Mamma Roma

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Pier Paolo Pasolini sul set con Anna Magnani e Ettore Garofalo

Il mezzo cinematografico permette, a chi lo sa usare in modo innovativo e anticonvenzionale, molto più del semplice racconto di una storia. Pasolini fu uno di quei registi capaci di intendere il cinema nella sua totalità, considerandolo come una forma espressiva in grado di trasmettere tutta la complessità del suo pensiero: un certo modo di vedere l’arte, l’uomo, la politica e la società in trasformazione degli anni ’60 e dei primi anni ’70, in un’Italia in bilico tra progresso e povertà, tra modernità e residui di un passato radicato nella cultura popolare.

Il cinema di Pasolini, intellettuale e artista vorace e poliedrico, non può quindi fare a meno di una certa poesia, che si esprime soprattutto attraverso le immagini e che unisce cinema, pittura, letteratura e critica sociale in un’unica visionaria opera. Questa caratteristica del cinema pasoliniano è evidente fin da subito, dagli esordi con Accattone (1961) e Mamma Roma (1962), e va facendosi sempre più marcata nei film successivi.

L’intento di Pasolini era quello di esprimere la realtà, la vita vera, pura, e lo fa attraverso lo sguardo sei suoi stessi personaggi. Questa idea si sposa, soprattutto nelle sue prime opere, con un forte contributo da parte del cinema neorealista, sia nella scelta narrativa di raccontare la realtà del sottoproletariato e di personaggi ai margini, sia nella preferenza per attori non professionisti.

Contravvenendo a questa regola, in Mamma Roma Pasolini sceglie Anna Magnani per interpretare il ruolo della protagonista. Nonostante gli ostacoli iniziali nei rapporti tra due personalità tanto forti, e nonostante il regista stesso abbia in seguito ammesso di essersi pentito della scelta di un’attrice professionista per questo ruolo, il risultato è un’interpretazione di straordinaria intensità. La Magnani riesce a trasmettere tutta la tragicità e la drammaticità di un personaggio che appare per sua stessa natura già condannato, non solo nei primi piani di una donna disperata e senza futuro nel finale, ma anche nella risata sguaiata e allegra della protagonista all’inizio del film.

Ultima cena fra i papponi
Ultima cena fra i papponi

La storia di Mamma Roma affonda le radici nella miseria, nella povertà e nel desiderio di rivalsa tipico di tutti gli esseri umani che si trovano a dover lottare quotidianamente con la vita: Mamma Roma è una prostituta che cerca di lasciare per sempre la strada comprando un banco al mercato, e sognando così di elevarsi socialmente e garantire al figlio Ettore un futuro migliore del passato – e del presente – che invece hanno segnato la sua vita. Carmine, il pappone di Mamma Roma (interpretato da Franco Citti, lui sì vero “ragazzo di vita”, scovato da Pasolini nelle borgate romane e già protagonista in Accattone) torna però a trascinare la protagonista sulla strada, mentre Ettore inizia a frequentare un gruppo di piccoli delinquenti di periferia e si innamora di Bruna, che lo inizia al sesso ma non ricambia il suo amore con altrettanto interesse. Queste amicizie porteranno alla fine il ragazzo ad essere arrestato e a morire in carcere, sul letto di contenzione, solo e senza una riposta alla sua ultima domanda “perché mi avete messo qua?”, che esprime tutta la tragicità e la solitudine della condizione esistenziale di un intero ceto sociale, lasciato ad affrontare “tutta la cattiveria del mondo”, senza strumenti per difendersene.

Proprio in questa condizione di esistenza ai margini Pasolini vede la vita vera, reale, non compromessa e falsificata da una morale costruita dall’uomo a immagine e somiglianza di un Dio a sua volta plasmato dalla religione stessa degli uomini, e identificata con la morale borghese e perbenista. Non si tratta di nobilitare la miseria, ma piuttosto di mostrare tutta la fragilità, la verità, e perfino la purezza dell’animo umano, nella condizione dove questo si manifesta più liberamente: nel fango, tra la bruttura e la meschinità del mondo.

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La condizione di vita dei personaggi si riflette perfettamente nella periferia romana, che fa da sfondo alla narrazione: una città grigia, dove vecchi ruderi e spazi aperti si alternano alle case popolari e gli edifici nuovi (e brutti) costruiti con il boom edilizio, un’espansione che è simbolo dell’espansione borghese, del senso di isolamento e soffocamento in cui rimane invece intrappolata la classe più povera.

I protagonisti si muovono in questi spazi, e la regia di Pasolini è talmente pulita e immediata che in alcune inquadrature sembra di rivedere un certo tipo di fotografia di strada in bianco e nero, caratterizzata dallo stesso realismo e dalla stessa immediatezza espressiva.

Parallelismo tra il ‘’Cristo Morto’’ di Mantegna ed Ettore morente sul letto del carcere
Parallelismo tra il ‘’Cristo Morto’’ di Mantegna ed Ettore morente sul letto del carcere

Evidenti anche i riferimenti pittorici, che sono una costante nei film di Pasolini (basta pensare ai tableaux vivants in La Ricotta) grande appassionato e studioso d’arte, in particolar modo quella rinascimentale: “Il mio gusto cinematografico non è di origine cinematografica, ma figurativa. Amo lo sfondo, non il paesaggio. Non si può concepire una pala d’altare con le figure in movimento. Detesto il fatto che le figure si muovano.

L’ultima affermazione potrebbe sembrare contraddittoria pronunciata da un regista, ma lo stile di Pasolini riflette effettivamente quello pittorico, al di là di citazioni più o meno esplicite di quadri noti: è una regia che predilige la fissità di campo e i primi piani frontali, istantanee che rappresentano la realtà vista con gli occhi dei personaggi stessi. In Mamma Roma questo stile registico viene interrotto da due evocativi piani sequenza: due carrellate lineari con la protagonista che cammina sulla strada, con lo sfondo della notte romana, raccontando la sua storia a una serie di personaggi che si inseriscono nell’inquadratura. I riferimenti pittorici invece sono evidenti nella scena iniziale e in quella della morte di Ettore. La prima è una citazione dell’Ultima Cena di Leonardo, con la differenza che nel film non stiamo assistendo a una cena solenne e carica di significato religioso ma ai festeggiamenti per il matrimonio di Carmine: un banchetto con papponi, prostitute, i burini parenti della sposa e alcuni porci che scorrazzano liberi nella sala.

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La seconda è una chiara trasposizione cinematografica del Cristo Morto di Andrea Mantegna: Ettore morto, legato al letto del carcere e ripreso dalla prospettiva adottata nel dipinto. In questo modo Pasolini crea un parallelismo tra la figura di Ettore e quella di Cristo, come se anche Ettore fosse morto in croce, per una colpa mai commessa. Qui però non c’è la redenzione. Ettore è sì il simbolo della sua classe sociale, ma la sua morte non ha un significato nascosto e salvifico. È semplicemente la vita.

 

Regia: Pier Paolo Pasolini

Anno: 1962

Cast: Anna Magnani, Franco Citti, Ettore Garofalo, Silvana Corsini

 

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