La ballata di Buster Scruggs, raccontare il western coi fratelli Coen

La ballata di Buster Scruggs, raccontare il western coi fratelli Coen

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Ammetto di aver invidiato molto l'ugola di Buster

Il western è prima di tutto un tipo di storytelling, un genere (soprattutto) cinematografico nato per raccontare un periodo limitatissimo nel tempo (pochi decenni), con l’intento mitopoietico nei confronti della storia di una nazione. Molte delle cose narrata non sono mai accadute né sono in alcun modo verosimili. Ma la nostra immaginazione ha ormai assimilato come eroi i cowboy solitari ed abilissimi con la pistola, gli indiani senza volto, i fuorilegge con un codice d’onore eccetera. I Coen questo lo sanno benissimo e si divertono a creare le sei storie che compongono La Ballata di Buster Scruggs, da poco disponibile su Netflix. Perché in fin dei conti a nessuno interessa davvero del selvaggio west (inteso come luogo storico e fisico), ma vogliamo il western (come genere).

I Coen non sono nuovi al genere western, sia dichiaratamente, che come modalità narrativa (No Country for old men è un western, sebbene ambientato ai giorni nostri). E con questa serie di storie sembrano divertirsi tantissimo a creare un mondo surreale ed inesistente. I primi due episodi sono quasi grotteschi ed altrettanto irrealistici, rimandando alla tradizione più tipica dello spaghetti western. Musiche, coreografie, personaggi che parlano direttamente in camera, James Franco impiccato due volte. E poi morti ammazzati in maniera del tutto ridicola e casuale. Sempre per ricordare che stiamo parlando di un prodotto e non di un periodo storico, citiamo l’esempio del cowboy menestrello (a cui fa riferimento direttamente il titolo), figura nata negli anni ’30 del Novecento, in seguito ad una serie fortunata di spettacoli.

Dopo questi due primi episodi, però, il tono delle storie vira radicalmente e diventa chiaro quale sia l’intento dei registi. Il western era un periodo/genere in cui si moriva molto, in maniera talvolta imprevedibile. La morte girava a cavallo accanto a te, talvolta nella tua stessa carrozza (abbastanza chiaro il capitolo finale, che si chiama, appunto The Mortal Remains). Quale modo migliore di parlare di ciò di cui da sempre i Coen parlano? E cioè del rapporto dell’uomo col proprio destino. In questo senso, il western si avvicina molto all’idea di epos greco. In fondo, però, è tutta finzione e il nostro viaggio altro non è che quello di un attore su un palcoscenico, come il protagonista dell’episodio Meal Ticket. Solo la morte è reale.

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I due registi prendono a piene mani dai modelli a loro disposizione, alternando tono da spaghetti western al classico racconto di fondazione americano, formando a tutti gli effet una vera antologia del genere. Rimane la voluta sensazione che gli scenari splendidi altro non siano che quinte di un teatro, proprio a rimarcare la non veridicità del genere, e che i personaggi siano modelli più che persone, benché interpretati da ottimi attori, capaci di dare molto con poco (anche in termini di tempo cinematografico).

Rimane infine l’idea che quel mondo, reale o meno che sia, stia per finire, sia in lento ma inesorabile disfacimento. È la modernità che avanza? Oppure è qualcosa di diverso? In questo, il western ritorna metafora per il mondo d’oggi, rivelando le infinite possibilità di questo mezzo narrativo.

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