Sonetto 130 | Shakespeare era femminista

Sonetto 130 | Shakespeare era femminista

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Non so se l’ho capito dalle frasi misogine su Facebook (“almeno oggi dovremmo essere tutte in vacanza!”) o dai bengalini che mi hanno assalito con le mimose in metropolitana, ma oggi è la festa della donna. Mi sembra l’occasione giusta per riproporre la poesia più bella che sia mai stata scritta sulle donne, il Sonetto 130 di William Shakespeare. È la più bella perché ci tratta come persone NORMALI.

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In questo periodo sto rivalutando conoscendo il buon Shakespeare, che è molto più badass di come me lo immaginassi. Ho scoperto che ha inventato un sacco di insulti, tra cui il celebre “TUA MADRE” (che personalmente detesto, ma pensare che un fighetto inglese l’abbia scritto nel 1500 mi fa molto ridere). Cito dal Tito Andronico, la sua prima tragedia:

Demetrius: Villain, what hast thou done?
Aaron: That which thou canst not undo.
Chiron: Thou hast undone our mother.
Aaron: Villain, I have done thy mother.

WOAH.

Moving on, Shakes ha scritto appunto una bellissima poesia che sembra dire a tutti gli stilnovisti del nostro stivale “STATE CALMI”. Noi donne possiamo avere l’alito pesante, i capelli crespi, ci si può incastrare il tacco nei sampietrini. Vogliateci bene così.




Sonetto 130, William Shakespeare

Gli occhi della mia donna non sono come il sole;
Il corallo è assai più rosso del rosso delle sue labbra;
Se la neve e’ bianca, allora i suoi seni sono grigi;
Se i capelli sono crini, neri crini crescono sul suo capo.
Ho visto rose damascate, e rosse, e bianche,
Ma non ne vedo sulle sue guance;
E in certe fragranze c’è più delizia
Che nel fiato che la mia donna esala.
Amo sentirla parlare, eppure so
Che la musica ha un suono molto più lieto.
Ammetto di non aver mai visto camminare una dea,
Ma la mia donna, quando cammina, calpesta il suolo.
E malgrado tutto ciò, ritengo che la mia amata sia straordinaria
Come ogni altra donna falsamente cantata con immagini esagerate .

My mistress’ eyes are nothing like the sun;
Coral is far more red than her lips’ red:
If snow be white, why then her breasts are dun;
If hairs be wires, black wires grow on her head.
I have seen roses damask’d, red and white,
But no such roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hath a far more pleasing sound.
I grant I never saw a goddess go:
My mistress, when she walks, treads on the ground.
And yet, by heaven, I think my love as rare
As any she belied with false compare.

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