Sono andato a un concerto di Franco Battiato e c’era il pubblico...

Sono andato a un concerto di Franco Battiato e c’era il pubblico di Franco Battiato

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The new frontiers of the nouvelle vague

Vagavo per i campi del Tennessee, quando mi sono ricordato che dovevo fare un articolo sul fatto che l’altro ieri sera sono andato al concerto di Franco Battiato al Dal Verme.

In ordine cronologico, così è come sono si sono svolti grosso modo i fatti.

Alle ore 20.30 in punto arrivo al Verme, intorno ai fuochi rossi delle guardie accese per scacciare i lupi con le facce assenti. Giulioskee mi comunica di essere in ritardo. Raggiungo il chiosco più in là. Mi bevo una birra.
Ore 20.40: Giulioskee è in ritardo. Mi bevo una birra.
Faccio caso alla gente che mi circonda, for just a moment. Tendenzialmente over 30enni. Anzi, tendenzialmente over 40enni, di quelli che ti aspetti a discutere dei diritti dei coleotteri nel Siam degli anni 60 (dell’Ottocento), in un bel salotto del centro di Milano. Non voglio parlarne male o fare lo snob con gli snob, ma è proprio quello che sto facendo ma le facce e i vestiti sono quelli. Gente collocata in alto (o che se non lo è, vuole tanto sembrarlo, quantomeno). È il mio primo concerto di Battiato e non pensavo fosse davvero così. Sarà anche un cliché scrivere in modo ironico di un cliché, ma non è colpa mia se esistono spettacoli con fumi e raggi laser, se le pedane sono piene di scemi che si muovono.

Ore 20.50: non ci sono proprio dubbi sul fatto che Giulioskee sia in ritardo. Mi bevo una birra.
Ore 20.55: arriva Giulioskee. Ciao Giulioskee.
Ore 21.00: Entriamo. C’è Sgarbi che parla di arte contemporanea (“…ma se quello lì poi non la becca mai la passera!”, dice testualmente) e ride come un matto con 3-4 danzatori bulgari. Vittorio Sindaco per Milano.
Prendiamo posto. Elisabetta Sgarbi, sorella di Vittorio e tante altre cose più importanti che non ricordo, ci spara un pippone su Milanesiana. Fa salire sul palco l’Assessore alla Cultura che fa lo spottone al Comune e all’evento e inizia a straparlare a livelli cosmici, tirando in ballo “sensi e significati” (così dice) e cose che se non sei Battiato non dovresti mai dire a un concerto di Battiato. Non è che funziona per osmosi. La gente non vuole manco sentirti aprir bocca, figurati se lo fai per fare il politicante mistico orientale.

Grazie a Shiva, a un certo punto la pianta. Entra solo per un attimo Franco che si piglia la prima di una lunga serie di ovazioni di un pubblico molto caldo. Solo che lo fa per presentare una poetessa che non voglio ricordarmi come si chiama, che legge una poesia su una cazzo di gatta con una cazzo di erre moscia (lei, non la gatta), piazzandoci a intervalli regolari parole a casaccio in tedesco. Al terzo ubersplung (o qualcosa di simile) non riesco a trattenere una risata liberatoria. Nel frattempo un pianoforte la accompagna e assolve al ruolo di strumento che dovrebbe indurre a pensare che, sì, è vera poesia quella che stiamo ascoltando. E avete voglia di mettervi profumi e deodoranti. Mi guardo in giro e noto che tutti sembrano assorti e concentrati. Geometri esistenziali. Il mondo è grigio, il mondo è blu.

La poetessa smette di fare la poetessa che legge stralci di poesia con sotto il pianoforte con la erre moscia (lei, non il pianoforte) e penso che finora è stato tutto un enorme stereotipo. Chi fa cultura se la vuole tenere stretta stretta, per sé. Cultura che si rinchiude, cultura a tavolino, cultura istituzionale, che non si contamina, che non esplode, che ristagna e infila le dita solo nella fica secca e stretta degli eletti.

A Mrs. Ubersplung subentra il gruppo spalla: finalmente musica. Invece, dramma. Sono piattissimi, di una noia mortale e, semplicemente, scarsi. Mi spiace anche scriverlo, ché non è mai bello stroncare totalmente qualcuno (anche se immagino continueranno a vivere in pace anche se io non li ho apprezzati). Ma, davvero, non erano in grado di stare su quel palco: sbagliano diversi attacchi (uno davvero di tanto) e il cantante vorrebbe imitare Battiato senza essere Battiato (anche lui, dev’essere una malattia). Chi li ha messi ad aprire il concerto gli vuole molto male. Non era la loro dimensione. Dopo 3 interminabili canzoni salutano, ringraziano e se ne vanno. Vivere non è difficile, potendo poi rinascere.

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Ore 21.45: e quindi uscimmo a riveder le stelle. Entra Franco Battiato.
Abito elegante, pantalone a vita altissima e scarpe da ginnastica. Passo da bodhisattva, leggermente ingobbito (ché anche se guardi dentro o in alto, la gravità il suo continua a farlo), immancabili cuffione alle orecchie. Nel complesso, un magnifico settantenne.

Si esibisce in un repertorio molto romantico, accompagnato da un quartetto d’archi, un pianista, un sintetizzatore e un chitarrista (+ il buon Pino Pinaxa al mixer). Lo spettacolo è molto tranquillo e dolce, ma non intimo direi, ché la sensazione trasmessa non è di raccoglimento, ma di massima apertura semmai. Un’esibizione senza particolari climax, senza vette improvvise, che procede sicura e piacevole nel suo scorrere sereno. Si percepisce sin da subito la sensazione di entrare nel mondo di un artista. E penso che per un live sia il massimo a cui si possa ambire: trascendere la scaletta, la pura esecuzione in un certo ordine dei brani, per trasportare il pubblico nella dimensione emotiva e sonora personale.

Non mancano i momenti in cui si ride, come quando Franco, alzandosi dalla sedia e accostandosi al pianoforte per cantare La Cura, prima si paragona a Pavarotti e poi, dopo i primi versi, si interrompe e torna alla sedia perché dice di non ricordare le parole. Battiato che non ricorda La Cura! Fantastico!
L’impressione è quella di trovarsi a casa di un amico che ti canta le sue canzoni, e infatti ne introduce una del suo repertorio degli anni 60 dicendo “caruccia forte questa”. E ti sorride. Ecco, se c’è una cosa che ti resta impressa del concerto, oltre le varie Prospettiva Nevski, Gli Uccelli, L’Animale, No Time No Space, L’Oceano di Silenzio, i Treni di Tozeur, sono questo sorriso e questo sguardo sereno, no, più che sereno, proprio felice, che accompagna l’intera serata. E pensare che sia un artista di 70 anni, con alle spalle 50 anni di carriera e chissà quante date, a godersi così tanto il proprio ripetitivo spettacolo è una cosa che oltre a essere contagiosa, fa riflettere.

Un’ora dopo, alle 22.45, Franco saluta. Mancano all’appello tutte le canzoni più goderecce e movimentate del suo repertorio.
Il pubblico lo chiama per lo scontato bis, che puntuale arriva e viene chiuso con La Stagione dell’amore.
Franco saluta di nuovo. Ma l’ovazione richiede un secondo bis, comunque previsto: arriva la classica e attesissima chiusura di Voglio vederti danzare. È il segnale che gli spettatori stavano aspettando per scatenarsi, e in un attimo sembra di essere a una serata di Prezioso negli anni ’90. Solo con tanti radicali liberi attorno, invece che coi truzzi di Truccazzano. Potere del karma.

Era meno previsto, a questo punto, che il pubblico non avesse proprio voglia di andarsene. Il calore è tale che dopo qualche minuto di cori e battimano Battiato è costretto nuovamente a uscire. Ma la cosa è talmente inaspettata che non suona. Saluta, sorride, si ferma un attimo per qualche selfie (UNSELFIECONBATTIATOSTAIMALE), ringrazia e se ne va. Questa volta è finita sul serio.
Franco, checcazzo, Cuccurucucù dovevi farmela.

Ora imprecisata dopo le 23: usciamo. Vado al chiosco con Giulioskee. “Tu vuoi una Beck’s, vero?” mi fa il tipo del chiosco. Sticazzi, si ricordava. “Sì! No, ma sai, prima l’attesa…”. “Di chi era il concerto?” “Di Battiato”. Si illumina. “Ma va! Com’è stato? È sempre bravo?” “Sìsì, è stato bello”. Mi risponde, carichissimo: “GRANDE BATTIATO”.

FrancoBattiato

Ecco, caro lettore, vedi?, Battiato piace a certuni, ma anche a talaltri, e le stronzate che prima dicevo sul pubblico di Battiato, alla fine sono stronzate.
Quale sarà il grande lascito di questo artista, capace di musicare gocce di splendore e freakkettonate mega con la scusa del sufismo?, di danzare tra sperimentazioni e gusto pop?, di arrivare a intellettuali, pseudo-intellettuali e pernulla-intellettuali?
Sarà quello di aver messo in ridicolo e abbattuto i cliché, con le sue speculazioni filosofiche, le sue ricerche musicali, le sue perculate non-sense e, soprattutto, con quel suo sorriso umile e scanzonato che tradisce un’umanità grande così. Paloma.

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6 COMMENTS

  1. Un paio di considerazioni
    1. Battiato è Battiato nel senso che Battiato è prima di tutto e principalmente un’idea nel senso aristotelico del termine, poi l’idea si fa uomo. L’idea è essenzialmente un prodotto dell’aspirazione dei suoi fan 40enni (che hai descritto benissimo). Poi a volte la persona diventa l’idea, fa l’idea e canta l’idea. Tutti sono contenti di aver visto/ sentito l’idea e di aver avuto i loro 4 minuti e 23 (o un’ora) di catarsi.
    2. Questo porta alla seconda considerazione. È nata prima l’idea o prima la persona? Battiato è inevitabile ed è solo il nome di un’aspirazione collettiva che ha preso questo nome per la sua iniziativa? O Battiato è asceso al mondo delle idee, creato l’idea e di tanto in tanto ci rientra e la rinfresca?

    • Sono in venerazione estatica. Mi hai fatto ascendere allo stato di coscienza “Gianni Morandi”. Grazie.
      Un abbraccio.

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