Il tempio Sikh di Pessina Cremonese | L’India in Pianura Padana

Il tempio Sikh di Pessina Cremonese | L’India in Pianura Padana

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Sono le undici di mattina e piazza Baba Banda Singh Bahadur si sta affollando di turbanti colorati e di vestiti dalle mille fantasie che splendono sotto il sole ancora incerto di una domenica di metà maggio. Traspare negli sguardi gentili degli uomini e nelle occhiate sfuggenti delle donne una sobria perplessità nel vedere degli italiani spaesati attraversare il cortile del tempio Sikh di Pessina Cremonese e iniziare a togliersi le scarpe non capendo bene dove lasciarle e cosa fare.

Sono gli anziani i primi ad avvicinarsi, ci sorridono sotto i folti baffi e le lunghe barbe bianche, ci danno qualche indicazione e, confabulando in lingua punjabi, ci recuperano al volo un giovane bilingue. È infine una ragazza, Pavanit, che ci condurrà alla scoperta del tempio Gurdwara Shri Kalgidhar Sahib, uno dei più grandi d’Italia, edificato nel 2011 e diventato presto il centro della vita religiosa di una vastissima comunità, radicata ormai da due decenni nella provincia di Cremona.

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La prima tappa è il grande salone dove ogni domenica i volontari cucinano il pranzo per tutti i fedeli del tempio, qui veniamo messi a sedere e ci consegnano un vassoio che viene subito riempito di due speziatissime zuppe (daal) di lenticchie e di ceci neri con patate in cui intingere una piadina di pane indiano (parshada). Il pranzo si conclude con lo jlebi, un dolcetto arancione fluo a base di farina di ceci e colorante, fritto e immerso nello zucchero quanto basta per rendere il composto dolcissimo per i nostri palati occidentali. Mentre mangiamo Pavanit racconta del Sikhismo, una religione fondata nel XV secolo dal Guru Nanak Dev Ji per ristabilire l’uguaglianza in un’India dominata dal sistema delle caste. Per questo motivo, al tempio, si mangia seduti per terra come pari ed è per questa idea di uguaglianza tra tutti i fedeli che sono stati adottati i cognomi Singh (leone) per gli uomini e Kaur (principessa) per le donne, abolendo il cognome di famiglia dal quale era possibile risalire alla casta di appartenenza. Il Sikhismo spiegato da Pavanit si fonda sul rispetto per la natura, per questa ragione i fedeli non si tagliano barba e capelli e non mangiano animali. Dall’amore per la terra deriva anche la grande affidabilità dei Sikh nel gestire gli allevamenti bovini, infatti le più grandi comunità indiane si trovano in zone con paesaggio simile alla regione del Punjab e con molte stalle in cui trovare occupazione: il Canada, ad esempio, o la Pianura Padana.

Sazi di zuppe speziate e di fondamenti del Sikhismo possiamo accedere al piano superiore, il vero tempio, e mentre saliamo ci spiegano che è corretto seguire quest’ordine perché un buon fedele deve accingersi alla preghiera solo se non è tormentato dalla fame.

La grande sala del tempio è interamente coperta da tappeti che prima e dopo i riti vengono doviziosamente spazzati dalle donne, mentre i piccoli Singh e le piccole Kaur giocano a ricorrersi e a nascondersi tra i tendoni delle grandi finestre. La celebrazione avviene tra canti religiosi e preghiere al cospetto del testo sacro, davanti al quale i fedeli e i visitatori sono invitati a togliersi le scarpe e comportarsi come in presenza di un persona in carne e ossa. Il testo sacro, infatti, “abita” nel tempio in una sua stanza privata e dopo le preghiere viene riposto su un letto a baldacchino tra drappeggi di stoffe pregiate, al fresco dell’aria condizionata. 

Al termine della celebrazione un fiume di colori e voci scende dalle due scale, quella maschile e quella femminile, per tornare al porticato e al cortile del piano terra che brulica di turbanti e lunghe barbe. Le donne, bellissime nelle vesti leggere e nel trucco rigorosamente abbinato alle tinte degli abiti, si radunano in piccoli gruppi e sfuggono ai nostri sguardi, recuperando di tanto in tanto i figli che corrono e gridano nella grande fontana centrale, svuotata dall’acqua perché “i bambini facevano troppo pasticcio”. Gli uomini, sotto i turbanti, vengono a chiedere se il tempio ci è piaciuto e se abbiamo mangiato abbastanza. Pavanit, impassibile sotto il sole, parla di religione e di cultura indiana, io e lei discutiamo di vita, amore, morte e reincarnazione ed è bello conoscere finalmente la storia e la filosofia di uomini e donne che mi passano a fianco ogni giorno e di cui mi accorgo di sapere davvero pochissimo. Citando a memoria il testo sacro e gli insegnamenti dei dieci Guru, Pavanit ci mostra il braccialetto per la preghiera da sgranare proprio come il nostro rosario e ci invita infine ad assistere all’allenamento di arti marziali (gatka) che si tiene ogni domenica dopo la celebrazione. 

Salutiamo le genti del tempio proprio mentre bambini e insegnanti sono impegnati nei salti e nelle evoluzioni della gatka, che fonde al suo interno combattimento e danza. Lentamente il piazzale Baba Banda Singh Bahadur si sta svuotando e questo concentrato di India padana tornerà domani a popolare silenziosamente i paesi del cremonese, punteggiando il verde della campagna con una miriade di turbanti.

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