Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi

Lolita
Poesia di Humbert Humbert per Lolita

Dove, Dolores, dove scorrazzi?
E di che marca è il tappeto volante?
È per la Cougar che andate pazzi?
In che parcheggio sbaciucchi il tuo amante?

Chi è oggi il tuo eroe, Dolores?
Un superman vestito d’azzurro?
Le baie, le palme, le notti d’amore,
i bar, i barmen, del mare il sussurro…

Quel juke-box, Dolores, mi torce i budelli.
A chi, mentre balli, ti avvinghi?
(In jeans tutti e due, magliette a brandelli,
ed io che spiandovi, ringhio).


Vladimir Nabokov
è un prestigiatore della parola e della citazione. Scandaloso, apolita e amante delle farfalle (sul serio. Lui e sua moglie Vera hanno contribuito a una vastissima collezione di lepidotteri del museo di Zoologia Comparata di Harvard) ha essenzialmente scritto da brivido di cose scomode, sporche e propriamente nasty.

Lolita (1955) è un libro proibito, ma non è un’opera pornografica. E’ un romanzo erotico, ma non solo: è pervaso dall’eco di miti, da quello dell’estate alla pianura americana che scorre oltre il finestrino polveroso di una macchina di seconda mano e dita profumate e appiccicose di Big Bubble.

C’è un erotismo consumistico in Lolita. la scandalosa passione di un quarantenne per una tredicenne s’intreccia all’appetito dell’europeo per la caramella lucida e colorata del nuovo continente, confezionata, offerta e ripresa attraverso l’inquadratura pornografica di quelle libidinose fotografie del cibo appetitoso.
E visto che il marketing insegna che le immagini e i suoni sono veicoli ottimali di emozioni e fantasie, e che il novanta per cento della comunicazione avviene per via non verbale, questo clip di Hurricane dei MS MR è per centrare la mitologia di Nabokov. Per far capire dove voglio andare a parare e soprattutto alzare di qualche grado la temperatura.

Nabokov descrive la banalità dell’iniziazione di una macchina parcheggiata a bordo strada e un sedile anteriore abbassato. Nessun volo pindarico, nessuno step oltre il terra terra, oltre un vago senso di leggerezza zuccherina. Adrenalina, si chiama.

Lolita è tutta precarietà stagionale, il suo scalmanato scorrazzare è quello di una falena contro un finestrino appannato. Ne traspare una giovinezza di superalcolici alla pesca e sesso maldestro, ricerca del senso di sé nella soddisfazione di bisogni e curiosità immediati, nuovi e plastificati. Un superman vestito di azzurro.

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Curiosità, audacia ormonale e gambe giovani e abbronzate che spuntano da shorts di jeans in tutta la cruenza sudata dell’adolescenza, un motel lungo la strada o una pineta, il desiderio. The virgins suicide, l’esordio delicato e feroce di Sofia Coppola, è un film che descrive bene quella fase, la fase che poi è un “non ricordo”, “non c’ero”, “dormivo”.

LolitaSi tratta di desiderio all’American Beauty, epico, frizzante e zozzo, con il sottofondo volgare e accattivante(Oops, I did it again) del disimpegno. E naturalmente tanta solitudine, perché nessuno è solo e abbandonato come Lolita nella sua sgasata ricerca. Svaporato come Lolita all’avventura tra baie, palme, vitelloni e calippo.

E in effetti, le domande aperte che si susseguono nei versi di Nabokov, hanno il tono diretto di un’analisi di coscienza, sono gli interrogativi irrisolti della perdita dei punti di riferimento più essenziali, quali il dove e il chi.

Al desiderio della ragazzina di essere speciale, rispondono solo i sogni ad occhi aperti di un tappeto volante, un superman o un bagnino, immaginario collettivo plasticato e fallace.

titolo | Lolita
autore | Vladimir Nabokov
anno | 1955

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