Il demone e la scrittrice | Come nasce Frankenstein

Il demone e la scrittrice | Come nasce Frankenstein

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Mentre la torta di zucca si sta bruciacchiando in forno, prenoto i biglietti per il cinema di stasera – in tutta Italia daranno Shining versione 119 minuti -, sistemo per casa i ragnetti di gomma comprati da Tiger (al rientro dal cinema realizzerò, sotto infarto, che è stata una pessima idea), rileggo Frankenstein: è la notte di Halloween.

La notte del 16 giugno 1816 fu davvero “una notte buia e tempestosa”.

L’anno precedente il vulcano Tambora in Indonesia, eruttando, aveva sparso per il mondo le sue ceneri e la sua furia: ceneri e furia che, giunte in Europa un anno dopo, trasformarono il 1816 in un anno letteralmente senza estate, assoggettandolo al buio e alla tempesta perenni.

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Quella notte – il 16 di giugno – Mary e Percy Shelley, Lord Byron, JohnPolidori e Claire (sorellastra di Mary e amante di Byron), costretti in casa dal maltempo, si sfidarono a colpi di scrittura, facendo a gara nell’inventare storie di paura e di orrore: ed è durante quella notte che Mary ebbe l’incubo ad occhi aperti attraverso cui Frankenstein conquistò la vita.

Era una notte buia e tempestosa…

“La notte di Villa Diodati fu la scintilla che accese la creatura fantastica di Mary”: Federica Frezza la racconta su youtube (prismatic310) con la sua impronta entusiasta e la sua dolce competenza. La sua voce è stata la scintilla che ha acceso la mia voglia di rileggere Frankenstein e di conoscere Mary Shelley: la sua garbata biografia – scritta da Adriano Angelini Sut, traduttore giornalista e scrittore – me ne ha fatto innamorare (al di là della perdonabile pacchianità del titolo e di qualche errore di stampa).

“Il mondo era per me un segreto che io desideravo svelare”

Conoscere Mary Shelley soddisfa tre tipi di fame.

La fame dell’istinto, anzitutto: che chiede la tensione ed il tragico.

La vita di Mary Shelley è un lungo filo di seta nera che scivola – danza – fra la vita e la morte, la felicità e il dolore, con un’alternanza meccanica e crudele da racconto dell’orrore. Fu davvero una vita “maledetta”: gli aborti, gli scandali, i rancori, i tradimenti, gli abbandoni e la morte l’hanno inseguita con un accanimento feroce da cani da caccia e, così, seguendo il noto copione della “vita che sa superare spesso la fantasia”, la sua biografia è ben più tragica della vita su carta delle sue creature letterarie, ben più orrorifica della storia di Victor Frankenstein.

“Ero maledetto da qualche demonio e portavo con me il mio eterno inferno”

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Conoscere Mary sazia anche la fame dell’intelletto: che vuole il racconto di una vita leggendaria.

La vita di una donna che ad inizio Ottocento sfida le convenzioni sociali (si dice così?) e mette tutto in discussione: per l’uomo che ama, il poeta romantico Percy Bysshe Shelley; e nel lavoro che ama, la scrittura, un mestiere ed un ruolo negati alle donne.

Mary Shelley siede nell’Olimpo della Letteratura, e non solo: ha conquistato lo scranno, da donna, con un romanzo dell’orrore e di (pre)fanstascienza.

“Non ho forse sofferto abbastanza, perché tu cerchi di aumentare la mia sventura? La vita, anche se può essere solo un ammasso d’angoscia, mi è cara, e la difenderò. Oh, Frankenstein, non essere giusto verso tutti mentre calpesti me solo. Ricorda che io sono la tua creatura: dovrei essere il tuo Adamo, ma sono piuttosto l’angelo caduto che tu allontani dalla gioia, senza alcun crimine. Ovunque vedo felicità, dalla quale io sono irrimediabilmente escluso. Io ero benevolente e buono: la sventura mi ha reso un demonio”

Conoscere Mary, infine, risponde alla fame del cuore: aiuta a comprendere più profondamente, a sentire, Frankestein. A sentire il perché dei luoghi – la Svizzera, la Germania,l’Inghilterra…l’Europa intera: il viaggio. E il perché dei temi – la scienza, la meraviglia, la società, il pregiudizio, la compassione, l’alienazione, la responsabilità, l’identità, il destino.

Frankenstein è un classico, un capolavoro: non ha bisogno d’altro che di se stesso per dire. Eppure incontrare Mary Shelley – darle un nome un volto un’identità e una storia: conoscerla – aiuta a comprendere col cuore, a sentire-insieme-a-lei, l’urgenza la necessità di Frankenstein.

“La solitudine è stata la maledizione della mia vita. Cos’avrei fatto se non avessi avuto l’immaginazione come compagna? Forse mi sarei umiliata fino alla morte; o…ma i miei sogni, i miei fulgidi sogni splendenti come il sole. Popolarono sempre quel cimitero in cui ero costretta a vagare”

I suoi tre eterni compagni: la solitudine, la reputazione degli illustri genitori e l’amore per Percy, il “suo divino Percy”.

Figlia di Mary Wollstonecraft, la scrittrice pioniera del femminismo (morta dandola alla luce), e di William Godwin, affermatissimo filosofo radicale, Mary non farà che tentare per tutta la vita di essere alla loro altezza: ed ogni sua conquista – prima fra tutte la stesura e il successo del suo capolavoro – verrà deposta ai piedi dei loro nomi, come un gatto che porti a casa un pipistrello fra i denti, in dono.

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Frankenstein è innanzitutto una “lettera al padre”: ad un padre che la rifiuterà per gli scandali da lei provocati e che lei non riuscirà invece a rifiutare mai. Il lamento del suo demone non è forse il lamento di un figlio non amato, e abbandonato?

“9 gocce di sangue umano, 7 manciate di polvere da sparo, mezza oncia di cervello putrefatto, 13 vermi tombali macinati: ecco pronto l’unguento della sventura di Pecksie. Firmato la Maie e il suo Cavaliere Elfico”

E così arriviamo a Percy, il suo Cavaliere Elfico: il capitolo più importante,accanto a quello della scrittura (e a questo interamente e visceralmente connesso), della sua vita.

Non possiamo misurare col bilancino l’influenza che ebbe Percy nella sua vita e sulla sua scrittura – non conosciamo nemmeno la misura autentica del suo contributo alla stesura e al successo di Frankenstein: ma se pensiamo che alla morte del poeta il suo cuore venne affidato a Mary, che lo conservò per trent’anni in un cassetto del suo comodino (in un’urna avvolta in un foglio dell’Adonis!), possiamo forse intuire il tipo di legame che compose la struttura architettonica di tutta la sua vita, nel bene e nel male.

A quasi duecento anni dalla pubblicazione di Frankenstein (che uscì per la prima volta, anonimo, nel 1818), che cosa resta?

Un demone, per la notte di Halloween.

Una scrittrice, raffinata e di genio, che ha sfidato tutti: “If you cannot be independent, who should be?” le scriverà il padre dopo la riappacificazione; “dritta come una canna”; “algida distaccata e cinica”; celebrata da una corte di illustri spasimanti e dalla critica tanto benevola quanto malevola (“È una donna senza Dio, dall’immaginazione malata e dal cattivo gusto inquinato”).

Una figlia, poi madre a sua volta, che si interroga sulla legittimità del potere, e del diritto, di dare la vita.

Rileggo Frankenstein la notte di Halloween – che qui a Torino, per l’inquinamento e gli incendi affamati, è proprio “buia e tempestosa” come nel 1816 – mangio popcorn al caramello, accendo una lanternina per la mia zucca di cera e ritaglio il ritratto di Mary Shelley dal manuale di letteratura inglese delle superiori, per la mia “Bacheca degli Scrittori”: una donna – l’ultima.

“I miei sogni mi appartengono”

Titolo | Mary Shelley e la maledizione del lago

Autore | Adriano Angelini Sut

Casa editrice | Perrone

Anno | 2017

Pagine | 203

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