We gon’ be alright. L’arte visionaria di Lonnie Holley

We gon’ be alright. L’arte visionaria di Lonnie Holley

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Le gallerie d’arte contemporanea e i musei di solito pensavano a Lonnie come a un artista folk, qualcosa che non apparteneva a quelle istituzioni. I musei d’arte popolare e le gallerie pensavano che il lavoro di Lonnie fosse troppo contemporaneo e non facilmente adattabile alle tematiche e alle idee delle opere che esponevano. Una volta, in un’intervista, disse: “tutti quei termini con cui mi hanno definito – outsider, folk, visionario, autodidatta – mi si sono appiccicati addosso come un vestito della taglia sbagliata.

Da un certo punto di vista è anche comprensibile, lo spaesamento che si prova di fronte ad artisti come Lonnie Holley – che quest’anno ne fa 68 e ha appena aggiunto un terzo, meraviglioso album a una discografia minuscola e immacolata. Difficile innanzitutto separare l’artista dall’uomo, l’idea che chiunque di noi possa farsi sul personaggio da una vita che pare uscita dalle pagine di un romanzo di un Twain catapultato nei fifties e sixties per niente scintillanti di Birmingham, Alabama. Settimo di ventisette figli, sottratto alla propria madre naturale a un anno e mezzo da una ballerina e poi rivenduto forse in cambio di whiskey a un’altra famiglia, sbattuto dalla polizia – appena undicenne – nella famigerata Alabama Industrial School for Negro Children (non tanto una scuola, quanto piuttosto un vero e proprio campo di lavoro in cui venivano ammassati ragazzi afroamericani): la storia di Lonnie Holley è così estrema e radicale da accogliere in sé praticamente ogni istanza immaginabile di decenni e decenni di oppressione, e forse anche per questo il suo fare musica si pone completamente al di fuori dello spazio e del tempo. Lonnie Holley è il secolo scorso e il prossimo, l’altroieri e il dopodomani di un’intera nazione.

Memorial at Friendship Church, Lonnie Holley, 2006

Per arrivare a parlare di Mith, pubblicato da Jagjaguwar solo qualche settimana fa – roba che se non me l’avessero fatto notare in un negozio di dischi, me lo sarei perso fra le pieghe di questi tempi bulimici – bisogna anche passare necessariamente dalla fama di Holley come artista visivo, che parte da lontano, dal 1979. Una delle sue tante sorelle aveva appena perso due figli, morti in un incendio: non poteva certo permettersi delle lapidi, e allora fu lui a scolpirle per lei, per loro, utilizzando materiale rinvenuto ovunque; solo un paio d’anni più tardi, dice il Guardian, il nostro esponeva opere allo Smithsonian per poi finire al Metropolitan Museum of Art e alla National Gallery of Art. L’influenza di questo percorso è incalcolabile nell’analisi dell’esordio musicale di Lonnie, Just Before Music, pubblicato all’età di 62 anni: un album che non è un album, ma un flusso costante di pensieri accompagnati da suoni spaziali di tastiere malandate e da una voce nasale, acuta e talvolta ruggente (una sorta di H.R. un’ottava sotto, se volete). Qualcosa di così personale, inclassificabile e semplicemente libero – le sue elucubrazioni possono interrompersi bruscamente dopo tre minuti oppure andare avanti per venticinque – che dà l’idea di essersi intrufolati nella testa di un uomo durante una camminata nello spazio.

Un minacciosissimo incedere di tromboni e sintetizzatori, batteria ed espressività vocale quasi animalesca. È così che Lonnie Holley ha scelto di presentare un’America fottuta, nel singolo appropriatamente intitolato I Woke Up in a Fucked-Up America: un j’accuse alla stupidità umana, un’esortazione a svegliarsi da un torpore che impedisce di vedere che stiamo disseminando di mine il terreno su cui noi stessi camminiamo ogni giorno. “Dovremmo avere le competenze tecniche necessarie a non far male ad altri esseri umani. Dovremmo svuotare le prigioni”: non è così e sembra andare sempre peggio – gli USA come l’Italia come la Russia come il Brasile. E allora svegliati, ti prego, America.

Sicuramente un lavoro più quadrato e accessibile rispetto ai precedenti, Mith si avvale di ricche tessiture strumentali, in cui la moltiplicazione della voce davvero unica del nostro è appaiata non solo alle consuete, traballanti tastiere ma anche a percussioni e pianoforti e fiati e synth – qui troviamo uno dei nostri cospiratori preferiti del 2018, il grande Shahzad Ismaily, di cui avevamo già trovato traccia in uno degli album dell’anno, Y R U Still Here? dei Ceramic Dog di Marc Ribot. Eppure non è ancora possibile affibbiare troppe etichette a questa musica: è jazz? È blues o forse psichedelia? Sono torch-song di protesta dallo spazio profondo? È folk music che arriva da un futuro in cui non c’è più anima viva sulla Terra o piuttosto da un passato remotissimo in cui nessuno è ancora arrivato a suonarla?

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Lonnie Holley (https://www.lonnieholley.com/)

Tutte definizioni ragionevoli, una volta ascoltati i densissimi 76 minuti del disco, e tutte parimenti oziose. Certo si sente l’influenza di tutta la musica ascoltata da piccolo dai jukebox di casa e certo si potrebbero tirare in ballo moltissimi numi black, consonanti per spirito se non per forme (di certo Nina Simone e Sun Ra, per qualcun altro perfino Gil Scott-Heron), ma alla fine quella di Lonnie Holley è semplicemente musica del mondo, una musica che reca in sé il respiro affannato e gioioso dell’essere vivi nonostante tutto.

Sentitelo sgattaiolare giù da una nave di schiavi deportati dall’Africa all’America e guardare incredulo tutto quell’orrore di morte e corpi ammassati alla base di un Mito fondato sull’oppressione (si chiama I Snuck Off The Slave Ship, meditazione di un abbondante quarto d’ora e chiaro centerpiece dell’album); sedetevi di fronte a lui e lasciatelo raccontarvi della tremenda sensazione di sentirsi un sospetto nella propria terra (proprio all’inizio, con le mille voci fluttuanti di I’m a Suspect); prendete la poltrona più comoda nella sala e guardatelo cercare la luce in numeri che irrigimentano la solita vocalità svolazzante in strutture da ballad di gran classe (Back For Me, There Was Always Water) o in numeri più ritmati (quasi caraibico, il groove rilassato di How Far Is Spaced-Out?), prima di perdersi nella malinconia notturna di Down in the Ghostness of Darkness (appare anche Martin Luther King, in un’elegia così introversa da gelare il sangue).

Alla fine, però, dopo tanto soffrire e girovagare e pregare e supplicare, alzatevi. Alzatevi e ballate con Lonnie e un’intera famiglia allargata di sconosciuti appena incontrati quella contagiosa danza di gioia infusa di gospel che è Sometimes I Wanna Dance. Fatelo proprio in giorni in cui quell’America tanto devastata cerca di cominciare a rinascere, partendo dalle donne e dai giovani: vi sembrerà di tornare a respirare dopo tanto.

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