Il Kumano Kodo giapponese – 4 | Dal passo di Waraji-toge alla...

Il Kumano Kodo giapponese – 4 | Dal passo di Waraji-toge alla valle di Hongu

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Daru

Il sole alzava appena la testa sopra la cima del monte e la brezza mattutina mi abbracciava portando con sé il cinguettio di qualche uccello e profumo dei cedri. Una sola giornata per compiere la parte rimanente del percorso: su, fino al passo di Waraji-toge per poi scendere, accanto al fiume sacro, sino alla valle di Hongu. È incredibile come dopo qualche giorno di cammino si sia in grado di cogliere l’estrema variabilità della natura: ci si unisce indissolubilmente ad essa, un tutt’uno nel quale monti, sole, luna, cielo, nuvole, alberi, condividono uno stesso spazio, un tempo comune, una medesima prospettiva. Capita così in Giappone: per caso, quando meno te lo aspetti, si apre una porta che svela un giardino segreto. È difficile entrarci. Bisogna imparare ad osservare, stare in silenzio, notare i particolari. Come dicono qui, bisogna imparare a “leggere l’atmosfera”.

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Prima di cominciare a salire, nascosto tra gli alberi, si mostra il santuario di Jagata Jizo, un minuto riparo in legno contenente una statua della panciuta deità e un’antica roccia erosa dal tempo recante alcune incisioni simili alle squame d’un serpente (in giapponese “jagata”). Si narra che i viaggiatori, giunti a questo punto, fossero sopraffatti dai Daru, creature magiche simili a serpenti, capaci di rendersi invisibili, penetrare nel corpo umano ed infliggere una varietà di dolorosi tormenti. Dato che i serpenti sono ghiotti di uova, presso questo tempietto si offrono sin da tempi remoti piccole rocce dalla forma ovale per quietare gli spiriti maligni.  Un’altra leggenda del luogo dice di conservare parte del proprio pasto per sopportare la fatica inflitta dai Daru nel passaggio.

Questo avvertimento, inciso in ideogrammi su una targa e tradotto per gli stranieri, è spaventevole quanto veritiero. Di lì a poco, infatti, ci si inerpica lungo un sinuoso camminamento di ciottoli che conduce al passo di Waraji-Toge. Mi guardo spesso intorno, mano a mano che la distanza dalla meta si fa più breve. Sono giorni oramai che attendo i primi segni della fioritura imminente e non rimango deluso: lungo i costoni della montagna qualche pruno ci delizia col candido bagliore dei suoi petali. L’attesa, che si risolve all’improvviso nel fiorire d’un bocciolo, mi riempie di gioia.  In giapponese Waraji significa sandali in paglia, utilizzati diffusamente sino al secondo Dopoguerra per percorrere lunghe distanze a piedi. Oggi, possiamo vederli perlopiù durante festività ed eventi folkloristici.  I pellegrini spesso portavano con sé più paia di sandali o le noleggiavano dai contadini lungo la via di Kumano. Questo passo divenne celebre, tanto da assumerne il nome, poiché, stando ai locali, qui i viaggatori cambiavano i loro sandali per la prima volta.

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La discesa ridà fiato ai polmoni e ricominciano le chiacchiere e le risate. Così io immagino la ripresa degli schiamazzi dopo la lunga fatica, le corse dei bimbi lungo le carovane, i richiami degli adulti, la crescente agitazione degli anziani nel figurarsi la meta. Qui rispetto all’Occidente, sontuoso e palese, la bellezza si merita ed è il premio d’una lunga e talvolta penosa ricerca, finale intuizione, un possesso geloso.

Il villaggio nella foresta

La strada scende veloce, addentrandosi nel vecchio villaggio di Michinogawa, un insieme di piccole fattorie sorte in questi luoghi in pieno Medioevo per dare sollievo ai pellegrini in marcia. Sopravvisse indenne sino agli anni ’40 del Novecento, quando, a causa di un peggioramento dell’economia locale, le famiglie iniziarono a migrare ed il villaggio andò in rovina.  La foresta inghiottì progressivamente campi e case ma ancora oggi i discendenti dei vecchi abitanti tornano tra questi ruderi in occasione delle festività locali per rendere omaggio agli spiriti dei loro antenati. È convinzione che gli Avi, benevoli spiriti della famiglia, orientino gli eventi e portino prosperità. In questi luoghi la morte è vita e non è strano trovare bimbi urlanti che giocano tra le tombe dei bisnonni o donne che vi chiacchierano felici.

Da questo punto in poi il percorso riprende a salire dolcemente fino al tempio di Hosshinmon-oji e poi si porta giù alla meta, Hongu Taisha, che si situa al centro di una piana sassosa, alla confluenza del fiume sacro Oyunohara col fiume Otonashi. Il tempio di Hossinmon-Oji segnava l’ingresso nella terra sacra del Gran Santuario, un cancello per le anime dei viandanti. Manifestava il risveglio spirituale raggiunto con la catarsi della strada, l’aspirazione alla delizia superiore. Il passaggio di questo portale trasformava la morte del quotidiano nella pienezza vitale della valle della purezza.

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Solo qualche passo più in là si apre in fronte a noi il panorama mozzafiato di Fushiogami Oji da cui i pellegrini potevano scorgere per la prima volta la loro meta. Si dice che Fushiogami Oji riassuma l’intera filosofia di Kumano. Qui, circa mille anni orsono, Izumi Shikibu, una celebre poetessa, iniziò ad avere le mestruazioni. Nella religione giapponese dell’epoca il sangue era considerato impuro, così la donna non fu ammessa all’adorazione presso Hongu. In lacrime, guardando in lontananza la meta, declamò:

“Sotto cieli incerti, il mio corpo,

è oscurato da nuvole alla deriva:

l’ostacolo mensile è cominciato.”

La divinità, però, le rispose:

Come può il divino che mesce la polvere,

esser offeso dal mensile ostacolo?”

La donna fu quindi ammessa alla venerazione.

Ciò che ci dice ancor oggi il mito è che anche gli dei sono soggetti alle impurità: i monaci, da allora, non esclusero più nessuno dalla preghiera e l’apertura e l’accettazione divennero capisaldi della fede di Kumano.

E’ difficile dire cosa provai raggiungendo il Santuario di Hongu dopo quasi 70 km di marcia ma, credo, si possa ben riassumere in una foto che scattai varcando le sue spesse porte in quercia, avvolto dal ticchettio cadenzato di qualche gong rituale. I pensieri e le aspettative che mi avevano accompagnato lungo la strada s’erano, d’un tratto, nascoste, quasi ad invitarmi ad andare oltre. Eppure, avevo trascorso molto tempo in loro compagnia: pensieri d’albe, pietre, alberi secolari; ma anche persone, amici, amore, tutti lì ad affollarsi nella mia testa ad ogni passo.

Ciò che mi insegnava Hongu, in silenzio, è che l’arrivo, infine, è solo il principio, così come un matrimonio che riunisce l’intera famiglia: una vecchia vita che piano cede il passo ad una nuova. 

Si è già, in effetti, di nuovo in cammino, pienamente figli dei passi che lì ci hanno condotto. 

“Ancora vivo,
e il viaggio è al termine
Sera d’autunno.”

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