Munchausen, il distacco familiare per Ari Aster

Munchausen, il distacco familiare per Ari Aster

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Prima di girare il suo disturbante primo lungometraggio, l’horror Hereditary (da noi giunto per qualche ragione imperscrutabile  anche col sottotitolo “Le radici del male”), il regista Ari Aster aveva già messo la famiglia, ed in particolare la figura materna, al centro di incubi e deliri, col cortometraggio Munchausen. Nei suoi 16 minuti, il corto contiene alcune delle suggestioni che poi Aster trasporterà nel suo lungometraggio, soprattutto per quanto riguarda la famiglia americana borghese come sede di orrori, dietro una facciata di perfezione ostentata.

Un giovane figlio parte per il college: tutta la vita davanti a lui lo aspetta e lo attende. A casa rimane la madre, triste per essere rimasta sola (col marito e per questo ancor più sola) e disposta a fare di tutto per tenersi stretto il suo bambino. Il titolo è tratto dalla “Sindrome di Munchausen per procura”, in cui una persona induce sintomi clinici nel figlio (nella versione non per procura, a se stessa), ottenendone in cambio una vantaggio psicologico: quello di essere considerato un bravo genitore o di non veder allontanare il figlio, per esempio.

Con Munchausen, il regista racconta di questa patologia realizzando un cortometraggio senza parole, che attinge molto sia nella regia che nella musica al cinema muto americano dei primi del novecento. La regia è di alto livello, precisa, pulita, spesso capace di regalare prospettive inaspettate senza appesantire la narrazione, anche quando calca sui particolari e sui sentimenti, come nel cinema muto. Lo sguardo di Aster è profondamente ironico, sia nei confronti della vita idilliaca che aspetta il giovane fuori di casa (l’America è quel paese immaginario dove una bella ragazza, la Rachel Brosnahan di House of Cards, ci prova con te perché ti ha visto agli incontri di retorica), che nel gesto tremendo della madre. E proprio la madre, interpretata da Bonnie Bedelia che regge con la sua ottima prova attoriale tutta la seconda parte del cortometraggio, quella coi connotati maggiormente tragici. Il senso di colpa e l’angoscia del gesto subentrano al desiderio di non rimanere sola e diventano i reali padroni della sua vita.

Una colonna sonora a tratti troppo leggera, quasi a sottolineare la bizzarria e l’assurdità degli eventi, fa da cornice a questo cortometraggio che spinge al limite dell’assurdo e del grottesco il sentimento materno (sì, anche mia madre piange quando io parto per Monaco, nds).

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