Lurido Tropico: la delirante Parigi di Henry Miller

Lurido Tropico: la delirante Parigi di Henry Miller

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Sbronze, baldracche, sporcizia: Tropico del Cancro esplora gli angoli più sinistri della Parigi anni '30 e dell'uomo del Novecento. Opera scandalosa e rivoluzionaria, con la quale Henry Miller scardina il canone letterario.

Ci sono libri interessanti, libri ben scritti, libri intelligenti, libri intensi; raramente, ci sono libri che sono tutte queste cose insieme. Poi c’è il piano del gut feeling, nel quale queste categorie sbiadiscono, si confondono, lasciando spazio ai libri che je se vole bene!. “Tropico del Cancro” è per me uno di quei libri.

Henry Miller, ubriaco del mito culturale europeo, cerca di compiersi come artista nella Parigi degli anni ’30. “Tropico del Cancro” è la scatola nera, nerissima, di quegli anni fatti di fame, abiezione, topaie asfittiche, sesso ed alcol a buon mercato. Ma ad un me stesso allora imberbe, questo dischiuse la botola di un mondo dal fascino sinistro, popolato di creature bestiali, ma nelle cui vene la vita pompava rabbiosamente.
Duro colpo per il mio common sense borghese formato aperitivo al circolo tennistico (che mi ostino a frequentare nonostante le lacune sportive mai sanate): la bolla scoppiò e l’orizzonte si estese a quell’umanità grottesca dove la morale, l’esprit de finesse e perfino l’igiene personale, cedono il passo alla necessità di tirare a campare.

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Ma non bastano un paio di malattie veneree e qualche cimice a rendere un libro segnante. Mi colpì piuttosto con quanta forza il realismo è stato superato da un biografismo ed un individualismo estremi (la stessa prospettiva mutata che ci fa apprezzare oggi l’autofiction di Carrère o della Ernaux). Non a caso l’esergo cita Emerson, “i romanzi cederanno il passo ai diari, alle autobiografie: libri avvincenti purché chi li scrive sappia scegliere, fra ciò che egli chiama le sue esperienze, quella che davvero è esperienza, e il modo per raccontare veramente la verità”.
In Tropico del Cancro, i confini del raccontabile, e quindi del letterario e del leggibile, sono irrimediabilmente violati; anche la realtà più ruvida (o pornografica secondo le autorità americane) diventa oggetto di narrazione, letta in relazione all’individuo ed alla sua libera percezione soggettiva. Intanto, il momento storico di totale smarrimento post-bellico favorisce la consacrazione artistica del negativo, dell’allucinatorio: l’arte si occupa sempre meno di Eros e sempre più di Thanatos ed in questo terreno germoglia un espressionismo letterario che ha in Miller un cruciale protagonista.

Miller pittore, non proprio Dalì…

Miller mi parlò non solo di qualcosa di sconosciuto, ma me ne parlò con un linguaggio che non avevo mai sentito. Abituato ai romanzi tipicamente somministrati al lettore italiano pre-adulto, con l’orecchio uso ad una voce narrante lineare, limata, talvolta alta, certamente “acusticamente corretta”, Miller mi fece lo stesso effetto di trovarsi davanti un Dalì dopo aver passato tutta la vita ad osservare Madonne tardo-medievali. Il registro vira bruscamente dal bassissimo all’altissimo, il ritmo scandisce variazioni umorali anziché l’evoluzione dell’azione, si passa in un attimo dal reale al delirante.
Smarrimento.

 

“Per una frazione di secondo forse, provai quell’estrema chiarezza che all’epilettico, dicono, è dato di conoscere. In quel momento persi completamente l’illusione del tempo dello spazio: il mondo spiego il suo dramma simultaneamente, lungo un meridiano che non aveva asse. In quella specie di eternità, arrischiata come in punta al grilletto più sensibile di un’arma, sentivo che ogni cosa aveva la sua giustificazione, la sua giustificazione suprema; sentii le guerre dentro di me che si erano lasciate dietro questa polpa, quest’alga; sentii i delitti che bramavano di emergere domani con strepito d’urla; sentii la miseria che si macinava da sé con pestello e mortaio, la lunga opaca miseria che sbava via nei fazzoletti sporchi. Sul meridiano del tempo non c’è ingiustizia; c’è soltanto la poesia del movimento che crea l’illusione della verità e del dramma.”

 

Tropico mi informò improvvisamente che sulla pagina tutto era lecito e che la grandezza della letteratura sta proprio nello sconfinare, nell’esprimere qualunque cosa con assoluta libertà di mezzi (purché si sappia scegliere “quella che è davvero esperienza”).
Vero, questa è una lezione che il lettore prima o poi impara. Nel mio caso fu Miller a farmi da maestro.

Ovviamente, oggi, non sono più il lettore di allora. Passa qualche anno, arriva il momento (cruciale) della rilettura e noti che la portata rivoluzionaria di certi passaggi erotici, brutali, “spinti”, si è attenuata; le pagine ruggiscono ancora, ma a voce più bassa.
Nel frattempo hai letto libri molto più estremi, ascoltato i linguaggi più vari, vissuto un epoca in cui la liberalizzazione sessuale, lo squallore dei bassifondi, l’affermazione dell’individualismo, sono campi ampiamente esplorati.

Ti riscopri ad osservare quel libro importantissimo un po’ come guarderesti la prima fidanzatina che rivedi a distanza di anni. Cogli l’eco di quelle sensazioni che sembravano di insostenibile intensità, noti che sapevi così poco della vita che scambiavi l’ordinario per straordinario, prendi atto che l’importanza delle cose è spesso da leggersi in relazione al momento in cui esse avvengono. E allora “Ciao! Come stai? Quanto tempo…” e arrivederci a tra 10 anni.
Conservi però quell’affetto, un po’ paterno, per qualcosa che una traccia, lieve o meno, l’ha lasciata, quella stessa cosa che mi fa ancora preferire la cattiveria di Céline, all’ironia cervellotica di Wallace o ai barocchismi dannunziani.

Per certi versi, Tropico è per me quello che per Miller è l’America: “è meglio tenerla così, sempre sullo sfondo, una specie di cartolina postale a cui guardare nei momenti di debolezza. Così, tu immagini che sia sempre là ad attenderti, immutata, intatta, un grande spazio aperto patriottico con vacche, pecore e uomini del cuore buono, pronti a fottersi tutto quello che vedono, uomo donna o bestia. Non esiste l’America. È un nome che si dà a un’idea astratta.”

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Libro bonus:
Miller cita spesso Hamsun come modello ed il suo “Fame” si abbina decisamente bene con Tropico del Cancro. Forse perché entrambi i protagonisti-autori con questa fame ci fanno i conti quotidianamente? Anche, ma soprattutto per quello stile che mescola realtà e delirio, per quelle cronache di vita ai margini, per il carattere picaresco in chiave Novecentesca che si snoda nei i sobborghi europei. Se le strade fetenti di Parigi vi hanno intrigato, quelle di Oslo descritte da Hamsun potrebbero essere un interessante prosieguo del viaggio.

 

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