Perchè “A Black Mile to the Surface” dei Manchester Orchestra è il...

Perchè “A Black Mile to the Surface” dei Manchester Orchestra è il disco dell’anno

by -
0 477

Non sono un ascoltatore facile.
Ci sono quelli che ascoltano una canzone e bam, rapiti. Bang, è amore. Boom.
Io ho bisogno di tempo, prima di accettare un disco e farlo mio.
Del resto, è come far entrare un estraneo in casa. Un caffè lo concediamo a tutti, ma per la carbonara col guanciale alle 2 del mattino c’è da sudare un poco di più.
Poi però ci sono quelle due o tre persone che basta poco ed è già come conoscersi da sempre: sono rare come il peyote, te le tieni strette.
Stessa cosa è in musica, per me. A volte tutto è chiaro fin dal primo ascolto, forse addirittura già la copertina sarebbe bastata.
Ad esempio, in poco meno di un’ora avevo capito che A Black Mile to the Surface, nuovo disco dei Manchester Orchestra, è il mio disco dell’anno.

I notice you when you’re noticing me
Breaking the habit, you’re watching me sleep
Give me some time, let me learn how to speak
I’m a maze to you

Tutto inizia con una voce nel buio, The Maze scorre così. Niente di superfluo, solo semplice melodia e un paio di note di chitarra, giusto per non stonare.
Quando una canzone sta in piedi per 3 minuti su un’impalcatura così instabile, è chiaro che le
premesse siano a dir poco benauguranti.
The Gold e The Moth vanno in crescendo ma non danno il sollievo dell’esplosione: hai energie da vendere e restano dentro, fino a dissiparsi per entropia.

Il filo che tiene legate The Alien, The Sunshine e The Grocery da vita a uno dei trittici più riusciti di sempre.
The Alien è una ballata da spazzole e contrabasso, probabilmente il momento più melodico del disco.
Nel testo, l’impossibilità di morire a comando, anche accordandosi con Dio e una strada trafficata. E poi, ancora, la resa alla vita e al tempo: arrivano per ricordarti quanto sei solo, e non puoi farci davvero nulla.
The Sunshine parafrasa Socrate in mid-tempo. So di non sapere, e mi sta bene. Mi basta la luce de sole.

Infine, The Grocery con le sue chitarre addomesticate e la batteria costantemente in equilibrio
precario. Ancora esplosioni promesse e non mantenute. Un’altra morte impossibile da raggiungere, una pistola che si scarica un colpo troppo presto. Voglio solo andare via qui.
The Wolf è la mia preferita. Ipnotica, circolare, rassegnata. Vive di enjambement e batterie isteriche, striscia come un serpente nel bosco.
Tutto finisce con The Silence, un’altra voce nel buio, un’altra ricerca della luce.
Gli ultimi due minuti (di canzone e di disco) sono la catarsi: tanto trattenuta, attesa e necessaria che mi capita spesso di tornare indietro e riascoltarne il finale.

Let me watch you as close as a memory
Let me hold you above all the misery
Let me open my eyes and be glad that I got here

Non sono solo le singole canzoni, piegate da un dolore che è più facile cantare che tenersi dentro.
Non sono nemmeno i tocchi di classe della produzione, né il fluire organico della tracklist.
Non è il suono, mattone grigio alla bocca dello stomaco.
Non sono i testi, con i riferimenti circolari che farebbero innamorare anche il Paul Auster della Trilogia di New York.

LEGGI ANCHE  La New York sottosopra di Paul Auster

È semplicemente l’opera nel suo complesso, nella molteplicità delle sue forme, a essere
incredibilmente priva di ombre.
Le stesse ombre che ne ricoprono ogni angolo, lasciandoti in apnea fino alla fine di tutto.

Album | “A Black Mile to the Surface”

Artista | Manchester Orchestra

Etichetta | Loma Vista Recordings

Anno | 2017

Durata | 49:07

 

Mattia Pace

NO COMMENTS

Leave a Reply