Un miracolo perfetto. Il 2018 in 10 dischi SALT

Un miracolo perfetto. Il 2018 in 10 dischi SALT

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Arrivare ai nostri migliori 10 dischi del 2018 non è stato facile.
Come ogni anno, da gennaio e dicembre abbiamo ascoltato diverse decine di album, italiani e stranieri, tranne Pandini che da solo ne ha ascoltati mezzo milione (al giorno) e alla fine ti resta sempre fuori dalla classifica quel disco che dici “eh ma io avrei messo anche questo” oppure “eh però non possiamo fare una top 20?!”.
No, cazzo. Le regole sono regole e il sangue sulla top 10 è stato versato.

(Quindi poi se volete scriveteci che vi spacciamo un po’ di musica buona sottobanco)

1. Giorgio Canali e Rossofuoco – Undici Canzoni di Merda con la Pioggia Dentro

L’ultimo capolavoro di Canali, una raccolta di parole luride, sporche, meravigliosamente catartiche. Undici canzoni di merda con la pioggia dentro, e tu vomiti tutto – per sentirti potente, vulnerabile e fottutamente umano.

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2. IDLES – Joy as an Act of Resistance

Un bruciante desiderio di prossimità, di condivisione, di fare la cosa giusta. Joy as an Act of Resistance degli IDLES è un album programmatico fin dal titolo, una “gioiosa macchina da guerra” di occhettiana memoria (scusate). Dodici brani che frullano pubblico e privato, punk e hardcore, cori oi! e una rabbia contagiosa: valga come paradigma la pazzesca Danny Nedelko, singolo dell’anno. Un classico istantaneo che racconta di un amico immigrato, che ti prende per il collo e ti dice che non c’è nessuna differenza – proprio nessuna – fra te e il prossimo tuo.

3. Maisie – Maledette Rockstar

Anarco-pulp / art-rock / folk-prog: prendetela con le pinze, questa definizione di un’opera così ostentatamente radicale. Maledette Rockstar è il ritorno dei Maisie, mastodontico affresco dell’impazzimento collettivo di un’italietta sempre più misera, che, incurante di ogni senso del pudore o voglia di riscatto, salta felice da un orrore all’altro (“sembra un film di Mario Bava”). Un tour de force allucinato di due ore e mezza, con pochissime pietre di paragone – su due piedi, vengono in mente giusto i CCCP di Epica Etica Etnica Pathos. Ma qui è come se le chiavi del circo se le fosse prese Fatur, senza nemmeno l’ombra di un’Annarella a rendere meno truce lo scenario.

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4. Motta – Vivere o Morire

Sarà stata la fine dei vent’anni, o forse l’inizio dell’amore molto social con carolcrasher (penso abbia anche un nome vero, all’anagrafe, ma fra noi giovani si conosce solo come carolcrasher), ma il sophomore di Motta è veramente un disco di spessore.
Tolti un paio di specchietti per le allodole (su tutti il singolone La Nostra Ultima Canzone), il resto della tracklist affianca la matrice cantautorale a un grande substrato psichedelico che si era già intravisto nel primo album. Dal vivo, poi, il giovanotto è un’esperienza internazionale, con una band precisa e infuocata e capacità da entertainer navigato che in Italia mancano come la nazionale ai mondiali di quest’anno.

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5. Shame – Songs of Praise

Punk-rock da faccedaculo e la cavernosissima voce di Charlie Steen che dà assuefazione. Arrabbiati, adrenalinici, sbronzi, tristi, cazzoni, innamorati: dieci tracce per l’instabilità emotiva di tutti noi.

6. Cosmo – Cosmotronic

TI RICORDI CHE NEBBIA
Cazzo sì, di brutto che ce la ricordiamo.
Cosmo ci ha fatto ballare e saltare per tutto il 2018, perché quando arriva la scossa ci vogliamo abbracciare in questo delirio, e lo seguiremo anche alla sua incredibile Ultima Festa a Febbraio 2019 a Milano, dove incendieremo il Forum sulle note di Tristan Zarra. Ma siete mai stati a una delle date del suo tour Cosmotronic? Perché in quei concerti il buon Marco Jacopo Bianchi diventa tuo fratello maggiore, ti invita a mettere via lo smartphone con cui gli stai facendo una diretta live su IG e a seguirlo nel suo caos ordinato, in un delirio di musica elettronica che mancava moltissimo nel panorama italiano contemporaneo.
Ahhh, il nostro Jamie XX di Ivrea.

7. Spiritualized – And Nothing Hurt

Non so spiegare su un piano razionale perché mi piaccia questo disco.
Sarà che la voce di Jason Pierce mi rilassa, mi culla, mi trascina in piccoli viaggi interstellari.
Sarà che in certi momenti mi sembra di sentire gli Oasis dopo una settimana di camomilla per endovena.
Sarà che i 7 minuti di The Morning After vorresti non finissero mai.
And Nothing Hurt è una semplice raccolta di canzoni, e sono tutte particolarmente belle. A volte non serve molto altro perché un disco sia fra i tuoi preferiti.

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8. Anna Calvi – Hunter
Un’esile e timida figura sale sul palco dell’Hiroshima a Torino, le luci cremisi come un vampiro con la sua vittima la cingono languidamente. Afferrata la Telecaster, Anna da semidea, osservatrice algida dell’umano affanno, si fa cacciatrice, come nel suo terzo album Hunter.
Un disco più viscerale dei precedenti, dove scivoliamo lungo le creste sinuose delle onde del desiderio (Swimming Pool), tra le lenzuola fradice di una sessualità senza categorizzazioni, in cui si schianta a terra in un amplesso rabbioso con la sua chitarra (Alpha).
L’invocazione un po’ sudicia a Dio, alla ricerca di un paradiso di bellezza per saziare la sua fame di esperienze (Indies or Paradise), ci regala una sezione di percussioni torbida a cui si contrappone la voce limpida della Calvi. Rumori e umori come il rivolo di sudore che fa inarcare la schiena in preda al piacere.
Un gusto, forse anche troppo esacerbato, per le atmosfere ghoul, che richiamano i Siouxsie e teatrali alla Nick Cave e St Vincent, operano come agenti del caos, ammaliano in un triangolo seduzione-sangue-morte, ma convincono in parte, meno audaci del suo esordio.

 

9. Any Other – Two, Geography
Jim O’Rourke e Nina Nastasia, Wilco e Feist, jazz e Jeff Mangum. Un pantheon di grandi nomi che avevamo tirato in ballo a fine settembre per raccontare Two, Geography, secondo disco a firma Any Other – e cioè Adele Nigro, talentuosissima veronese classe 1994. Mancava ancora un pezzetto a definirla *per se* e ci è arrivato come una folgorazione quando l’abbiamo vista in concerto. Lì abbiamo colto non solo la classe di una songwriter indie di razza e il portato emotivo di canzoni che raccontano senza infingimenti il riemergere da una relazione disfunzionale (Walkthrough, Mother Goose e Geography le più belle), ma pure la voglia di rendere la propria musica un ponte verso gli altri e le loro ombre, un modo per costruire comunità empatiche. Roger Ebert considerava il grande cinema una “empathy machine”: vale lo stesso per quest’album e quest’artista da tenersi stretti.

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10. Jon Hopkins – Singularity

Uscito a maggio, è ancora uno degli album più belli usciti quest’anno. Singularity è un disco psichedelico, che ti rapisce e ti catapulta in un mondo “altro”, di sperimentazioni, di decadenza e di rinascita continua. Frutto di un lungo percorso di meditazione, Singularity inizia con un sound e finisce col suo opposto. Cinque anni dopo Immunity, Jon Hopkins ha finalmente trovato la luce, ma voi ascoltatelo ad occhi chiusi, se potete.

 

Menzione d’onore a per gli AABU che ci hanno fatto sognare con il loro ultimo disco, Abbiamo ancora bisogno di urlare, e che si riconfermano una delle migliori giovani band italiane dal potenziale esplosivo.
Se bazzicate per Bologna e dintorni, fate un salto ai loro live. Noi gli si vuole bene.

 

Non vediamo l’ora di ascoltarti, 2019!

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