Leonard Cohen e l’eterna sbronza (spirituale)

Leonard Cohen e l’eterna sbronza (spirituale)

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Carmen MIranda in THE GANG'S ALL HERE (1943), directed by Busby Berkeley.

La bomba vitaminica Carmen Miranda mi ha ricordato una cosa che ho letto usasse dire Leonard Cohen ovvero che nel momento esatto in cui pensiamo di essere più fichi che mai gli altri ci vedono solo come uno che sta divorando una banana. Ma questa è, in parte, un’altra storia.

La prima cosa che Leonard Cohen ha scritto non potete leggerla. L’ha seppellita nel giardino di casa.

Il giorno del funerale del padre Leonard Cohen aveva 9 anni ma era già uno scricciolo ipersensibile. Scucì dall’interno uno dei suoi papillon elegantissimi, vi infilò un bigliettino scritto e lo sotterrò a mani nude – sopra la terra c’erano un buon 60 cm di neve canadese che presumo essere tra le più gelide di ogni galassia – nel piccolo giardino sul retro della sua casa a Montreal.

Il primo grande funerale privato di Leonard Cohen sancisce il suo primo legame con la scrittura e la scrittura si fonde con la simbologia del rito.

L’evento che ha iniziato Leonard Cohen alla scrittura è un evento di dolorosa privazione perché la privazione è la madre di ogni poesia. È per questo che i poeti amano collezionare TUTTO ma ancora di più amano perdere distrattamente pezzi per strada, cammin facendo. Lo fanno di proposito, il 90% delle volte.

Nel mondo esistono migliaia di poesie e migliaia di poeti e la maggior parte delle poesie non vengono nemmeno scritte, forse è un peccato e forse no. Quasi c’era il rischio di non leggere nulla neanche di Cohen perché Cohen era dannatamente lento a scrivere. Sembra che io non riesca a terminare niente e che mi trovi proprio nei guai.

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Cohen procede per piccoli ma costanti progressi. Impiega mesi, anni a trovare le parole esatte. Parole perlopiù piene di amarezza e odio. A quanto è vendibile, poi, l’odio?

Leonard Cohen vende disperazione. Leonard Cohen è seduto a scrivere nella sua stanza, con la finestra aperta così che il sole possa abbronzare la mia mente color verme.

Leonard Cohen, come si legge nella sua poesia, passa repentinamente dall’ingordigia alla rinuncia: ha amato molte donne, le ha lasciate tutte. Non voglio legami, voglio poter ricominciare perché l’unico vero afrodisiaco è il cambiamento. Vivo in uno stato di perenne transizione e ciò per cui provo ammirazione la mattina lo disprezzo all’ora di cena. Un punto di vista che protegge morbidamente un cuore incline a spezzarsi con estrema facilità. La studiata alternanza tra la ricerca e il rifiuto di una relazione sentimentale. L’uomo zen non si lega a nulla. 

Grazie a D-o la voglia di creare nasce dallo sconforto di questo continuo andare e venire.

La passione per le donne – onnipresente nelle poesia perché onnipresente nella vita – è la manifestazione della ricerca continua di una figura femminile che le racchiuda tutte, invece di rappresentare singole parti dell’insieme, parti troppo incomplete e insoddisfacenti, a lungo andare.

Il cambio repentino di compagna si affianca al cambio repentino, schizofrenico, di cammino spirituale. La religione struttura la sua vita fin dall’infanzia nonostante nessuno sembra riuscire a spiegargli chiaramente cosa mai D-o voglia esattamente da lui.

The drunk is gender-free è una continua invocazione di ogni D-o, di ogni donna. A ogni cosa verso la quale si è attratti, si chiede perdono.

Leonard Cohen è stato, grossomodo in quest’ordine – tra le altre varie sperimentazioni alla ricerca di un assoluto spirituale – ebreo, cattolico romano, buddista tibetano, auditor di scientology (Did you ever go clear?) e, infine, monaco zen. Per non parlare della fede nell’LSD. Anch’essa sincera e intrapresa nell’onesto tentativo di eliminare i numerosi e spessi strati che ci dividono da noi stessi. Per raggiungere un qualsiasi accenno di verità finale.

Lenard Cohen con la figlia Hazel Field a Montréal, in Canada, 29 giugno 1990

Cohen dovrebbe decidersi definitivamente se essere un prete o un libertino ma lo zen e la passione per le donne sono i due poli gemelli in una partita che non proclama mai né vincitori né vinti. Con le donne l’ha sicuramente aiutato un’affascinante mancanza di autostima e una spiccata piacioneria intellettuale. Con la spiritualità, anche.

La santificazione dell’io tramite il necessario controllo degli appetiti.

Cohen non era cupo. Era serio, piuttosto. E il genio sta proprio nel riuscire a vedere le cose esattamente come stanno. Forse è per questo che a un certo punto fa una semplice richiesta ovvero non voglio parlare a nessuno che non sia nudo.

Leonard Cohen aveva un pupazzo in stoffa con le sembianze di Edgar Allan Poe e ricorda perfettamente di quella volta in cui Jack Kerouac si nascose sotto il tavolo della cucina fingendo di ascoltare musica jazz mentre in sala tutti stavano ballando animatamente. Leonard Cohen una volta ha lanciato la sua preziosissima Olivetti 22 letteralmente contro il muro perché aveva provato fiducioso a farla funzionare sott’acqua, nella vasca da bagno. Non aveva funzionato. Non aspettatevi altri dettagli.

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Leonard Cohen è Sylvia Plath se Sylvia Plath fosse una cantante, è John Keats se John Keats fosse ebreo, è Bob Dylan se Bob Dylan fosse canadese. Leonard Cohen è tutte queste persone perfettamente incastrate insieme eppure Leonard Cohen non è mai uscito da se stesso.

In questo preciso momento penso a quanto sia rassicurante vivere in una poesia di Leonard Cohen. So perfettamente cosa significhi vivere dentro una poesia di Leonard Cohen, me ne accorgerei se non fosse così. Lo so perfettamente perché vivere comodamente dentro una posticcia nebulosa poetica di Leonard Cohen significa che la risposta che la sorte ha in serbo per te suona sempre più o meno come: “Scendo un attimo a riconnettermi i chakra e torno”. È a Mumbai da tre anni e sei mesi. Con D-o sa chi a fare D-o sa cosa. A parte questo, non ne ho proprio più sentito parlare.

Carissimo e amatissimo Leonard, esiste nulla di più vuoto del cassetto nel quale mettevi il Mandrax?

*

The drunk is gender-free

This morning I woke up again

I thank my Lord for that

The world is such a pigpen

That I have to wear a hat

I love the Lord I praise the Lord

I do the Lord forgive

I hope I won’t be sorry

For allowing Him to live

I know you like to get me drunk

And laugh at what I say

I’m very happy that you do

I’m thirsty every day

I’m angry with the angel

Who pinched me on the thigh

And made me fall in love

With every woman passing by

I know they are your sisters

Your daughters mothers wives

But even tho’ they live at home

They all lead double lives

It’s fun to run to heaven

When you’re off the beaten track

The Lord is such a monkey when

You’ve got Him on your back

The Lord is such monkey

He’s such a woman too

Such a place of nothing

Such a face of you

May He/She crash into your temple

And look throu’ your eyes

And make you fall in love

With everybody you despise

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1 COMMENT

  1. Forse dirò una sciocchezza e chiedo scusa per questo, ma questo pezzo “The Lord is such a monkey when You’ve got Him on your back” mi ha ricordato il libro di Burrough, “La scimmia sulla schiena”.

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