#GiveMe5 (Club to Club Edition) | Vol. 161

#GiveMe5 (Club to Club Edition) | Vol. 161

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Club To Club 2019

Aphex Twin, Thom Yorke, Kraftwerk, Franco Battiato, Nicolas Jaar, Jamie xx, Flying Lotus, Dj Shadow, Grimes, Arca, Autechre, Beach House, Animal Collective, Blood Orange, The Knife, Fever Ray, Caribou, Jon Hopkins, Apparat, FKA twigs, Kamasi Washington, Swans, Liberato, Run The Jewels, Nils Frahm, Darkside, Fuck Buttons.

Non che il namedropping sia il modo migliore per cominciare un articolo, ma a passare in rassegna almeno un po’ degli artisti che si sono esibiti in questi anni al meraviglioso Club To Club di Torino – festival di elettronica, avanguardia pop e dintorni che è ormai un’istituzione di livello internazionale – c’è davvero da mettersi le mani nei capelli. Tanto più per chi come me ancora non ha avuto modo di andarci, mancando per un soffio lo show enorme di Richard D. James del 2018 (e c’era da aspettarselo, accidenti: il comeback Collapse EP era riuscitissimo).

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Quest’anno la rassegna torinese non sembra proprio da meno delle scorse edizioni, almeno a guardare le prime infornate di nomi di grosso e medio e piccolo calibro che si alterneranno sui palchi del Lingotto, dell’OGR, di Venaria Reale e di Porta Palazzo tra il 30 ottobre e il 3 novembre.

Grandi ritorni, come quelli di James Blake, Battles e Chromatics; nomi nuovi e già imperdibili, come il duo Nu Guinea (che con il notevole Nuova Napoli, lo scorso anno, ha fatto il botto), i folgoranti Black Midi e slowthai; classici contemporanei come The Comet Is Coming, Holly Herndon e Floating Points. E il resto non è certo mancia, tra Flume, Sama, Napoli Segreta, Let’s Eat Grandma, Kelsey Lu e molti altri ancora (non vi perdete il trailer).

E dunque: visto che di Blake abbiamo già parlato su SALT (quanto era piaciuto The Colour In Anything a Francesca, tre anni fa!) e che l’ultimo album di Herndon, Proto, mi ha spinto qualche settimana fa a tirare in ballo le riflessioni sulla tecnologia di Werner Herzog in persona, per questo primo giro nella lineup del Club To Club 2019 abbiamo scelto cinque altre cose.

Cinque cose che, da sole, sarebbero bastate a convincerci a comprare un biglietto di sola andata per Torino.

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Into The Black | Chromatics (5:23)

“Drive vivrà per sempre perché si muove su temi familiari cui siamo stati esposti a lungo ma ancora rimane fresco. Il blend di nostalgia sonica e visuale rielaborato in chiave contemporanea è sempre micidiale” (da un articolo di Vehlinggo, questo)

Il 21 giugno scorso, Piazza Maggiore a Bologna si è riempita di migliaia e migliaia di persone per il rito collettivo del Cinema Ritrovato, che quella sera prevedeva la proiezione di Drive, capolavoro neo-noir di Nicolas Winding Refn, classico di culto del cinema di questi anni Dieci.

Dopo quel film il regista danese non ha più saputo/voluto trovare l’equilibrio tra forma e sostanza (spoiler: la sua serie Amazon Too Old To Die Young è veramente un ottimo sonnifero), ma Drive – rivisto anche a diversi anni di distanza – rimane un’opera straordinaria per la capacità di creare un mondo parallelo al neon, romantico e violento. Una coperta calda in cui avvolgersi completamente e in cui la colonna sonora – che gronda synth e anni Ottanta – gioca un ruolo fondamentale.

Ecco: dentro la soundtrack, proprio nella stratosferica scena iniziale, trovate pure i Chromatics, con il loro consueto soundscape pop notturno, malinconico, stilosissimo (che in pratica sono le tre parole con cui si potrebbe riassumere l’intera pellicola); retromaniaco, d’accordo, ma anche inimmaginabile nei veri eighties: la si potrebbe definire musica da un passato mai esistito.

Per questa playlist, invece, scegliamo la cover di Hey Hey My My di Neil Young, che stava proprio in apertura del magnifico Kill For Love del 2012. Evocativi, cinematografici, onirici: non a caso se ne accorgerà pure David Lynch per la sua terza stagione di Twin Peaks.

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Blood Of The Past | The Comet Is Coming feat. Kate Tempest (8:15)

imagine a culture that has, at its root
a more soulful connection to land and to loved ones
but I can hear the lie before you speak
there is nothing but progress to eat
and we are so fat and so hungry
and the black wrists are cuffed in the pig van
while the white shirt and tie in the tube car, distractional picture

Per me è impossibile parlare di musica di oggi prescindendo da due figure come Shabaka Hutchings e Kate Tempest. Il primo regala squassanti groove funk-jazz, la seconda un poetico, inarrivabile conscious hip-hop urbano; entrambi fanno muovere il pubblico dai piedi alla testa, riflettendo sulle storture della società britannica contemporanea.

Ebbene: nell’ultimo lavoro a nome The Comet Is Coming, trio sci-fi fusion (scusate la parolaccia) di Hutchings, c’è un brano epico di otto minuti che si chiama Blood Of The Past, facilmente il migliore in scaletta, con un intervento vocale di Tempest. Il basso induce a un headbanging in moviola, il sax di King Shabaka squilla, scalcia, strilla; e poi lei, imperturbabile, ci butta in faccia in un poemetto tutta la grande illusione della nostra bolla quotidiana.

“La totale assoluzione di questi tempi è irreale”, canta Dino Fumaretto nell’ultimo Coma. E questa è musica incendiaria – hardcore jazz suona meglio? – fatta apposta per combattere l’intorpidimento, l’assuefazione.

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953 | Black Midi (5:21)

“Se cominci a suonare con l’idea di diventare una cosa specifica, ti stai già infilando da solo in una nicchia. Non vogliamo essere uguali fra due mesi, o fra quattro o fra sei. Non vogliamo diventare… compiacenti” (da un’intervista a Crack Magazine, questa)

Nonostante i Black Midi siano ben poco addentro alle questioni di autopromozione da social network, la loro origin story è a grandi linee rintracciabile nella famosa (famigerata?) London School for Performing Arts & Technology, istituto da cui sono saltate fuori star interplanetarie come Amy Winehouse o Adele e grandiosi talenti come King Krule e Loyle Carner.

Eppure, nonostante la scarsa visibilità, è bastato il passaparola a mettere il nome del giovane quartetto britannico sulla bocca di tutti.

Schlagenheim è il loro album d’esordio ed è una boccata d’aria fresca per il rock contemporaneo. Proprio perché non è semplice rock, di fatto, ma un’infinità d’influenze diverse montate insieme con la fame, il ghigno, la serietà assoluta dei vent’anni: c’è il post-punk e ci sono i This Heat (il canto ampio e sguaiato è praticamente quello di Charles Hayward), ma pure il noise e il funk e il post-rock.

Soprattutto, si sente una insopprimibile voglia di muoversi continuamente e scoprire nuove possibilità suonando in sala prove uno davanti all’altro.

Qui vi facciamo ascoltare 953, bomba piazzata strategicamente in apertura del disco, ma avremmo potuto mettervi quasi qualunque altro pezzo. Perché magari non ogni istante di quest’opera è indimenticabile, ma l’intensità che ci mettono Geordie, Matt, Cameron e Morgan decisamente sì. Aspettatevi di esserne travolti, al Club To Club.

Atlas | Battles (7:07)

“Marc Bolan potrà pure essere morto, ma i Battles possono ricostruirlo. Hanno la tecnologia”

Mai stato un fan di Pitchfork, eh, però la recensione da 9.1 del primo album dei Battles si apriva in maniera memorabile. Del resto, per quanto a me non siano mai davvero arrivati al cuore, non si può dire che Mirrored non sia stato un album centrale nella scena alternativa degli anni Zero, un’avanzatissima take sul tema della tecnologia applicata alla musica suonata con le mani.

Difficile non utilizzare la definizione super-gruppo per un progetto come i Battles, visto il background del chitarrista Ian Williams (già nei mastodontici Don Caballero) e del batterista John Stanier (nei professoroni crossover metal Helmet e poi con Mike Patton nei Tomahawk); della partita, almeno all’inizio, anche il bassista Dave Konopka e Tyondai Braxton (anche lui figlio d’arte).

Il risultato? Musica ipertecnologica, millimetrica e coloratissima, come gli Animal Collective di Strawberry Jam beccati in laboratorio a giocare con pezzi di Lego math-rock. Da allora, una strada tutta in discesa; per voi Atlas, il loro superclassico.

Doorman | slowthai (3:04)

“La visione della Gran Bretagna del 2019 che emerge dall’album è avvincente, potente, profondamente cupa: divisa, selvaggiamente diseguale, l’estrema destra un fatto della vita quotidiana piuttosto che un aspetto secondario. slowthai è chiaramente pronto a giocare con l’immaginario in modo conflittuale e c’è un evidente senso di “stato della nazione” in Nothing Great About Britain. Ma dipingere Frampton come un semplice cronista dei suoi tempi sembra leggermente riduttivo, anche perché questa definizione ignora quanto il ragazzo sappia essere divertente” (da una recensione del Guardian, questa)

Diciassette tracce e cinquanta minuti di musica senza sosta. Il biglietto da visita di Tyrone Frampton, dopo tre anni di singoli, è un album bruciante che è pure una radiografia della Gran Bretagna di oggi. E d’altra parte il disco doveva uscire proprio in contemporanea a Brexit: poi tutti sappiamo come (non) è andata a finire con quella faccenda, e allora pure lui s’è preso qualche mese in più per far uscire Nothing Great About Britain.

Carica formidabile, inesauribile talento nella costruzione di personaggi e tirate su diseguaglianze socio-economiche e nazionalismo, a partire dal tiratissimo singolo electro-punk Doorman, che nella mia testa va ascoltata in parallelo a Flipside degli Sleaford Mods (mai così attuale, con quel “Graham Coxon looks like a left wing Boris Johnson”) – lo spirito bombarolo è lo stesso, ma vent’anni di meno sul groppone si sentono tutti.

Magari non rappresentativa di tutto il mondo slowthai, perché quest’album è un frullato di generi e atmosfere e umori: ma che botta, Gesù.

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Cosa: Club To Club Festival 2019
Dove: Torino, Lingotto Fiere / OGR Torino / Porta Palazzo / Reggia di Venaria Reale
Quando: 30 ottobre – 3 novembre
Biglietti e abbonamenti: https://bit.ly/2KcJgT8

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