#GiveMe5 (Rolling Thunder Revue Edition) | Vol. 157

#GiveMe5 (Rolling Thunder Revue Edition) | Vol. 157

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Locandina del film di Martin Scorsese sulla Rolling Thunder Revue di Bob Dylan

“La vita non è trovare te stesso, o trovare qualcosa in generale. La vita è creare te stesso.”

È passata giusto una settimana dall’inizio della rassegna che come ogni estate illumina le notti di Bologna, in Piazza Maggiore, e quest’anno Il Cinema Ritrovato è cominciato col botto: la proiezione della nuova fatica di Martin Scorsese, un documentario dedicato al circo sgangherato della Rolling Thunder Revue – un tour immaginato, scritto e diretto da Bob Dylan tra il 1975 e il 1976. L’avevamo appena visto su Netflix, d’accordo, ma – come sarebbe stato poi per Roma di Alfonso Cuaròn – l’impatto dell’opera su quel meraviglioso schermo gigante ne è uscito decuplicato.

Un film splendido, eccitante e giustamente casinista, che, insieme alle tre ore e mezza di No Direction Home dello stesso Scorsese, va a ricostruire una versione coerente (solo una delle tante possibili) del quindicennio d’oro – quello che discograficamente va dall’esordio omonimo a Desire, portando con sé almeno tre o quattro rivoluzioni culturali – del più influente autore di canzoni del Novecento. E d’altra parte, come scrivevano secoli fa su un numero del Mucchio Extra, Bob Dylan è così fuori categoria che, se la raccolta di scarti e versioni alternative The Bootleg Series Volumes 1–3 fosse stata opera di qualche altro songwriter, questo sarebbe stato il secondo migliore in assoluto dopo di lui.

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“C’è la scena di una ragazza che piange, alla fine di un concerto. Avere qualcosa di così toccante, che ti emoziona così tanto – quella cosa era reale in quell’esatto momento – non è una cosa che si possa ignorare: se una cosa può emozionarci e farci pensare – anzi, farci sentire ancor prima che pensare – allora è da preservare, per ricordare al pubblico di oggi lo spettro di ciò che è possibile.” (Martin Scorsese)

Cos’è la Rolling Thunder Revue? Una reazione, prima di tutto. Una reazione alla grandeur del tour negli stadi che l’anno precedente ha sancito il ritorno ai concerti di Bob Dylan dopo otto anni di assenza, un grande successo – che si può ascoltare nel doppio live Before The Flood – di cui Dylan si stanca presto: ha bisogno di stimoli, di elettricità, di eccitazione. E una reazione all’atmosfera grigia e priva di sogni dell’America di Nixon e del Vietnam, che aveva provato a spegnere – con successo, gliene va dato atto – un’intera generazione in pochi anni.

È così che comincia la Commedia dell’Arte dylaniana: caricando su un furgone figure chiave della controcultura e della canzone dell’epocaAllen Ginsberg e Patti Smith (allucinata, giovane e bellissima), Sam Shepard (l’attore/scrittore che teneva un diario di bordo del tour) e Joni Mitchell, Joan Baez (memorabile, quando si trucca come Dylan e balla scatenata) e Roger McGuinn dei Byrds. E poi alcuni personaggi improbabilissimi che non si possono veramente immaginare in un altro decennio, come la violinista dark Scarlett Rivera.

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Joan Baez e Bob Dylan nella Rolling Thunder Revue
Joan Baez, Bob Dylan: indovina chi?

Si parte con una prima leg di 25 concerti tra ottobre e dicembre 1975, organizzati in posti minuscoli se paragonati al successo commerciale di Dylan, e infatti la Rolling Thunder Revue sarà il migliore e più donchisciottesco degli insuccessi: le performance vengono annunciate solo pochi giorni prima, a volte il nome di Dylan viene cancellato dal cartellone, la promozione è semplice volantinaggio. Pensate a quanto sia inimmaginabile questa cosa oggi, dove anche il più sfigato dei musicisti è un brand, una macchina promozionale infernale che non può muoversi al di fuori delle logiche consumistiche e della combo fatale Spotify/Youtube/Instagram/Facebook – “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, scriveva Mark Fisher.

Proprio per questo, la Rolling Thunder Revue è una meraviglia assoluta: la qualità delle performance è stellare (i pezzi sono così perfetti che il musicista può permettersi di riarrangiarli letteralmente come vuole) e Dylan – che nel film suona e canta letteralmente ovunque e con chiunque, tra case, hotel, sale da bingo, carceri, van, palchi – è iper-anfetaminizzato dalla musica come forse mai prima o dopo, in un modo che – per chi lo conosce solo come icona da-libro-di-storia – è veramente difficile immaginare. E il pubblico è travolto da quel senso di selvaggia libertà emotiva che promana dal più magnetico dei performer, come quella ragazza di cui diceva Scorsese qui sopra.

Sharon Stone con Bob Dylan
Just Like A Woman, scritta per Sharon Stone. Oppure no.

Ma Dylan è Dylan, imprendibile come sempre. Non a caso, una delle opere più riuscite che provano a raccontarlo è I’m Not There di Todd Haynes, in cui sette attori diversi (pure Cate Blanchett, mostruosa) interpretano l’uomo di Duluth oppure personaggi o atmosfere di sue canzoni oppure ancora qualcosa della sua mitologia. A raccontare la magia di una sua idea non basterebbe un semplice documentario, pure pescando fra le decine di ore di splendido girato d’epoca; Scorsese lo capisce subito, che ci vuole pure qualcos’altro, qualcosa di più dylaniano.

E dunque il regista, che è uno che il senso della musica l’ha colto come forse nessun altro al cinema, riempie il film di invenzioni narrative: non vi faremo spoiler – a parte uno, d’accordo, che vedete già nell’immagine qui sopra: Sharon Stone diciannovenne in quel tour non c’è mai stata, Dylan non ci ha mai provato con lei né è stato a vedere un concerto dei Kiss, e quello che vedete è un fotomontaggio – ma se volete scoprire tutte le cose mai accadute e i personaggi inventati di sana pianta c’è pur sempre questo bigino di Rolling Stone. Appropriatamente sottotitolato A Bob Dylan Story, il film di Scorsese coglie allora l’essenza profonda di Dylan: l’unico modo per ascoltare una verità da qualcuno è lasciare che indossi le sue maschere, lasciargli raccontare la sua versione della storia.

Una storia che vi raccontiamo anche noi, però a partire dalle canzoni: ne abbiamo scelte cinque per la playlist qui sotto, tutte ripescate dal quinto volume delle stratosferiche Bootleg Series – anche qui: nessun altro autore potrebbe permettersi di raccontare la propria intera carriera in parallelo alla discografia ufficiale. Stateci, fan di Springsteen.

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Bob Dylan, Bootleg Series Vol.5, Rolling Thunder Revue

C’è l’hard blues di una A Hard Rain’s A Gonna Fall lontana anni luce dal folk austero dell’originale di dodici anni prima, con l’elettrica di Mick Ronson a fuoco (anche qui l’Apocalisse è immanente, ma è come se invece che con lo sguardo fiero la si affrontasse ridendole in faccia e caracollando ubriachi); ci sono una Simple Twist Of Fate acustica che silenzia il vociare del pubblico in un istante e una Just Like A Woman in versione torch song.

C’è la storia di Rubin Carter raccontata in Hurricane, la canzone che contribuì a far luce sul caso dell’ennesimo afroamericano – a questo giro, un pugile di fama e talento, di cui si racconta anche in un libro appena uscito in Italia per 66thand2nd – condannato al carcere per un omicidio che non aveva commesso; c’è la catarsi finale di Knockin’ On Heaven’s Door, che Dylan canta con una rabbia gioiosa (o una gioia rabbiosa, funziona comunque): le vene del collo gonfie, gli occhi che paiono esplodere dalle orbite. Sono esecuzioni memorabili e selvatiche, che travolgono anche l’autore, oltre che il pubblico: da lì, per sempre elettrificato, non scenderà più da un palco e suonerà una media di cento concerti l’anno, fino ai giorni nostri. Perdendo un po’ alla volta la voce, ma mai la voglia di farla sentire, di stupire, di cambiare.

“Ma che dire della catastrofe in sé? È chiaro che il tema della sterilità [raccontato nel film I Figli degli Uomini, ndr] va letto metaforicamente, come allusione a un altro tipo di ansia. Quello che sostengo è che quest’ansia vada letta in termini culturali, e che il film [di Alfonso Cuaròn] ponga la seguente questione: senza il nuovo, quanto può durare una cultura? Cosa succede se i giovani non sono più in grado di suscitare stupore?” (Realismo Capitalista, Mark Fisher)

Cosa resta della Rolling Thunder Revue? In un’epoca di celebrazioni stanche di anniversari, ristampe, eccetera (ragazzi: chissenefrega se Unknown Pleasures è uscito da quarant’anni esatti, riprendiamoci il presente), quando Scorsese chiede al Dylan di oggi cosa sia rimasto di quella cosa meravigliosa che si era inventato al volo, lui risponde: “niente. Ceneri”. Per lui era un sogno, un’idea da inseguire e che considerò finita dal giorno dopo: he’s not there, come sempre.

Non è vero, ovviamente. O meglio, potrà essere in parte vero per lui, ma un documento del genere – pure se arriva da un altro feudo corporate come Netflix: un altro bel cortocircuito, eh? – è importante per noi che lo guardiamo oggi, travolti dal cinismo di un tempo che pare stare alla fine della Storia e in cui non sembra esserci spazio per l’imprevedibile: in fondo era l’altroieri, neanche mezzo secolo fa, e ci dà la spinta per immaginare qualcosa di nuovo, uno spazio altro, che sia solo e soltanto nostro. Qualcosa che somigli a un senso per il futuro.

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