Pasolini a fumetti

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Toffolo e la storia di un’intervista fuori dal tempo

Mi sembra di ricordare che, una volta, durante un corso di lettura di fumetti, un insegnante mi ha detto che Pasolini, verso gli ultimi anni della sua vita, si interessò al fumetto come mezzo di comunicazione, ma non riuscì mai a comprenderlo pienamente in quanto non capiva se si dovessero prima leggere le parole o guardare le vignette. Per questo motivo, trovo molto adatta e unica nel suo genere l’opera “Pasolini” di Davide Toffolo, frontman dei “Tre allegri ragazzi morti” e fumettista affermato, edita per la prima volta con il nome “Intervista a Pasolini” da Biblioteca dell’immagine nel 2002.

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Il graphic novel racconta di un’intervista fatta ai nostri giorni da Toffolo stesso a un immaginario Pasolini, ovvero a una persona che appare, si veste e parla esattamente come il Pasolini “originale”, ma 30 anni dopo la sua morte. La vicenda si concentra maggiormente sulla riflessione e sul senso della visione del mondo dell’intellettuale italiano più che rappresentare una vera e propria biografia, nonostante Toffolo ripercorra i luoghi fondamentali della vita di Pasolini come Versuta, Bologna, Roma (compresa quella via dell’Idroscalo di Ostia) e le pendici dell’Etna.

Tutte le parole di Pasolini (personaggio) sono state realmente pronunciate dall’intellettuale e raccolte in diverse opere e solamente leggermente modificate per adattarsi meglio alla forma comunicativa del fumetto. L’abilità di Toffolo riesce a coinvolgerci nel suo pellegrinaggio attraverso l’Italia mentre l’atmosfera diventa sempre di più onirica e disperata, fino a concludersi sulle desolate pendici dell’Etna dove Pasolini non si presenterà se non sotto forma di allucinazione ipnagogica (o forse no) in un ultimo intensissimo dialogo reso potente e immaginifico anche grazie a numerose citazioni cinematografiche.

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L’intervista è resa ancora più significativa anche grazie alle tantissime contraddizioni intrinseche nella struttura della vicenda. Si tratta, infatti, di un dialogo impossibile in cui un “falso” Pasolini (che tuttavia incarna perfettamente l’essenza dell’originale) parla di una società che non esiste più (perchè il fumetto è ambientato ai giorni nostri) con un interlocutore appartenente a un’altra generazione rispetto a quella dell’intellettuale, quella stessa generazione che lui ha definito vittima principale della società capitalistica che costringe a una desolante omologazione. Eppure, in questo modo, le sue parole sono ancora più profetiche e sconvolgenti, perchè risultano quanto mai vere alle nostre orecchie e capaci di mettere in allarme le nostre sopite anime borghesi.

Toffolo accompagna questi testi così ricchi e complessi con dei disegni in scala di grigi molto semplici, ma assolutamente espressivi e intensi. La fisionomia dell’intellettuale, in particolare, subisce una vera e propria metamorfosi durante lo svolgimento dell’intervista e il suo aspetto sempre più invecchiato e tragico ci accompagna fino all’ultimo sopracitato dialogo drammatico. A mio avviso, l’unica pecca si trova nella struttura di alcune pagine che rende difficile lo scorrimento automatico tra una vignetta e l’altra, spezzando quella magica illusione che ci immerge totalmente nella lettura di questa complessa opera a fumetti.

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Nelle ultime pagine il personaggio di Toffolo si ritira da solo nella laguna di Grado, apparentemente svuotato e sconvolto dall’esperienza che ha appena vissuto, finché non si ritrova in mezzo a una notte piena di lucciole e, con sguardo stupito, si rende rende conto che queste sono tornate a popolare la laguna. Mi piace pensare che il messaggio che Toffolo e noi abbiamo ricevuto da questo insostituibile intellettuale sia capace sì di devastarci, ma proprio per questo motivo, proprio perchè la sua forza (o la sua luce..) arriva ancora fino a noi, forse non tutti siamo condannati all’omologazione e al piattume della società moderna, proprio noi che pure siamo figli di quella stessa società che lo ha condannato, isolato e infine ne ha dannato la memoria.

“Perchè l’abbiamo ucciso? Siamo venuti per capire e invece l’abbiamo ucciso. Abbiamo ucciso il coccodrillo parlante, non abbiamo capito cos’era, e l’abbiamo ucciso.” “Era un poeta…era un poeta e raccontava la vita sua e anche la nostra, ma era troppo diverso e la paura ci ha armato la mano…non avremo pace fino a che non ricorderemo…quello che raccontava…dobbiamo ricordare le parole che diceva…”

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