La forza delle singolarità | Un itinerario toscano

La forza delle singolarità | Un itinerario toscano

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Il Parco dei Mostri

Già mi immagino i pensieri dei lettori a questo titolo: “ancora Toscana? Ma ci siamo stati in gita al liceo un milione di volte!” Ed è pure vero, ciascuno di noi ha affrontato almeno una mezza dozzina di gite scolastiche in Toscana, delle quale ricordiamo solo il buon cibo (e neanche sempre) e la dose clamorosa di alcol. Detto questo, però, vi sfido. Vi sfido a dirmi che siete già stati in gita in uno solo dei luoghi che vi proporrò nell’itinerario. Strade poco battute ci conducono a luoghi poco noti, verso i quali stiamo viaggiando. E per confondervi ancora di più, così che non vi sentiate in gita col liceo (che poi tornano i ricordi di quella che non ve l’ha mai data e sono menate a non finire), l’itinerario non comincia neppure in Toscana, ma in Lazio. In quella parte di Lazio abitata da etruschi e tusci, dove le culture, le lingue e le cucine delle due regioni si fondono. Tanto che distinguersi tra toscani e laziali, su quelle colline, è inutile oltre che impossibile.

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Le strade poco battute che vi invito a percorrere non sono solo geografiche, ma anche immaginarie. Esistono, infatti, disseminati nel corso della Storia, personaggi che hanno deciso in piena coscienza di ribellarsi alla suddetta Storia, di andare ostinatamente in direzione contraria, non allineandosi a nulla del proprio tempo. A rischio di non essere compresi, a rischio dell’oblio in vita e non solo. Rimangono tracce di incredibile bellezza di questa personalità, della loro specifica “singolarità” storica che tende all’infinito, come la funzione matematica che il termine descrive. Ciò dimostra come il singolo possa fare la differenza e come questo sia accaduto più volte nel corso della storia.

Iniziamo il nostro itinerario, ottimo per un weekend lungo in macchina.

Il parco dei mostri
Il parco dei mostri

In provincia di Viterbo c’è un paesino di nome Bomarzo, noto (??) per un famoso parco, il Bosco Sacro, meglio noto come Parco dei Mostri. Situato su una ridente collina a sud del paesino, il Bosco è un parco come non se ne vedono tutti i giorni. Lasciato all’apparente stato brado (studiatamente trasandato), con solo alcune stradicciole percorribili, nasconde un numero sorprendente di sculture in roccia, di foggia straordinaria. Giganti, draghi, elefanti da battaglia a dimensione naturale, mostri, tritoni, fanno capolino dietro alle piante, in un ingranaggio perfetto di finzione scenica. Quasi tutte ricavate da singoli, enormi, blocchi di roccia, le scultura danno l’impressione di qualcosa di sempre appartenuto al bosco, come altari sacri a divinità ctonie e boschive, scolpiti dal capriccio del vento e della pioggia, piuttosto che da mano umana. Oppure come se una forza profonda li avesse fatti risalire dal sottosuolo, vestigia di dei del passato. Uno stile di “ritorno alla natura” che ha pervaso i secoli del romanticismo, diranno i miei bravi lettori studiosi. E invece no.

Il Bosco è stato edificato nella prima metà del 1500, cioè in pieno Tardo Rinascimento, col Manierismo alle porte. Lo volle il principe Vicino Orsini, “sol per sfogare il core”, che lo commissionò all’architetto Pirro Ligorio, colui che dopo la morte di Michelangelo fu chiamato a lavorare in San Pietro (un curriculum di poco conto, insomma). L’idea di tutto il complesso è farina della fantasia dell’Orsini, che anticipa, col suo gusto del tutto personale, il genere grottesco che prenderà piede alcuni secoli dopo. Il Parco dei Mostri, dunque, rappresenta un unicum della cultura del giardino dei palazzi dell’epoca. Quando, infatti, tutti i signori e signorotti creavano parchi dominati dalla geometria e dalla forza dominatrice dell’uomo che diventa misura di tutte le cose, un uomo decise di seguire la propria fantasia, creando un parco a misura di natura, dove perdersi e rimanere meravigliati ad ogni piè sospinto. È proprio la meraviglia che ci guida all’interno dei boschetti “edificati” sulle pendici dell’anfiteatro naturale dominato dalla Villa Orsini, che vale una deviazione su ogni itinerario, per ammirare le vestigia di una deviazione dalla Storia, dal pensiero dominante.

Il giardino dei tarocchi
Il giardino dei tarocchi

Dopo esserci ripresi dall’esperienza del Bosco Sacro, magari grazie a un bicchiere di Est! Est!! Est!!! di Montefiascone, che dista solo pochi chilometri, indirizziamoci verso nord, portandoci sulla costa ed arrivando (finalmente!) in Toscana. Altra regione, altro parco incredibile. Immaginatevi di essere un’artista straordinaria e poliedrica come Niki de Saint Phalle e di essere rimasti impressionati da Parc Guell a Barcellona; immaginatevi di voler lasciare una sorta di testamento ideale, un luogo del sogno di vivere perennemente circondati dalla vostra fantasia; e immaginatevi a girare per la desolata campagna della Provincia di Grosseto, senza anima viva intorno. Non è proprio qui che vorreste realizzare il vostro luogo dei desideri, creando un parco immenso con sculture colossali? Ecco, il Giardino dei Tarocchi di Capalbio nasce proprio così. L’artista e scultrice franco statunitense ha iniziato alla fine degli anni ’70 a realizzare il complesso monumentale di 22 strutture di acciaio, smalto policromo e vetro, che compongono il parco, ispirate agli arcani maggiori dei tarocchi (nella tradizione marsigliese).

Ispirata dai maestri del cromatismo come Matisse, Picasso, Kandiskij e lo stesso Gaudì, Niki de Saint Phalle ha realizzato il proprio sogno personale, da vivere istante per istante. Dentro il ventre enorme dell’Imperatrice, infatti, ha realizzato la propria dimora, tutta specchi, che ha abitato per diversi anni. Poco distante, sotto la cupola sormontata dalla Temperanza, una cappella dedicata alla Madonna Nera costituisce uno degli antri più magici del parco. Il sole è il compagno perfetto per la visita: si rifrange, infatti, sulle colossali sculture in un arcobaleno di colori, che ci guidano attraverso gli accostamenti, alla scoperta del parco. Non serve conoscere bene i tarocchi per apprezzare l’imponente giocosità dell’artista. Serve avere la capacità di meravigliarsi e di lasciarsi trasportare dalla magia. E vi assicuro che rimarrete strabiliati, quando salendo una stradicciola polverosa, vedrete stagliarsi davanti a voi i volti colossali del Bagatto e della Papessa. Dove si nasconde il Matto? Dovrete scoprirlo voi!

Da qualche parte in Toscana
Da qualche parte in Toscana, vicino all’abbazia di San Galgano

Risaliamo ancora verso Nord, per l’ultima tappa del nostro itinerario, fino a giungere ad alcuni chilometri di curve da Siena. Qui, in mezzo ad un area pianeggiante circondata da colline, vedremo ergersi il profilo dell’Abbazia di San Galgano, a Chiusdino, splendido monastero cistercense e unico esempio di abbazia scoperchiata italiano, che rimanda a nebbie inglesi o irlandesi (dove sarete stati in interrail, invece che in gita al liceo). E le somiglianze con le isole della Gran Bretagna non finisce qui. San Galgano, infatti, era un cavaliere dissoluto, come la maggior parte dei militari che vissero quei tempi bui che sono i primi secoli dopo il mille (siamo nel 1100). Un giorno, però, si convertì ed abbandonò la via della spada. Come gesto che ponesse fine alla prima parte delle sua vita, conficcò la sua spada in una roccia affiorante e la usò come croce, da quel giorno in avanti. La Spada nella Roccia è ancora visibile nella Cappella dell’eremo Montesiepi, collegata all’abbazia da una stradicciola in salita. Storia e mitologia si mescolano in maniera indissolubile. Il secolo successivo Galgano fu santificato e l’abbazia cistercense venne edificata, con una sovrapposizione di stili differenti.

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Il passare degli anni ha reso l’abbazia quello che è oggi: un suggestivo luogo dove natura e uomo si fronteggiano. L’assenza del tetto, che la rende una “rovina”, le dona anche quel fascino misterioso e mistico ben percepibile fin dal primo sguardo, quando la si vede in lontananza, in campo aperto. Entrandovi, poi, si rimane spiazzati dalla maestosità e dalla non-finitezza della struttura. Molti cineasti sono rimasti impressionati dall’impatto visivo di questa costruzione. Uno su tutti, il grande regista russo Andrej Tarkovskij la colloca come luogo dell’anima e della memoria all’interno del suo film interamente girato in Toscana, Nostalghia.

L'abbazia di San Galgano
L’abbazia di San Galgano

Pochi luoghi altrove rimandano a concetti così alti come San Galgano. Non è corretto, però, dimenticarsi del corpo! Appena sotto l’Eremo, infatti, raggiungibile anche in macchina, si trova un piccola ma deliziosa vineria, che serve ottimi taglieri di formaggio e salumi locali accompagnati dal vino prodotto nella zona (rigorosamente rosso!) e dalla storia dei prodotti, gentilmente offerta dal gestore.

Sazi nell’animo e nella panza, possiamo anche tornarcene a casa, alle nostre occupazioni solite.

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