Spotify Premium: a love story

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“Era una tiepida mattina di Marzo”

Questo incipit alla Snoopy mi serve per per rendere più accessibile a te, o lettore, l’idea della drammaticità, del pathos, del dolore della grande storia di amore incondizionato e struggente che sto per raccontarti.

Tutto è cominciato a Dicembre. Dopo mesi di “ehi tu, poraccia! Dico proprio a te! Perché non provi Spotify Premium? Tre mesi a 99 centesimi, poraccia. Approfittane”, ho deciso di cedere e spendere gli ultimi risparmi di una vita per regalarmi un periodo di pausa da troppohipster?skip che ormai rimaneva in testa peggio dell’ultima canzone tamarra estiva: se ti sei mai trovato a canticchiare l’ultima canzone di Bieber e poi tornato a casa ti sei punito col cilicio che nemmeno il giovane Silas de Il Codice Da Vinci (e non fare lo schizzinoso finto intellettuale, ché sai benissimo di chi parlo), pensa alla sottoscritta che invece di canticchiare una qualsiasi hit da stabilimento balneare, si è trovata ad avere la pubblicità di Spotify in testa. In loop.

Troppo hipster? Skip
Troppo hipster? Skip
TROPPO HIPSTER? SKIP.

Ma torniamo al vero motivo della mia sofferenza, mio lettore.

Mi abbono a Spotify Premium, per la gente che conta, perché penso che sono solo tre mesi, figurati, mi godo tre mesi senza pubblicità, e poi torno a Spotify Povery, senza drammi. Iniziano tre mesi di pura gioia. Non devo aspettare un minuto e trenta secondi di pubblicità con la fastidiosissima voce del tizio che ti consiglia di dire “mi manchi, è finita” con una canzone; nessuno ti suggerisce la colonna sonora per un safari (ma chi va ad un safari con Spotify in sottofondo?); non devo tirare fuori nessuna pokeball con il santo del giorno contro il wifi scadente del treno, perché ho salvato le mie playlist offline, e posso sentirle dal telefono. Insomma, si sta come la D’Urso quando qualche showgirl svacca (svaccare: ingrassamento spropositato, di solito accompagnato dall’onomatopea STRAP! – come a simulare il cedimento del pantalone – e da un italianissimo gesticolare) e decide di raccontare la sua storia struggente al suo programma. Da Dio.

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Le giornate trascorrono felici, Buon Natale! Buon anno! Yay!, ma la tiepida mattina di Marzo arriva, brutale, e mi sveglio con un pensiero in testa: devo fare qualcosa. Devo fare qualcosa, ma non mi ricordo cosa. Tocca a me l’articolo oggi? No. Ho qualche appuntamento? No. Colloqui? No. Ho una consegna, di sicuro, me ne sono dimenticata. NO, NO, NO. Scorro le mail.

Ecco cos’era.
Lo sapevo, ero pronta a tutto questo, perché ora è così dura? Ho avuto un sacco di tempo per assimilare il colpo, era inevitabile, sapevo che questo giorno sarebbe arrivato, prima o poi. Anzi, altro che prima o poi, sapevo la data precisa, dannazione.

Quella tiepida mattina di Marzo, ho dovuto chiudere la relazione più lunga della mia vita (il che la dice lunga sulla mia vita, ma fate finta di niente, ve ne prego): ho dovuto disdire l’abbonamento a Spotify Premium. Credevo che sarebbe stato più facile, e invece Spotify, dall’altro lato, non voleva lasciarmi andare.

– Ciao Manuela, ci dispiace non averti più con noi! C’è qualcosa che non ti piace di Spotify Premium?
– No dai, non cominciare, non rendere le cose più difficili di quanto non siano già. Non sei tu, sono io. Non sono in grado di impegnarmi in questo momento, sarebbe un investimento troppo grande. E poi ho conosciuto Netflix…
– Sei sicura di voler disdire l’abbonamento?
– Ancora? Devo farlo, lo sai. Non insistere. Sono stati i tre mesi più belli della mia vita, ma ora è arrivato il momento di lasciarci. Lo sapevamo tutti e due che la nostra storia aveva una data di scadenza.
– Non potevamo lasciarti andare senza un po’ di musica!
I want you back dei Jackson 5? Ma fai sul serio? Nessuno mi aveva mai detto addio così. Ora però stai scadendo nel patetico, basta. Lasciami andare. Lasciami capire che posso amare ancora molto, per citare Levante. Ciao per sempre.
– Speriamo di rivederti presto!
– Un domani forse sarò pronta. Chissà.

E così è finita.
È passato un mese, ma la ferita è ancora fresca, e il dolore si fa sentire. Ma la cosa più triste è che credevo di alleviare il dolore tornando da quel troppohipster?skip, il mio vecchio amico. E invece niente, non c’è più. Io l’ho abbandonato, e lui non mi ha aspettata, ha fatto lo stesso. Mi ha lasciata.

Per parafrasare un poeta metropolitano incontrato sui muri, le cose belle non durano un cazzo. Addio Spotify Premium, ci rivedremo. Forse, un giorno.

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