Esiste una particolare forma d’amore, ed è l’amore per ciò che è rotto, guasto, consumato. Una tazzina sbeccata, una vecchia borsa, un orecchino: ricordo di aver tagliato le maniche di un maglione blu che indossavo al liceo e amavo moltissimo – e che un giorno nefasto m’era uscito dalla lavatrice dimezzato – per conservarle.

Una forma d’amore che significa celebrazione della memoria, dei ricordi che si annidano come ragni nei difetti e nelle scuciture degli oggetti. Ma è anche una forma di resistenza, e di accanimento, contro il fallimento, e contro il tempo.

In “Occhio di capra” – sorta di piccolo lirico dizionario del linguaggio popolare e dei modi di dire della sua Racalmuto – Leonardo Sciascia definisce, con sotterranea nostalgica poesia:

“Sono i lìsciari i frammenti di ceramica – resti di piatti, tazze o boccali – che si rinvengono nella campagna. Ma era, la ricerca dei lìsciari, gioco infantile: gara a chi ne trovava di più, di più intero disegno o di colore più vivido. Facevano anche da posta per altri giochi o scommesse e venivano, da collezionista a collezionista, scambiati a misura di bellezza e di rarità. Nell’uso degli adulti, la parola non esiste. Ma non esiste più, ormai, nemmeno per i bambini.”

Con la lettura mi torna in mente un episodio di quand’ero bambina. Feci cadere per terra due statuine di argilla di mio padre – i due piattari: gli artigiani che un tempo, per mestiere, riparavano i piatti rotti, cucendo col fil di piombo i vari pezzi di porcellana – e per la vergogna e per la paura mi nascosi sotto il letto per tutto il pomeriggio, cercando di elaborare una soluzione o un convincente discorso di scuse, e lì sotto, alla fine, stremata, mi addormentai: stringendo, in una mano e nell’altra, le due teste rotte dei piattari di argilla.

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Orhan Pamuk, scrittore turco, premio Nobel per la letteratura del 2006, ha dedicato un intero romanzo agli oggetti, e al loro potere di farsi testimoni, depositari e vettori della storia di una persona amata, della storia di una relazione, della storia di una città e di un intero popolo. Il romanzo è Il museo dell’innocenza, ed una delle sue epigrafi – tratta dai taccuini di Ahmet Hamdi Tanpinar – così recita:

“Prima osservai i ninnoli sulla toletta, i barattoli e i flaconi. Li presi e li studiai a uno a uno. Mi rigirai in mano il suo piccolo orologio. Poi guardai nel suo armadio. Tutti quegli abiti e accessori conservati uno sopra l’altro… Questi oggetti, che rendono perfetta una donna, suscitarono in me una solitudine atroce e disperata, la sensazione e il desiderio di appartenerle.”




E poiché la forza propulsiva, l’ispirazione, che avevano dato vita al romanzo, nonché il suo successo, si sono dimostrati difficili da spegnere, inesauribili, Pamuk, quel museo del titolo, lo ha poi costruito davvero: ad Istanbul, nel quartiere dove fa idealmente abitare Füsun – la protagonista femminile del romanzo – ha creato un “tempio” degli oggetti della quotidianità turca. Una collezione di tazze, vecchie fotografie, mozziconi di sigaretta, orologi, e così via: per raccontare la sua “poetica degli oggetti”, e attraverso di essi la storia della città.

Orhan Pamuk nel suo “Museo dell’innocenza”, Istanbul
“Schiudi la tazza infranta e lascia entrare il buon peccato”, Things Behind The Sun, Nick Drake
*

Ed, infine, Jacaques Tati, che con il suo Monsieur Hulot – sorta di Charlie Chaplin francese – racconta il quotidiano con ironia, con garbo, con una comicità gentile.

Ed è proprio nel tentativo di introdurre e rendere l’idea della gentilezza che mi viene in mente una scena di un suo celebre film, “Mon Oncle”: quella in cui Monsieur Hulot, impeccabile nel suo impermeabile, con la sua pipa fedele ed il suo ombrello, scavalca un muretto abbandonato e, per errore, fa cadere un mattone. Non c’è un guasto materiale, un torto, a chi vuoi che importi quel breve ruzzolo di un piccolo pezzo di rudere, quando tutt’intorno non ci sono altro che macerie e abbandono: lui, però, torna indietro, raccoglie con gentilezza il piccolo sgualcito mattone e, con gentilezza, con accortezza lo restituisce al suo posto.

 

E la crepa nella tazza apre

un sentiero alla terra dei morti

W.H. Auden

 

… come quando una crepa

                                                                          Attraversa una tazza

                 R.M. Rilke

Ricevo da te questa tazza

rossa per bere ai miei giorni

uno ad uno

nelle mattine pallide, le perle

della lunga collana della sete.

E se cadrà rompendosi, distrutto,

io, dalla compassione,

penserò a ripararla,

per proseguire i baci ininterrotti.

E ogni volta che il manico

o l’orlo si incrineranno

tornerò a incollarli

finché il mio amore non avrà compiuto

l’opera dura e lenta del mosaico.

 

Scende lungo il declivio

candido della tazza

lungo l’interno concavo

e luccicante, simile alla folgore,

la crepa,

nera, fissa,

segno di un temporale

che continua a tuonare

sopra il paesaggio sonoro,

di smalto.

 

( da “Poesie 1980-1992 e altre poesie”, Valerio Magrelli, Einaudi, 1996)

 




 

Valerio Magrelli scrive di tutto questo. O, perlomeno, sono i miei occhi di lettrice a rintracciare fra i versi della sua poesia una sintesi di quelle linee di amore, di cura e di dolore, che convergono tutte in un punto preciso dell’universo: una crepa nera, sottile, lungo il declivio di una tazza rossa ricevuta in dono.

L’amore – rossa è la tazza – è un regalo: nulla di dovuto, che possa pretendersi. Nella sua liberalità, è però – per paradosso, e come un ossimoro – un’esigenza vitale: che, come la sete, è quotidiana. Ed è per questo che un oggetto comune, semplice e quotidiano, purché ricevuto in dono, sa testimoniarlo.

Un oggetto, l’amore, che è fragile a rompersi, e difficile da ripararsi: la sua natura semplice cozza con l’elaborata opera di restauro e di cura, di ricostruzione, ch’è necessaria per rimediare alla sua frattura (“l’opera dura e lenta del mosaico”: non a caso il mosaico è una speciale tecnica decorativa la cui origine latina, mosaicum opus, significa “opera delle muse”, poesia). Ma è nella sintesi di questo contrasto fra il semplice ed il complesso che trova possibilità di definizione l’amore.

Resta però da definire che cosa sia, dopo, l’oggetto riparato – che è altro rispetto a prima, non è mai ritorno uguale al prima: e dentro cui si annidano la cicatrice e l’usura del tempo o, forse, il segno tangibile – come un trofeo di guerra – della vittoria sul fallimento.

 

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