How to Deal with Trauma for Dummies | Mysterious Skin, Scott Heim

How to Deal with Trauma for Dummies | Mysterious Skin, Scott Heim

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Neil appoggiò il gomito fuori dal finestrino, i raggi del sole colpivano in pieno la sua pelle. Era solo giugno, ma stava già cominciando a diventare scuro come la cioccolata. Una similitudine calzante, visto che era uno degli alimenti base della sua dieta. Mentre guidava, scartò un’altra barretta di Hershey mezza squagliata. Ne morse un angolo. Me la mise davanti alla faccia: aveva esattamente la forma del nuovo Stato in cui vivevo. Indicai il centro del Kansas di cioccolato. “Noi siamo qui, bloccati nel bel mezzo dell’inferno.”

Non a caso lo schema del baseball, il più rappresentato e rappresentativo sport americano, isola un giocatore alla volta lanciandolo in solitaria all’attacco della squadra avversaria, interamente schierata. Ci vuole indubbiamente un certo coraggio, lo stesso che la società americana chiede da sempre ai suoi valorosi membri: allontanarsi dalla propria comfort zone, affrontare il mondo completamente soli e tornare a casa nell’unico modo possibile – vittoriosi.

Il nostro eroe che dopo mesi e mesi di esilio necessario torna all’ovile ripercorrendo l’ultimo tratto deserto della sua strada di casa suburbana sporco ferito zoppicante ma ancora sorretto dalle sue gambe con uno sguardo che non è più quello di una volta avendo ormai visto e superato cose che voi umani etc. etc., con una traccia a caso di Springsteen in sottofondo e tutto il vicinato curiosone che in un armonico rallenty abbandona per un attimo il bucato da stendere il lavaggio dell’auto familiare la canna per annaffiare la siepe geometricamente impeccabile – vedo anche distintamente il barboncino bianco del vicino più prossimo che finisce in un nanosecondo di pisciare per mettersi a scondinzolare e abbaiare sguaiatamente alla figura che scorge in lontananza e che identifica all’istante – si ferma e dopo un breve attimo di esitazione lo riconosce e si mette una mano sulla bocca a nascondere la propria sorpresa e la propria, allo stesso tempo, amara e ammirata reazione. Quasi quasi scappa anche una lacrimuccia collettiva e tiriamo tutti un sospiro di sollievo mentre il nostro sempre caro eroe sparge sorrisi e accenni di saluto rassicurante con la mano destra a tutti i volti amici dei vicini di nuovo a lui familiari promettendo silenziosamente di non andarsene mai-mai più.

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L’unica alternativa plausibile a questo trionfo glorioso è elementare: non tornare affatto.

Fin qui, tutto regolare: il nemico è fuori dal vicinato, il nemico è la squadra avversaria.

Succede però che qualche entità non ben precisata ma sicuramente stronza da far schifo ti ha proclamato vincitore puntando il suo gigantesco dito sulla tua testolina 3 secondi dopo la tua nascita e tu ora sei un giovanissimo giocatore di baseball di 8 anni e non sei destinato alla facile gloria del ritorno perché il tuo reale nemico è l’unica mitica e adorata figura autoritaria in cui riponi ogni particella di ingenua fiducia che ti sia possibile riporre sulla faccia della terra: il tuo allenatore. Come minimo ti aspettano anni di confusione, vuoti di memoria, sanguinamenti dal naso improvvisi, dolore fisico diffuso, visioni paranormali, assenteismi sessuali e “perché io-io-io?”.

Il male si avvicina in un interrotto pomeriggio di pioggia, mentre aspetti che qualcuno passi a prenderti per portarti a casa.

E vicino al piede destro c’era una palla da baseball più grossa del normale, sulla cui superficie avevo scritto una parola: ALLENATORE.

Lo scenario del Midwest è sempre uno di quelli in cui fai qualche miglia a Ovest o qualche miglia a Est ma rimani sempre per un pezzo nel bel mezzo del vuoto cosmico – per quanto da qualche parte nel Kansas, detto anche “Granaio d’America”, ci abbiano piazzato anche il Mago di Oz così per dare una spruzzatina di colore giocherellona – in una sorta di immobilità claustrofobica. In questo deserto di possibilità il menefreghismo collettivo stride con il contagio inevitabile che permette alla follia individuale di farsi assorbire da tutte le inizialmente innocenti e sane individualità che tocca o sfiora appena.

Mysterious Skin è quindi la lunga elaborazione di un trauma che parte dai due giovani protagonisti, Neil e Brian, per contagiare tutto e tutti.

'Mysterious Skin', Gregg Araki, 2004

Due adolescenti protagonisti che sorpassano l’evento traumatico comune inventando due modi opposti di conviverci: l’uno trasformando il proprio carnefice nell’unico Grande Amore della sua vita del cui ricordo nutrire ogni turbolenta relazione – fulminea o meno, la voracità nelle relazioni di Neil è paragonabile solo alla voracità di Neil stesso nel consumo di barrette di cioccolato e altre empty calories a scelta, quei prodotti di cui lo spot televisivo coloratissimo e chiassosissimo va in onda dopo il primo tempo del primo film di fantascienza di serie B che vi viene in mente – della propria altrettanto turbolenta omosessualità, l’altro cadendo vittima di periodici buchi neri e epistassi ogni qual volta cerchi di avvicinarsi al ricordo dell’evento traumatico che non riesce mai ad essere abbastanza nitido da poter essere toccato, rappresentando solo la causa delle prime 5 ore di vuoto totale nella mente di Brian che precedono il suo ritrovamento a 8 anni, sanguinante e in stato confusionale, nella cantina di casa – autoconvincendosi di esser periodicamente la vittima prescelta di rapimenti alieni e altre stramberie parapsicologiche annesse.

La rimozione come incomunicabilità dei vissuti personali.

'Mysterious Skin', Gregg Araki, 2004

La ricerca della verità necessaria porta Neil e Brian ad un ricongiungimento e ad una finale confessione esplicita da leggere a piccoli morsi – è talmente dolorosa che è necessario intervallare la lettura a brevi pause durante le quali si consiglia di accantonare un attimo il libro lì, di getto, in un angolo, alzarsi, uscire dalla porta di casa, prendere un’ampia boccata d’aria mentre si fa il giro del vicinato a passi lenti scambiando due chiacchiere – due nel vero senso della parola, ci mancherebbe – con il conoscente che passa di lì per caso per poi ritornare a proseguire nella lettura perché non si può farne a meno.

Non si può farne a meno perché è un racconto doloroso e fastidiosissimo come lo stridere delle unghie sulla lavagna lungo una decina d’anni a cui non puoi smettere di porgere l’orecchio perché ciò che succede lo si capisce fin dall’inizio ma si vuole proseguire nella lettura perché si vuole sapere tutto. Si vuole sapere tutto perché è uno schifo, sì, ma uno schifo raccontato in maniera così poetica e allo stesso tempo asciutta e sensibile, senza alcuna drammaticità, che non avrei mai pensato fosse possibile.

Tutto bene, Neil e Brian si sono detti tutto, sono seduti comodamente sul divano del loro primo incontro toccati da una luce che riflette fastidiosamente sulle loro cicatrici evidenti – forse pensano al futuro perché il futuro è il loro premio di consolazione.

Potremmo andare tutti insieme al Cosmosphere.

Titolo | Mysterious Skin

Autore | Scott Heim

Anno | 2011 (1995)

Editore | Playground

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