#GiveMe5 (L’erba della Vicina Edition) | vol. 124

#GiveMe5 (L’erba della Vicina Edition) | vol. 124

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Klaus Kinski in Fitzcarraldo - via Indiewire

 Tu come fai?

A vivere tra cemento e asfalto, o meglio, come fai a sopravvivere squadrato come un condominio? Tra edifici, che, per quanto possano essere splendidi esempi di abbarbicati medievali o di raffinati e ariosi palazzi ottocenteschi, sono più o meno dello stesso taglio, dello stesso colore, delle scatole.

Sei costretto a guardare in verticale, perché l’orizzonte ti è precluso o incanalato in un dedalo di vie, incroci, vicoli, ed io non amo esser costretta, mi manca il respiro.

Non dirmi che ci sono le aree verdi in città, non parlare come un burocrate. Non ho bisogno di una sorta di grande campo da calcio ben pettinato con qualche asfittico alberello, io devo combattere l’odore di stazione e fuliggine,  il grigiore della città con il verde del mio giardino.

Non è tecnicamente mio, ma ci sono luoghi – diceva Bassani–  “…dove si trovarono molte risorse interne per sperare e resistere, sono proprio quelli a cui ci si affeziona di più “. 

Un rifugio all’ombra del viale di gelsi e dell’esangue melograno, con un tappeto di Hypericum giallo sulfureo a sud e avvolto dal profumo di gelsomino e fichi maturi d’estate e calicanto nelle notti d’inverno. La bignonia rincorre e soffoca la voluttuosa fioritura del glicine, lungo la vecchia cancellata. Da bambina sfidavo queste piante, se fossi arrivata per prima alla casa, sarei cresciuta più di loro.

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Ho vinto, allampanata e pallida come l’erba della Pampas che ondeggia mollemente al vento. Dolce color albicocca che si scalda al sole per i muri della casa anni 20 e verde vagone per le persiane, accostate nei caldi pomeriggi estivi per ritrovare la penombra crepuscolare, tipica piemontese.

Contro il logorio della vita moderna, senza amaro al carciofo, tu come fai? Mi rispondi dopo, ora seguimi.

 

Bruno Martino – Estate

L’estate italiana con il suo mortale fascino: il tetris per i bagagli in auto, richiamare l’ACI per accertarsi di lasciare alle spalle l’aria depressionaria di 182 mb, i panini per il tragitto ( il prosciutto da Gino, perché ha tutto un altro sapore) il friccicorio effimero per la vicina d’ombrellone e la sabbia in ogni orifizio possibile. E la chiamano estate?

Nel mio buen retiro al mattino risuonava la mia richiesta querula di succo di frutta e un disco: quello di Bruno Martino.  L’atmosfera pastosa di un questo leggero jazz-pop, un acquerello spesso dimenticato e reinterpretato su tutti da:  Jao Gilberto, Chet Baker, Michael Petrucciani o nostrani come Mina e Vinicio Capossela. Un caldo appiccicoso, saturo di saturo di iodio, frittura di pesce e crema protezione 50+.

 

David Sylvian – Nostalgia

Sdraiata nel prato, con la luce fluttuante che traspare dalle trame delle lenzuola stese al sole, ci sono i toni languidi e rarefatti di Sylvian, in fase di transizione tra l’uscita dai Japan e la figura di poeta inteso ed ermetico che sarà in Secrets of the Beehive.  Una spiritualità un po’ indolente forse, ma non new age. Un riverbero, un gas dilatato in una dimensione sconosciuta, ma libera di vagare tra il sogno impossibile di recuperare il passato e il desiderio di purificarlo dalle scorie dei rami secchi.

Voices heard in fields of green
Their joy their calm and luxury
Are lost within the wanderings of my mind

 

Cocteau twins – Cherry coloured funk

Da bambina studiavo la famiglia e gli altri animali  come lo schermirsi con timida pudicizia di mia zia, colta nel pittarsi le labbra o le unghie di rosso pur rimanendo a casa. Rosso, come le ciliegie che volevo raccogliere dal vecchio albero, con un retino di stoffa leggero come quello per le farfalle.

Una carezza dream-pop della band scozzese, ritmi fluidi come i gesti che mi insegnavano come staccare i frutti dall’albero. La voce di Liz Fraser (per intenderci canterà Teardrops dei Massive Attack) fragile e magnetica viene enfatizzata dall’eco di chitarre. Il trip hop sta per nascere, ma forse nemmeno la voce di Beth Gibbons dei Portishead suscita lo stesso stupore o richiama il medesimo irreale. Un sussurro delicato, qualunque cosa più forte di un sospiro, ci allontanerebbe da quella dimensione, lasciandoci forse solo consolanti souvenir.

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Kings of Convenience – Boat Behind

Sembra tutto pervaso da un afflato agevole e un po’ indolente, ma fare il giardino è un atto di coraggio e dedizione.  Ci vuole conoscenza nei confronti della vegetazione, ostinata determinazione e moderazione con un senso di furbizia di sottofondo per rispettare i tempi e gli spazi della maturazione.

Alle spalle dei cespi di insalata vicino a qualche rosa in fiore e file di pomodori, resiste un po’ fuori posto una barca, la Passepartout, creazione di un padre inquieto e un po’ marinaio e materializzazione di un detto locale esser una barca nel bosco. Non trovava un luogo per il disarmo, ma approdata su coste aliene, ha firmato la sua Declaration of Dependence, come il duo di Bergen.

Dai giardini Iperborei del Nord, la poesia delle piccole cose (forse di cattivo gusto) con viola e contrabbasso, un pop più solare e dallo sguardo dolce rispetto al tono intimamente malinconico dell’album. Intreccio di voci e relazioni che sfidano la complementarietà.

So we meet again after several years
Several years of separation
Moving on, moving around
Did we spend this time chasing the other’s tail? 

 

Legião Urbana – Tempo perdido

Nell’86 viene alla luce Dois della band brasiliana Legiao Urbana. Renato Russo, una delle voce principali della sua generazione Coca- Cola, offre un quadro agrodolce del senso di smarrimento all’indomani della fine della dittatura militare nel suo paese. Una libertà appena conquistata che scaraventa il Brasile nel “decennio perduto”.  Energia rabbiosa che scorre in ogni nota suonata e lirica cantata, influenze smithiane e della new wave inglese, un’angoscia che perseguita molti: la paura di sprecare le proprie vite, ma trova un rifugio.

Io il mio l’ho trovato e tu?

Então me abraça forte
E diz mais uma vez
Que já estamos
Distantes de tudo
Temos nosso próprio tempo

 

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