Torino, febbraio 2018.  Per una parte di lettori, il libro di cui intendo parlare – “La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg” di Sandra Petrignani – non ha bisogno di essere consigliato: il nome evocato, il suo titolo, la fotografia in copertina sono più che sufficienti.

Per un’altra parte, invece, le cose potrebbero farsi un po’ più difficili, e allora io credo che sia più interessante, e forse divertente, raccontare che cosa può significare Natalia Ginzburg per una vita ordinaria qualunque, a Torino: la stessa Torino (o quasi) che fu la città di Natalia, della casa editrice Einaudi, di Cesare Pavese e Italo Calvino. Quella che sto per raccontare è stata, per me, una settimana felice e disperata al tempo stesso. Intensa e, col senno di poi, insostenibile.

“Natalia Ginzburg è l’ultima donna rimasta sulla terra. Tutti gli altri sono uomini.” Italo Calvino

Lunedì. La stazione di Porta Nuova alle sette di mattina è un formicolio caotico di cappotti neri e giubbotti grigi che vanno al lavoro: posso permettermi una spensierata lentezza, quasi una pigrizia, perché sono finalmente in vacanza ed è mio tutto il tempo di questa giornata. Ho deciso di ritornare in città tanto presto per non perdere l’atmosfera silenziosa delle strade del centro a quest’ora, un’ora privata che incomincia poco oltre piazza Carlo Felice. Le saracinesche dei negozi sono ancora abbassate, la pioggia della notte fa ora lucido l’asfalto e cicaleccio il rumore dei passi: percorro via Carlo Alberto con assonnata abitudine, fermandomi a leggere le vetrine della libreria Bodoni.

Su uno sfondo scurissimo, che a me pare di un marrone denso – quasi mogano, quasi fondo di caffè – troneggia una bellissima foto di Natalia Ginzburg. È quel tipo di libro che sogno da sempre che qualcuno scriva: la biografia di Natalia Ginzburg.

Martedì e mercoledì. È netta – pettegola, profumata – la mia felicità spavalda, mentre scivolo leggera lungo via Po col mio nuovo libro, sbatacchiandolo come una bandiera. Natalia Ginzburg è una delle più grandi scrittrici italiane del Novecento, forse addirittura la più grande in assoluto: “Natalia Temporala” – come la chiamano da bambina, ché ha sempre il broncio – corsara come Pasolini e scapocchiona. “Bue muschiato” la soprannomina Pavese – che pure fu per lei un amico fedele, le volle davvero un gran bene e la sostenne sempre come scrittrice.

Per due giorni interi non faccio altro che leggere: mi affeziono al racconto della sua vita – la Petrignani non lascia da parte nessun dettaglio, nessuna citazione, nessuna lettera o intervista: immagino sia stato un lavoro di ricerca e di organizzazione sovrumano, un tipo di lavoro che può essere ispirato e sostenuto soltanto da un amore immenso per Natalia Ginzburg e per la Letteratura, e da incredibile caparbietà ed eleganza -; mi innamoro di nuovo della sua prosa; e poi decido di guardarmi attorno, di conoscere nuovamente la città che abito, seguendo le strade di Natalia, della casa editrice Einaudi, che nacque in questa città, di Pavese, Balbo, Bobbio, Carlo Levi, Casorati, Calvino e molti altri. Seguendo Sandra Petrignani, inizio il mio quaderno degli “indirizzi importanti”, e così il mio piccolo viaggio.

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via Morgari 11

Giovedì. Ho appuntamento alle dieci per un caffè con il mio migliore amico, che lavora nel quartiere San Salvario: scivolo lungo via Ormea con il nevischio che mi finisce negli occhi e mi solletica il naso, cercando di prestare attenzione alle vie traverse che incontro perché ho paura di sbagliare strada. Sono quasi arrivata a destinazione quando un nome – via Morgari – mi fa letteralmente sobbalzare.

L’ho letto da poco nel libro, è in cima alla mia lista di “indirizzi importanti”: via Morgari 11 – che una volta si chiamava via Pallamaglio – è l’indirizzo più importante per Natalia, qui a Torino. Qui ha vissuto da bambina con la famiglia (la famiglia di “Lessico famigliare”), qui ha vissuto con Leone, ha vissuto da sola (per qualche notte ha ospitato anche Elsa Morante) e qui ha vissuto con il suo secondo marito, Gabriele Baldini. Il problema è che io questo portone – il portone di un edificio brutto, squadrato, spoglio e grigio: la cui unica decorazione è la targa che ricorda Natalia; un edifico che contrasta di netto con la chiesa tutta guglie e ornamenti, rosa e ciarliera, che gli sta accanto (è il Sacro Cuore di Maria: la chiesa in cui Natalia sposò il Baldini) – io questo portone lo conosco eccome.

È aperto, sbircio all’interno e mi inzacchero gli stivali con la calce che ha seminato un gruppetto di muratori, e non c’è dubbio: io, in questo portone, ho avuto una storia d’amore.

Un flirt estivo, gentile e malinconico, con cui ho pomiciato per ore una sera d’agosto al riparo da una pioggia violenta e, credetti allora, pure galeotta: ora, con la saliva che mi va di traverso, torno sulla mia strada mortificata, e non so dire se mi pare d’aver commesso più “atti impuri in luogo sacro” o più “vilipendio di bene culturale importantissimo”.

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Io che mi credo Édouard Boubat, al Valentino

Venerdì. Sto andando alla Galleria d’Arte Moderna per la mostra delle opere di Renato Guttuso: la ratio dichiarata di questa collezione è quella di mettere in luce una riflessione sul ruolo dell’arte come strumento di partecipazione e di impegno morale e politico, perciò quando esco dalla GAM non faccio che pensare, oltre che al mio cornetto al pistacchio, a Leone Ginzburg, il primo marito di Natalia: grande intellettuale ed antifascista, morto in carcere durante la guerra, fece della sua vita una nobile testimonanzia di forza morale, etica, intellettuale e di resistenza. Volle a tutti i costi essere una “persona morale”.

Liceo classico M. D’Azeglio

Passando allora davanti al Liceo classico D’Azeglio – la scuola di Leone e di tanti altri intellettuali che questa città ha coltivato – decido di andarmene al Valentino a fotografare la neve (lo so, la carne è debole) e a cercare di immaginare le lunghe passeggiate di chiacchiere che per questi viali srotolarono insieme Leone e Natalia.

Qualche anno fa lessi l’intervista di Oriana Fallaci  – raccolta in “Gli antipatici” (potete leggerla qui): secondo me l’intervista più bella in assoluto della Fallaci, accanto a quella ad Anna Magnani – in cui Natalia si racconta un poco e alla fine recita la poesia che scrisse subito dopo la morte del marito. Una poesia che si può scrivere solo in memoria di qualcuno che era valso la pena amare, e che può essere scritta soltanto da qualcuno che merita d’esser amato.

Natalia e Leone Ginzburg

“La cosa strana con questa persona, è che ci sentiamo sempre così bene e in pace, con un largo respiro, con la fronte che era sempre stata così aggrottata e torva per tanti anni, d’un tratto distesa (…) questa persona, mentre cammina accanto a noi col suo passo diverso dal nostro, col suo severo profilo, possiede una infinita facoltà di farci tutto il bene e tutto il male. Eppure noi siamo infinitamente tranquilli. E lasciamo la nostra casa e andiamo a vivere con questa persona per sempre.” N.G.

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Sabato. Proseguo con la lettura: è incredibile la selva di personaggi illustri che si incontrano ripercorrendo la vita di Natalia, come se si contassero le biglie di un rosario. Adriano Olivetti, Calvino, Lalla Romano, Umberto Saba, Salvatore Quasimodo, Vittorini, Bassani, Moravia, Sibilla Aleramo, Elsa Morante e così via. Tutti si incrociano, incontrano, imparentano. Quello a cui appartiene Natalia è un mondo ricco di poesia, di scrittura e di intellettuali illustri.

Eppure – pur al centro di questo a volte splendente a volte opaco o doloroso, umanissimo universo – resterà sempre riservata, schietta, gentile, contraddittoria: “c’ era effettivamente nella persona di Natalia Ginzburg qualcosa di disorientante, una costante contraddizione“.

“Sul suo volto” – scrive Mario Fortunato – erano scritti allo stesso tempo, e direi con lo stesso inchiostro, la fanciullezza e la maturità. Un’ingenuità giocosa e semplice con una fiera consapevolezza di sè”: tutto questo io lo ritrovo fedelmente in ciò che Natalia Ginzburg ha scritto, nei suoi libri più belli – “Lessico famigliare“, “Le piccole virtù“, “Un’assenza” i miei preferiti – in cui il detto e il non detto si rincorrono sempre, correndo entrambi – insieme – “nella precisa direzione del vero“, in cui lucidità spietata, quasi crudele, e disillusione sono lo specchio di un nervo forte, coraggioso, sicuro. Che a tratti si perde nelle proprie fantasticherie (“la sognerìa” la chiamava Pavese), per poi caricare a testa bassa, come un toro come un bue, con la sua capacità di svelare e comprendere l’umano.

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Domenica. Mi trovo davanti al civico 7 di via dell’Arcivescovado, Torino: perché qui ha avuto inizio il grande sogno della casa editrice Einaudi. Ferma sul lato opposto della strada, alzo lo sguardo verso le alte finestre bianche che sovrastano il portone blu scuro dell’ingresso: non so chi occupi oggi quelle stanze, ma dietro i vetri spessi e vuoti, attraverso i quali immagino alti soffitti, scorgo le ombre dei “senatori” – i fondatori della casa editrice – che si affacciano e guardano in giù per la via. Immagino i volti seri e beffardi dei fantasmi che l’hanno costruita: Giulio Einaudi, Leone Ginzburg, Cesare Pavese, Natalia.

via dell’Arcivescovado 7

È tutta la settimana che vado alla ricerca degli “indirizzi importanti” di Torino citati nel libro della Petrignani, ed è da qui che comincia il mio ultimo giorno. Sotto lo sguardo nervoso e scorbutico di una vecchina in pelliccia uscita dal portone a fianco, che non sa se considerarmi il palo di una banda criminale o una semplice ficcanaso: ancora non sa che sono entrambe le cose.

In città sono diversi i luoghi che hanno ospitato la casa editrice: la casa di Giulio Einaudi in via Lamarmora 80, ad esempio (vicino alla quale abitava Pavese insieme alla sorella), oppure corso Re Umberto.

Ed è proprio verso il bar-pasticceria Platti che mi dirigo, all’angolo fra corso Re Umberto e corso Vittorio Emanuele II: una sorta di Café de Flore italiano, un pezzo di storia della città, ai tavolini del quale spesso si sedettero Natalia, Calvino, Pavese e tutti gli altri, nelle pause dall’ufficio. Evidentemente una parte di me è convinta che per essere una brava scrittrice occorra, più che scrivere bene, mettere le chiappe dove le hanno messe le grandi scrittrici del passato, perché così come non ho resistito ad ordinare un’omelette al prosciutto seduta sui divanetti del Flore a Parigi – per evocare Simone de Beauvoir – così oggi entro al Platti convinta che questo basti a far di me qualcuno in grado di impugnare una penna e conversare di Letteratura con Natalia Ginzburg, qualcuno in grado di dare appuntamento a Cesare Pavese.

Caffè Platti

Una vecchina elegante e gentile mi accoglie alla cassa e mi permette di scattare qualche fotografia agli stupefacenti arredi e decori, consigliandomi poi una tazza di cioccolata calda “per comprendere meglio il luogo”. Fra tazzine di caffè con panna e porzioni di Sachertorte, fra camerieri stanchi ma allegri e pellicce della domenica, fingo di scrivere e scarabocchiare sul mio quaderno per darmi un tono, per fare la scrittrice al tavolino, e prima di andarmene rileggo uno dei racconti più belli di Natalia – “Ritratto d’un amico” ( in “Le piccole virtù”), scritto per Cesare Pavese – perché so qual è la mia prossima meta, e voglio ritardarla e onorarla insieme.

L’ultima meta di questa settimana dedicata a Natalia Ginzburg è piazza Paleocapa, accanto a piazza Carlo Felice, vicino alla stazione Porta Nuova: la piccola piazza che custodisce l’ultimo sguardo sul mondo di Cesare Pavese, il fumo della sua ultima pipa. Su questa piazza, infatti, affaccia la finestra della stanza dell’Hotel Roma in cui Pavese si suicidò la notte fra il 26 e il 27 agosto 1950.

piazza Paleocapa

La attraverso più volte, mi fermo in un angolo e poi ricomincio a girare a vuoto. Nel libro, Sandra Petrignani racconta di aver visto la stanza, racconta di come nulla – arredi, decori – sia cambiato nell’Hotel e nella stanza stessa, e io mi chiedo se mi ci voglia più coraggio ad entrare all’Hotel Roma oppure a non entrarvi.

Entro. “Sono qui per Cesare Pavese, vorrei dare un’occhiata in giro” – mi sento dire sciatta e senza fiato, volgare e impicciona.

Alla reception mi accolgono, invece, gentili e sbrigativi, e mi lasciano libera di gironzolare per i locali, in preda ad un entusiasmo infantile che si stronca di colpo appena ricordo che cosa è successo e perché sono qui. Mi stordisce l’idea di aver chiesto, per la prima volta, non di Pavese-scrittore (il suo nome l’ho pronunciato sempre e soltanto in libreria, per chiederne i libri) ma di Pavese-persona: che ha preso una stanza d’albergo, che ha gironzolato per queste stanze, che si è tolto la giacca e le scarpe per l’ultima volta.

Hotel Roma

Mi azzardo a chiedere se sia possibile vedere la sua stanza, la (3)46, pronta ad essere cacciata via come una miserabile ficcanaso, ma ancora una volta è sorprendentemente gentile e tranquillo il tono con cui mi si risponde: non oggi, ché la stanza è occupata, dovrò ritornare. Grazie.

Sandra Petrignani, con la biografia di Natalia Ginzburg, ha svelato molte cose e anche questo: che il Pavese delle opere non è il Pavese intero. Un po’ come Hemingway, aggiungerei (che Natalia tra l’altro ha conosciuto a Stresa insieme a Italo Calvino e Giulio Einaudi): entrambi hanno scritto capolavori, ma non si sono rappresentati per intero. Se solo Pavese avesse coltivato nei suoi libri tutta la sua ironia vitale, tutta la sua spavalderia sfacciata, la sua arroganza e la sua operosità: oso sperare al passato, un po’ bruscamente, che forse avrebbe potuto salvarsi, persino da se stesso. Ma questi sono pettegolezzi.

“La nostra città rassomiglia, noi adesso ce ne accorgiamo, all’amico che abbiamo perduto e che l’aveva cara. È, come era lui, aggrondata in una sua operosità febbrile e testarda; ed è nello stesso tempo svogliata e disposta a oziare e sognare. Nella città che gli rassomiglia, noi sentiamo rivivere il nostro amico dovunque andiamo; in ogni angolo e ad ogni svolta ci sembra che possa a un tratto apparire la sua alta figura dal cappotto scuro a martingala, la faccia nascosta nel bavero, il cappello calato sugli occhi. L’amico misurava la città col suo lungo passo, testardo e solitario; si rintanava nei caffè più appartati e fumosi, si liberava svelto del cappotto e del cappello, ma teneva buttata attorno al collo la sua brutta sciarpetta chiara; si attorcigliava intorno alle dita le lunghe ciocche dei suoi capelli castani, e poi si spettinava all’improvviso con mossa fulminea.” N.G.

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Titolo | La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg

Autore | Sandra Petrignani

Casa editrice | Neri Pozza

Pagine | 459

Anno | 2018

 

 

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