Marguerite Yourcenar, estratto da Feux, 1936

Marguerite Yourcenar, estratto da Feux, 1936

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Sull'assenza.

1896, Olio su tela, Munchmuseet, Oslo.
Non darsi più, è darsi ancora. Significa dare il proprio sacrificio.
Nulla di più improprio dell’amor proprio.
Il delitto del pazzo è quello di preferirsi.
Quest’empia preferenza mi ripugna in quelli che uccidono e mi spaventa in quelli che amano.
La creatura amata non è più, per quel genere di avari, che una moneta d’oro su cui artigliare le dita.
Non è più di un dio: è appena una cosa.
Mi rifiuto di fare di te un oggetto, quand’anche fosse l’Oggetto Amato.
L’unico orrore è di non servire.
Fai di me ciò che vorrai, uno schermo magari, magari del metallo buon conduttore.
Tu potresti sprofondare in blocco in quel nulla dove scompaiono i morti: io mi consolerei se tu mi lasciassi l’eredità delle tue mani. Soltanto le tue mani sopravvivrebbero, scisse da te, inesplicabili come quelle degli dei di marmo diventati polvere e calce della loro stessa tomba. Sopravvivrebbero ai tuoi atti, ai corpi miserabili che hanno accarezzato. Non servirebbero più da intermediarie fra le cose e te: sarebbero mutate loro stesse in cose. Ridiventate innocenti, dal momento che non ci saresti più tu a farle tue complici, tristi come levrieri senza padrone sconcertate, come arcangeli a cui nessun dio dirami più ordini, le tue mani inutili riposerebbero sulle ginocchia delle tenebre. Le tue mani aperte, incapaci di dare o di prendere una gioia qualsivoglia, mi avrebbero lasciata cadere come una bambola rotta. Io bacio, all’altezza del polso, quelle mani indifferenti che la tua volontà non scosta più dalle mie; accarezzo l’arteria azzurra, quella colonna di sangue che un tempo sorgeva incessante come lo zampillo di una fontana dal suolo del tuo cuore. Con brevi singhiozzi soddisfatti io abbandono il capo come nell’infanzia fra quelle palme piene di stelle, di croci, di precipizi di ciò che fu il mio destino.
Non ho paura degli spettri.
I vivi sono terribili soltanto perché hanno un corpo.
Non esistono amori sterili.
Le precauzioni non servono a niente.
Quando ti lascio, il dolore sta al fondo del mio essere come una specie di orribile figlio.”
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Fuochi non è propriamente un libro di giovinezza: è stato scritto nel 1935; avevo 32 anni. L’opera pubblicata nel 1936, è riapparsa nel 1957 quasi senza ritocchi. Nato da una crisi passionale, “Fuochi” si presenta come una raccolta di poesie d’amore, o, se si preferisce, come una serie di prose liriche collegate fra di loro sulla base di una certa nozione dell’amore. Come tale, l’opera non ha bisogno di commenti, in quanto l’amore totale, imponendosi alla vittima come malattia e insieme come vocazione, è da sempre una realtà dell’esperienza e un tema tra i più visitati della letteratura. Si può tutt’al più ricordare che ogni amore vissuto, come quello che ha dato origine al libro, si fa e poi si disfa all’interno di una determinata situazione, grazie a un complesso miscuglio di sentimenti e di circostanze che in un romanzo formerebbero la trama stessa della vicenda mentre in una poesia sono il punto di partenza del canto. In “Fuochi”, questi sentimenti e queste circostanze si esprimono ora direttamente, ma molto criticamente, in “pensieri” isolati che all’inizio erano appunti di diario, ora invece indirettamente, con racconti tratti dalla leggenda e della storia e destinati a offrire un sostegno al poeta attraverso i tempi”.

Dalla prefazione dell’autrice, 1936.

Amor fou, l’amore puro, l‘amore assoluto; se sei ogni cosa, sei inscindibile da me, se non c’è via di fuga perché “tu riempi il mondo”, ed io “non posso fuggire che in te stesso”, la tua assenza, la tua scomparsa, è amputazione. Il trauma della separazione s’ingrandisce, si espande fino ad occludere il campo visivo, la razionalità, l’istinto di autoconservazione. Tutto ciò che non sia l’oggetto amato ed accompagnato ad esso non ha ragione di esistenza. Affinché si possa sopravvivere l’elaborazione del lutto deve tradursi in poesia.

 

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