“La felicità la si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo uno si ricorda… di accendere la luce”

Pian delle Nere, Castelnuovo Nigra (Torino), fotografia di Chiara Sandretto

Cerchiamo per noi qualcosa di bello: aggrappiamoci alla bellezza – della natura, delle relazioni umane, dell’arte – come piccoli granchi aggrappati allo scoglio mentre un’onda s’abbatte.

La vertigine del fischio di un treno in partenza, lo scricchiolio dei passi sul parquet di un museo, la prima pagina del Grande Gatsby, l’improvvisa vista del mare: c’è sempre un viaggio, un panorama, un libro, un concerto, una poesia, un dipinto disposto a salvarci.

Ma che cos’è davvero la bellezza? E perché sa generare in noi tanto entusiasmo, tanta meraviglia, e a volte anche un’indicibile malinconia o addirittura dolore? E che cosa vuol dire che l’esperienza della bellezza può salvarci? Vito Mancuso, filosofo e teologo, pone queste e altre domande nel suo ultimo saggio intitolato “La via della bellezza”.

Quali sono, innanzitutto, le fonti della bellezza? Secondo Mancuso sono principalmente tre: la natura, l’essere umano, l’arte.

La natura – con i suoi alberi, le sue stelle, il suo mare, le sue montagne – è sempre bella: per quanto a volte possa essere tremendamente nociva per l’essere umano, non è mai ambigua dal punto di vista estetico. Il sentimento di bellezza che trasmette è semplice, unitario e universale: è percepito da tutti gli esseri umani, a qualunque epoca, luogo, formazione, ceto sociale, religione, ideologia appartengano.

All’essere umano, che pur può essere raccontato in termini meramente estetici, compete anche un altro tipo di bellezza: è la bellezza che scaturisce dalla coscienza, dal cuore, dall’anima, dal coraggio, dalla generosità, dalla lealtà, dalla giustizia, dall’intelligenza e dalla libertà.

E dal momento che, a differenza del resto del mondo animale, gli esseri umani hanno scopi e bisogni che vanno al di là di quelli biologici; dal momento che si stupiscono della condizione del mondo, la indagano, ne restano affascinati; dal momento che celebrano l’essere ben oltre il calcolo dei vantaggi e degli svantaggi di tipo biologico, ben oltre i termini di utilità, essi producono la terza sorgente di bellezza: l’arte.

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Ma qual è la natura della bellezza? La bellezza è oggettiva o soggettiva? Risiede già interamente nelle cose e all’osservatore spetta solo riconoscerla, oppure si forma nella mente di chi la osserva e quindi dipende dalle sue condizioni (etnia, geografia, storia, formazione)? Ha ragione Tolstoj oppure hanno ragione Senofane, David Hume e Umberto Eco?

La parola che mi è parsa essere centrale in tutto il saggio è “armonia”: bellezza è armonia, e armonia è la tendenza originaria dell’essere all’aggregazione, la matrice universale di quella organizzazione che ha permesso e permette la complessità della vita.

“L’origine di tutti i corpi fisici si spiega in base a una logica di aggregazione, così che ogni cosa si rivela come un sistema. Facciamo parte di una natura abitata da un’intrinseca tendenza alla relazione e all’organizzazione sistemica, e il nome di tale tendenza è armonia” (pag. 97)

L’armonia è la legge che forma e governa il mondo: è la logica aggregativa che agisce nel mondo intero e agisce in noi. Il nostro sentimento della bellezza nasce sempre dalla relazione e dall’incontro, è sempre il frutto di una rivelazione: è sempre risonanza tra la manifestazione del mondo e la nostra interiorità. Lo sperimentiamo sia nella vita sociale (etica) sia a contatto con la natura e con l’arte (estetica). Noi siamo fatti per la bellezza.

Vito Mancuso, fotografia di Alessandro Albert

Eppure l’essere che ci dà forma contiene sia il logos che il caos: risulta dalla composizione drammatica, sempre provvisoria e instabile, delle due forze opposte e complementari – l’una tendente all’aggregazione, l’altra all’espansione.

Ed è proprio dell’intreccio tra logos e caos, tra regolarità e irregolarità, tra perfezione e imperfezione, tra ordine e disordine, che vive la bellezza, esattamente come la vita. In questo senso possiamo affermare il legame identitario tra etica ed estetica, tra verità e bellezza.

“Bellezza è verità, verità è bellezza – questo è tutto ciò | Che voi sapete sulla terra, e tutto ciò che avete bisogno di sapere.”

da Ode su un’urna greca, John Keats

“Io sostengo che la bellezza è una guida verso la verità della vita” (pag.116) scrive Mancuso, appellandosi alla formula di Platone: la bellezza è lo splendore del vero. La bellezza risplende, è luce: ed è per questo che ha un potere salvifico. L’incontro con la bellezza può aiutarci ad affrontare l’oscurità, il disorientamento, il non-senso, l’assurdo, il nichilismo.

Può salvarci dalla depressione, dall’assenza di significato, perché riempie la vita di meraviglia. E può salvarci dalla volontà di potenza, di appropriazione, di dominio e quindi di violenza, perché ci libera dalla logica del noi-loro, dalla logica del branco, dal nesso identità-violenza, perché l’esperienza della bellezza spinge il nostro io a superare se stesso e il proprio ristretto orizzonte, a liberarsi da sé e dal proprio banale interesse, a farsi vuoto per accogliere tutto.

“Occorre dire, riprendendo Dostoevskij, che la bellezza salverà il mondo: essa salva quel piccolo pezzo di mondo che è ognuno di noi, in quanto produce nella nostra interiorità il desiderio dell’armonia tra bellezza esteriore e bellezza interiore.” (pag. 93)

Come fare allora i conti con il male, con la sua ingiustizia, con il dolore (e non ridurre la ricerca della bellezza a fuga solitaria e un po’ elitaria)? Affermare la bellezza non significa scambiare questo mondo di ferro per un mondo di fiori, afferma Mancuso, ma significa: non lasciarsi privare dell’incanto del contatto con il bello.

Il desiderio di bellezza sarà quindi autentico solo se accompagnato dal desiderio universale di bene e di giustizia (e viceversa).

Così, accanto ad “armonia”, l’altra parola che io credo determinante nella riflessione appassionata di Vito Mancuso è “sublime”: il sentimento del sublime deriva dalla percezione integrale della vita, della sua bellezza e della sua bruttezza insieme; è la percezione dell’antinomia della vita; è superamento di sé; è uno stadio della mente in cui tutto è bello, tutto è vero, tutto è grazia.

Perché il saggio si intitola “La via della bellezza”? La via verso dove? Verso la verità della vita, e di se stessi. E la strada per raggiungere questa meta – per raggiungere la propria veridicità, la propria autenticità: in una prospettiva individuale e rispettosa di ogni singolarità – è indicata dalla bellezza.

“Per quanto mi riguarda, la filosofia e la religione di cui vorrei essere degno consistono nel fare della bellezza lo scopo del mondo e, ancor di più, del mio essere al mondo.” (pag. 163)

E allora su, diamoci dentro con la poesia, con il mare, con l’amore e con la gentilezza.

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Titolo | La via della bellezza

Autore | Vito Mancuso

Casa editrice | Garzanti

Anno | 2018

Pagine | 200

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