I fratelli Michelangelo | Vanni Santoni

I fratelli Michelangelo | Vanni Santoni

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Nella mia sempre parziale conoscenza dei fatti, all’inizio credevo che la messa in scena di tutti i ricongiungimenti familiari problematici – se non prettamente problematici, perlomeno complessi – si condensasse in quella scena dei Tenenbaum dove Margot va incontro a Richie dopo parecchio tempo che non si vedono e prima che uno dei due rompa il ghiaccio, che a guardarli negli occhi capisci avere grossomodo le dimensioni pari a quelle di un iceberg pre-riscaldamento globale, parte una canzone di Nico che, come tutte le musiche di sottofondo che fanno quello che devono fare, ti crea una sorta di splittamento del cervello: per il 50% non vedi l’ora che uno dei due cominci a parlare perché hai già intuito la vena inevitabilmente tragica di tutta la faccenda, per il restante 50% ti allontani un attimo da quello che stai guardando e ripercorri nella mente la vena forse non tragica ma sicuramente caotica che ti riguarda personalmente. “Stai su diritto e fatti vedere bene. (pausa) Che c’è da ridere? (pausa + alzata di spalle) Anch’io sono felice di vederti.”

Non appena ho imparato a concentrarmi, senza interruzioni, per intervalli di 50 minuti (soffro di inattenzione) al film di Anderson sono seguiti, tra gli altri – non ricordo più in che ordine, non credo fosse in realtà previsto alcun ordine – le coralità genealogiche de: Le correzioni, I Buddenbrook, Le strutture elementari della parentela (Lévi-Strauss l’ho tirato fuori a un certo punto per cercare di capire meglio com’è nato il meccanismo iniziale), I fratelli Karamazov, Lessico famigliare, Pastorale Americana, Il Gattopardo, Middlesex, Cent’anni di solitudine… Il penultimo è stato I formidabili Frank, l’ultimo I fratelli Michelangelo.

I padri, quando ci sono e te li senti vicini con tutta la loro irresistibile ingombranza (ma anche quando sono gli unici personaggi assenti) restano i miei preferiti.

Sicuro Antonio Michelangelo c’ha pure una pagina Wikipedia…

Antonio Michelangelo è un padre gigantesco come il secolo che attraversa, il novecento (diciamo più che altro la seconda densa metà): dirigente d’azienda ma anche apicultore, scrittore, regista – più in generale, umanista – santone con annessi scali in India tra guru e randagismo e, soprattutto, abbandonatore seriale di mogli, amanti, figli, lavori, progetti (è anche della bilancia, l’oscillare in decine di direzioni divergenti per poi lasciarle tutte al loro destino credo fosse quindi inevitabile: l’equilibrio è una bugia che continuiamo a raccontarci, soprattutto sul lungo periodo, lo dico da bilancia). Un po’ lo detesti, Antonio Michelangelo, per tutti gli spazi vuoti che lascia dietro di sé, un po’ sorridi rincuorandoti delle sue continue autoassoluzioni perché a volte provano a dipingertelo come una pessima persona, ma tu non ci credi mai fino in fondo.

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A dare il via allo spettacolo è l’invito recapitato da Antonio ai suoi 5 figli (avuti da 4 donne diverse: mogli, amanti) – l’ultimo dei quali da sempre ignaro della parentela, un altro invece misconosciuto, insomma, la situazione non è delle più semplici – per ricongiungersi a Vallombrosa, da più di una generazione nostalgico locus amoenus della famiglia Michelangelo. Sembra ci sarà un’importante comunicazione da fare, o più che altro il sospetto è quello di un finale confronto con l’ingombrante figura paterna: partendo da qui, si inizia dunque ad ascoltare il dipanarsi delle vite di Aurelia, Louis, Cristiana, Rudra ed Enrico.




I 5 fratelli Michelangelo cominciano a prendere parola e a raccontarsi, o a farsi raccontare, ripercorrendo le loro infanzie, le loro ambizioni – raggiunte, in progress o abbandonate – tra difficili tentativi imprenditoriali internazionali più o meno limpidi, performance artistiche che proseguono con parecchi stenti, una spiccata sensibilità (o, in un caso particolare, esagerata repulsione) nei confronti dell’ecosistema, librerie domestiche piene di libri inconsapevolmente ereditati ma consapevolmente letti, domicili sparsi per il mondo, elenchi di parole che esprimono dettagliatamente ogni concetto, tentativi mistici di darsi delle risposte e una generale riduzione delle aspettative rispetto a ciò che si immaginava sarebbe stato il proprio percorso e il proprio appagamento finale.

Ognuno dei fratelli Michelangelo si misura con il proprio passato e fa i conti con ciò che la figura paterna – all’apparenza sempre permissiva, quando presente – ha dato, tolto, e in che misura abbia inevitabilmente contribuito a plasmare la propria personalità e ad orientare le proprie scelte. La concorrenza con la fama paterna era prevedibile, così come era prevedibile l’impossibilità di eguagliarla (ma non è solo colpa vostra, diciamo che erano anche altri tempi e le circostanze ora sono cambiate su larga scala).

I fratelli Michelangelo è un perfetto romanzo famigliare che si sviluppa a intermittenza lungo una linea retta e, tra tutto questo realismo nel quale – a tratti – ritrovarsi, una delle mie scene preferite è nascosta dietro una parete. È viva, fa rumore, si muove, sta creando qualcosa di prezioso prima di essere interrotta sul più bello per non incorrere nel rischio dell’imitazione.

Le famiglie a volte sono dei formicai decisamente sovrappopolati, ma in 600 pagine c’è spazio per tutti, anche per un eventuale salvifico scontro finale.

Un punto zero, eccolo: il babbo vuole mettere in scena noi? E io metto in scena lui. Tie’.

 

Titolo: I fratelli Michelangelo

Autore: Vanni Santoni

Editore: Mondadori

Anno: 2019

Pagine: 609

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