomi di mercato dove si annidano i “prosumer”, temibilissima ibridazione di producer e consumer, personaggio che consuma risorse culturali per produrne altre.

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[Io]: Qualcuno ad esempio potrebbe leggere Teoria della Classe Disagiata e commentarlo producendo un contenuto “culturale”.

[Me]: Vuoi farmi saltare la copertura?

[Io]: Ma figurati, era tanto per dire!

[Me]: Ah ecco! Dicevo comunque che il nostro prosumer lavora spesso senza essere retribuito, per il piacere di dire la sua o per la visibilità che ne deriva. Questo però erode i confini tra hobby e lavoro, tra investimento e consumo, esacerbando inoltre la competizione, nel caso specifico, nel mercato del lavoro culturale.

[Io]: …e naturalmente fintantoché qualcuno lavora gratis, perché un potenziale datore di lavoro dovrebbe sciogliere i cordoni della borsa?

[Me]: Appunto. E a livello sistemico, certe posizioni lavorative sono sempre più onerose da raggiungere, mentre l’occupazione traballa e il livello generale dei salari si abbassa. 1 ora in forno a 180° ed ecco pronta una generazione a corto di mezzi per mantenere il proprio stile di vita; modo meno brutale per dire a rischio di declassamento.
Argomentazioni che colpiscono sotto la cintura, è vero, ma che non possono essere ignorate.

[Io]: Ed eccoci alle conseguenze, ma qual è effettivamente il peccato originale della classe disagiata?

[Me]: Stando a Ventura, è l’equivoca concezione della cultura come un diritto, quando altro non è che un bene improduttivo, un lusso.

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Il sistema educativo ci porta a pensare che tutti dovremmo aspirare all’autorealizzazione personale, artistica, cercando mansioni creative, che ci permettano di esprimerci. Partiamo allora alla ricerca di “beni posizionali”, dallo status culturale alla vera e propria caccia al titolo, lauree, master dai nomi strampalati, e così via. Ma questa autorealizzazione cara ci costa; quei 4 master necessari ad essere presi per uno stage non retribuito erodono effettivamente patrimonio personale o familiare. Su larga scala poi, si scatena quella competizione infinita, cui accennavo sopra, che impoverisce tutti quanti mutando una classe tendenzialmente agiata in classe disagiata.
Ah, e faccio l’esempio di un settore specifico, mentre l’analisi di Ventura è ben più estesa…

[Io]: Dobbiamo preoccuparci?

[Me]: Beh, non ci arriva certo una scossa di ottimismo. Prima di preoccuparsi però, penserei ad acquisire consapevolezza di un contesto poco roseo e rifletterei sui numerosissimi spunti di Ventura, tanto più perché il saggio risulta molto “digeribile” nonostante i tecnicismi della materia.

Termina qui il momento di bipolarismo di chi scrive, ma non abbiate paura, nonostante tutto continuerà a comportarsi da buon prosumer disagiato e a scrivere per SALT. Alle prossime puntate!

 

 

Titolo: Teoria della Classe Disagiata

Autore: Raffaele Alberto Ventura

Casa Editrice: minimum fax

Anno: 2017

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