A Prato nasce una nuova forma di sostenibilità: Rifò

A Prato nasce una nuova forma di sostenibilità: Rifò

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Conosco Niccolò Cipriani dai tempi dell’università. E, personalmente, gli devo molto, non fosse altro che la scoperta degli Alt-j, avvenuta in un buio e tempestoso pomeriggio in aula studio.

In una Bocconi indaffarata a piazzarti nelle società di consulenza o nelle banche d’investimento più all’avanguardia del pianeta, Niccolò con la sua bella pergamena – rigorosamente custodita nel tubo rotondo color verde allucinogeno – in mano, ci salutava per andarsene tre anni in Asia, spaziando tra Cina, India e Vietnam. Non si è mai capito bene a fare cosa. Tra i corridoi di via Sarfatti si narra che abbia salvato vite combattendo gorilla a mani nude nella giungla, mentre altri dicono lavorasse per un ente governativo italiano. Che forse alla fine è un po’ la stessa cosa.

E poi arrivò l’ottobre del 2017, la sua città natale (Prato) e il lancio di Rifò.

“Sostenibilità, responsabilità e qualità.”
E’ così che piace definire Rifò a Niccolò e Clarissa, i due fondatori di questo rivoluzionario progetto di rigenerazione tessile in grado di unire l’esperienza centenaria del distretto pratese alle più moderne esigenze di sostenibilità ed etica.

 

  • Com’è nato Rifò? A chi è venuto in mente? In che giorno, a che ora, in quale casa o strada?

(Niccolò) Rifò nasce dalla mia recente esperienza di lavoro in Vietnam, dove ho realizzato con i miei occhi il problema della sovrapproduzione che grava sul settore dell’abbigliamento. Le strade di Hanoi sono piene di negozi dal nome “Made in Vietnam” che vendono tutti capi di abbigliamento prodotti in Vietnam, esportati in Occidente, non venduti in Europa e rispediti di nuovo in Vietnam per non abbassare i prezzi del mercato occidentale. Una volta non venduti, questi indumenti vengono direttamente gettati in discarica o in un inceneritore. Nell’industria tessile si produce molto di più di quanto venga consumato. Una volta appreso tutto questo, mi è venuto in mente di riprendere una tradizione della mia città, Prato, ovvero quella del rigenerare tessuti, utilizzare tutte i vestiti che vengono buttati via per rifarci un nuovo filato.

Niccolò e Clarissa, fondatori di Rifò

 

  • Che cosa sono i “materiali rigenerati”? Me lo potreste spiegare come se avessi 6 anni? Ok, facciamo 5.

(ride) “Materiali rigenerati” significa, ad esempio, che noi prendiamo 10 cappellini di cashmere color blu, li trinciamo, li lavoriamo fino a fare una nuova fibra di cashmere color blu e con quella fibra realizziamo un nuovo filato sempre di colore blu, utilizzando solo scarti tessili e risparmiando sui nuovi consumi di risorse naturali. Il ciclo si termina confezionando con quel filato un nuovo cappellino blu. Da un rifiuto a un nuovo prodotto, mantenendo la stessa qualità.

Figo, no?

 

  • Molto figo! (sempre io, col tono di chi finalmente ha capito qualcosa…)

Voi definite Rifò “un marchio che nasce dall’emergenza globale, dall’urgenza di un cambiamento verso la costituzione di un modello economico etico e sostenibile, passando dalla necessità economica a quella climatica e ambientale della nostra generazione e di quelle a venire”. Questo è uno dei motivi per cui ho pensato valesse la pena raccontare la storia di Rifò è perché credo sinceramente che la sostenibilità sia una forma di cultura. Allora vi chiedo: a che punto siamo in Italia sul tema dell’educazione alla sostenibilità?

Il tema della sostenibilità in Italia è in crescita, specialmente la generazione dei millenials ne è molto interessata. È vero che non siamo ancora ai livelli dei paesi scandinavi, ma all’inizio della nostra esperienza non pensavamo sicuramente che la gente ci seguisse con così tanto entusiasmo solo perché i nostri prodotti sono sostenibili. Ancora la strada è lunga per far sì che il consumo critico diventi un consumo di massa, ma ci sono i buoni presupposti. In effetti, ultimamente il trend sta crescendo esponenzialmente, soprattutto nel settore moda dove si parla spesso di fashion revolution.

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  • Ho visto che siete molto radicati sul territorio pratese. Come è stata accolta la vostra idea dalle istituzioni locali e dalle realtà imprenditoriali già esistenti sul territorio?

Abbiamo ricevuto un grosso sostegno dalle istituzioni di Prato, ci hanno aiutato in molti aspetti e ci hanno sempre dato molta visibilità, anche digitale. Il nostro sogno sarebbe quello di creare un ecosistema di imprese etiche a Prato, un po’ di vento fresco per la città. Per quanto riguarda le realtà imprenditoriali, alcune ci hanno aiutato, altre hanno preso spunto dalle nostre azioni per sviluppare anche loro una linea di prodotti rigenerati.

 

  • Ahia, ecco che arrivano i competitor. Però se siete trendsetter significa che la vostra idea è davvero buona! Secondo te qual è il vostro “unfair advantage” che vi permetterebbe (in un mondo ideale e quindi anche a Prato) di sbaragliare la concorrenza in un settore come l’abbigliamento sostenibile / solidale? Perché il consumatore dovrebbe scegliere proprio Rifò?

Il consumatore dovrebbe scegliere Rifò per i suoi valori e per la sua qualità. Noi non facciamo soltanto un prodotto etico e sostenibile, ma anche di qualità. La gente spesso rimane sorpresa quando tocca i nostri cappellini di cashmere, non riesce a distinguerli da quelli vergini!

  • E, quindi, domanda che arriva di conseguenza: avete voglia di crescere? State pensando anche a rivenditori locali o preferite rimanere un’esclusiva e-commerce?

Sì, assolutamente, vogliamo crescere! Per il momento pensiamo solo a e-commerce ed a aprire un pop-up shop a Prato per Natale prossimo, poi magari aprirne uno a Firenze e uno a Milano. Vorremo tenere noi la distribuzione così da essere sicuri che il nostro prodotto sia comunicato correttamente e secondo i nostri principi.

 

  • Dal pubblico a casa mi arriva una domanda in diretta per voi: perché fate le etichette così grandi?! (domanda da ridere, certo, ma non del tutto inutile: i prodotti di cashmere solitamente hanno etichette quasi inesistenti…) – la vostra è una scelta consapevole?

Ahah sì, certo, ci piaceva l’idea di fare un prodotto di qualità con i connotati di un prodotto urban, quindi l’etichetta l’abbiamo presa come spunto dai cappellini della Carhartt. Ci sono così tanti cappellini in giro che volevamo trovare un modo per differenziare il nostro rispetto agli altri. L’etichetta così grande rende distinguibile un cappellino Rifò e i suoi valori rispetto a quello di altri brand.

 

  • Dopo la collezione invernale, so che avete appena lanciato una nuova campagna di crowdfunding per la collezione primaverile/estiva di t-shirt: come sta andando?

Al momento siamo molto contenti dei risultati raggiunti, soprattutto dalla risposta che stiamo ricevendo dai mercati esteri dove vorremmo espanderci. Sicuramente possiamo fare meglio, ma guardando alle tempistiche e ai mezzi a nostra disposizione, non possiamo che rimanere soddisfatti e fiduciosi per il futuro!

Ecco qui la campagna di crowdfunding: https://it.ulule.com/rifo-lab/

  • Una domanda che non ti ho fatto ma in un moto di generosità estrema ti concedo di farti da solo? Nicolò si auto-intervista: Che cos’è l’iniziativa #2lovePrato di Rifò?

Dovete sapere che Rifò non è solo un cappellino, una sciarpa o un paio di guanti, è anche un progetto sociale. Una parte del ricavato viene devoluta a 3 associazioni/fondazioni che lavorano da anni sul territorio pratese così da collegare socialmente la produzione al suo territorio. Quando una persona compra un prodotto Rifò, sceglie a chi destinare 2 euro del suo acquisto. Sono 3 progetti che abbiamo identificato direttamente con le associazioni.

 

  • Infine, la nostra domanda di rito: che cos’è “il sale della vita” per voi di Rifò?

Il sale della vita per Rifò è la curiosità, avventurarsi per strade inesplorate, condividere i momenti sia brutti che belli con gli amici e ascoltarsi la sera con un bicchiere di vino un bel cd musicale.

(magari degli Alt-J, ndr)

 

 

INFO UTILI:

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E-commerce: http://www.rifo-lab.com/




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