Troppo tardi per fermarsi ora. Le canzoni di Stella Donnelly

Troppo tardi per fermarsi ora. Le canzoni di Stella Donnelly

by -
0 618

“Una giovane donna, in pieno atteggiamento di sfida a fronteggiare una forza molto più grande di lei, ma che in quel momento sembrava più debole di fronte alle sue convinzioni. Era un gesto incredibile. […] E quella maglietta degli Smiths addosso a lei mi fece un certo effetto. Mi venne in mente che, a parte la musica che abbiamo creato, quella foto poteva rappresentare la testimonianza più eloquente del lascito del gruppo. Guardavo il Parlamento dietro alla ragazza con la maglietta degli Smiths e conclusi che questo è il massimo che può fare la musica pop.” (Johnny Marr, Set The Boy Free, BigSUR)

Tornavo da Londra, martedì mattina presto, e per un ritardo del volo ho trovato il tempo di divorare l’ultima parte dell’autobiografia di Johnny Marr, leggendario chitarrista e co-autore con Morrissey di tutti i brani degli Smiths. Non che sia un capolavoro – di sicuro non lo è la traduzione, che sembra una roba uscita dal Google Translate di un decennio fa – ma le storie che vi si raccontano trasudano un’esuberanza, un’urgenza per sempre giovane e una voglia di prendere a calci lo status quo – dal thatcherismo in poi – davvero difficili da non abbracciare.

È intorno a pagina 400 che salta fuori l’immagine iconica di Ellen Wood, studentessa ritratta sulle barricate di fronte alla polizia durante una manifestazione di protesta del 2010: la maglietta di Hatful Of Hollow – il mio Smiths preferito, pistola alla tempia, perfino meglio di The Queen Is Dead – si staglia come un simbolo di quello che la migliore musica pop può fare, giustapponendo melodie zuccherose a concetti di peso, capaci di far riflettere; di muovere, scuotere, spostare. A pensarci bene, nulla di più adatto da leggere mentre si è avvolti e travolti dai ritornelli sbarazzini di Stella Donnelly e del suo esordio Beware Of The Dogs, uno dei piccoli, grandi dischi indie di questo inizio d’anno.

LEGGI ANCHE  Meat is murder, The Smiths

“Le violenze sessuali (a partire dai contatti indesiderati fino allo stupro vero e proprio) sono talmente comuni che le consideriamo quasi inevitabili per una donna. Insegniamo alle nostre figlie come non farsi stuprare instillando in loro un senso di predestinazione, l’idea che combattano una battaglia persa in partenza… Non voglio più vivere in un mondo così. Vedo le bambine che giocano nel parco sotto casa e ho tanta paura per loro, per la cultura in cui stanno crescendo. Meritano di vivere in un mondo in cui le aggressioni a sfondo sessuale siano una rarità, un mondo in cui siano prese sul serio e le conseguenze per chi le commette siano rapide e severe.
Dobbiamo parlare dello stupro. Dobbiamo parlare del consenso. Dobbiamo parlare del senso di colpa che imputiamo alle vittime e dello slut-shaming e dei doppi standard che applichiamo a ragazzi e ragazze. Dobbiamo parlarne e parlarne e ancora parlarne finché tutte le Emma di questo mondo si sentiranno sostenute e comprese. Finché si sentiranno credute.” (Louise O’Neill, Te la sei cercata, Il Castoro)

Partire da Boys Will Be Boys è praticamente obbligatorio: la Donnelly la scrisse nel 2016 a ventiquattro anni, quando il #metoo e le conversazioni schiette sul victim blaming nei casi di violenza sessuale non erano certo all’ordine del giorno, e la infilò nell’EP d’esordio Thrush Metal. Recuperata per questo album d’esordio, la canzone colpisce ancora come un pugno allo stomaco: un numero quasi a cappella in cui Stella regala un canto sobrio e cristallino – numi tutelari, diciamo, Angel Olsen, Sophie Allison e Julien Baker – poggiato su pochi, sparsi accordi di chitarra.

Nulla, qui, può distogliere dall’impatto di un testo raggelante che rappresenta senza giri di parole la cultura dello stupro – una cultura di frasi fatte come quella che dà il titolo al brano (“i ragazzi sono ragazzi”, “perché era sola?”, “le donne si violentano da sole”); una cultura di vittime indotte a sentirsi colpevoli (“la mia amica mi ha raccontato un segreto, mi ha detto che incolpa se stessa”); una cultura di maschi insensibili e/o indifferenti all’idea di consenso (“sordi alla parola no”).

Quelle precise immagini – figlie di un’esperienza di vita reale così orrendamente comune – associate all’interpretazione di Donnelly e a un dolente videoclip, fanno del brano una delle cose più potenti ascoltate in questi tempi; per assonanza emotiva e senso di sospensione sonora, mi viene da associarlo alla straziante Dark Parts di Perfume Genius: se là c’era un abbraccio intimista e poetico a una madre violentata dal proprio padre, qui c’è invece una rabbia che trova la forza di incanalarsi nella struttura più accessibile possibile. Si sente, forte e chiaro, un puro desiderio di Stella Donnelly di arrivare.

LEGGI ANCHE  “The Handmaid’s Tale” e la dolorosa obbligazione della maternità

“Ho lavorato troppo per questa occasione
per non mordere la mano che nutre l’odio
così chiacchiera pure con i tuoi amici
perché sono le tue parole che terranno al sicuro le nostre figlie
le tue qualità personali non contano
se sbatti l’uccello in faccia a qualcuno
e no, non è mai troppo tardi
siamo rimaste sedute lì mentre ti tenevi il tuo lavoro
e la tua posizione e il tuo stipendio a sei cifre”

Non di sole ballate vive Beware Of The Dogs, che si avvale anche di partiture vivaci, giocose: in questo senso risultano emblematiche l’apertura di Old Man (nata sulla scia dell’attenzione suscitata da Boys Will Be Boys e del desiderio di Stella di non sprecare l’opportunità di parlare apertamente, ora che sci sia qualcuno pronto ad ascoltare: più di un sentore del caso Louis CK, nel testo), le saltellanti Season’s Greetings e Tricks, il veloce bubblegum di Die o le fragranze electro di Watching Telly. Tutto lieve come una piuma eppure denso, come se le canzoni saltassero fuori dal cappello magico di Grant McLennan degli indimenticabili Go-Betweens – un’altra delle meraviglie dell’Australia degli anni Ottanta, giustamente tirata in ballo dal sempre ottimo Lorenzo Righetto nella recensione da sette-e-mezzo per Ondarock.

A proprio agio a qualsiasi velocità, Stella Donnelly sembra trovare l’eldorado in un altro paio di momenti rarefatti e rallentati, cantando l’amore (con annesso vibratore) in Mosquito e la separazione (vera, anche qui) in Allergies – la si sente perfino tirar su col naso, in un momento di abbattimento di ogni distanza con l’ascoltatore. E quasi alla fine c’è quel piccolo tesoro della title-track, sorta di canonico crescendo pop-rock: prima solo voce e chitarra elettrica trattenute, pure con qualche piccola noticina di piano; poi, dopo un paio di minuti, arriva la batteria e l’interpretazione si fa trepidante, un j’accuse al nazionalismo e all’orgoglio bianco del governo australiano. Senza paura, come sempre sin dagli esordi, e con la speranza – per citare suo padre – che queste canzoni “possano cambiare delle abitudini consolidate, foss’anche uno stronzo alla volta”. In pratica, di nuovo: il massimo che il pop possa fare.

LEGGI ANCHE  When she talks, I hear the revolution. Storia di Kathleen Hanna

Titolo | Beware Of The Dogs
Artista | Stella Donnelly
Durata | 42’
Etichetta | Secretly Canadian

Anche tu puoi sostenere SALT! Negli articoli dove viene mostrato un link a un prodotto Amazon, in qualità di Affiliati Amazon riceviamo un piccolo guadagno per qualsiasi acquisto generato dopo il click sul link (questo non comporterà alcun sovrapprezzo). Grazie!

NO COMMENTS

Leave a Reply