Give Me 5 (Belle Cover Edition) | vol.24

Give Me 5 (Belle Cover Edition) | vol.24

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Settimana 19 - 25 ottobre

Viviamo in un’epoca di replicanti, in cui tutti facciamo di fatto le stesse cose e le sottoculture sembrano emergere, ma in realtà spariscono. Tutti “apparteniamo”, tutti ci “identifichiamo”, tutti siamo consulenti, avvocati, ingegneri, medici, designer con il papà sottoproletario che sbarca il lunario assieme a Jurij Gagarin, o ancora rockabilly, punkabbestia, hipster, paninari, sancarlini, pariolini, metallari, gabber, comunisti, post-comunisti, fascisti, neofascisti, neonazisti, neomamme, anarco-insurrezionalisti con la passione per il burraco; ma siccome in verità non apparteniamo a niente, e non ci identifichiamo in una sega, non ci resta altro che comprare cose a valanga, in modo compulsivo, per sentirci unici, inconfondibili e riconoscerci. Sia mai che un mattino passando di fretta davanti allo specchio non ci si imbatta in uno sconosciuto qualunque, – “buongiorno” – “buongiorno a lei”.

Interessi e acquisti che servono per perimetrarci, sai, tipo la figura umana per strada fatta con l’adesivo, dopo gli incidenti: biglietti del concerto ricercato, biglietti per quel viaggio alternativo, disco semisconosciuto ché se becco qualcuno che mi dice “ah, sì! ce l’ho anch’io! bellissimo!” gli taglio la gola, libro usato in edizione introvabile che il precedente proprietario usava per tenere fermo il tavolo. Quanti sforzi per renderci interessanti agli altri. Agli altri, sì, ma anche a noi stessi. Ché almeno gli altri non hanno a che fare con noi 24 ore al giorno. Ma noi, noi che ci facciamo con noi tutto il tempo? Raccontami qualcosa, perdio. Lo vedi? Non mi ascolti più quando ti parlo. Lo vedi? Fai finta di annuire, ma stai pensando a tuttaltro. Lo vedi? Tornatene da tua madre. Io non ce la faccio più a stare con te.
“Come ti va la vita, Jay?” “Mah, ieri mi sono chiesto il divorzio”.

Per essere davvero alternativo, ti resta solo andare in giro vestito da betulla.
Insomma, potremmo stare qua a fare una corposa indagine sociologica a riguardo, di quelle che ci piacciono tanto a noi (tipo questa o questa, o anche questa), ma bando al pippotto. Sto incipit molto confuso sul concetto di replica, omologazione e diversità nel mondo del web 2.0 e della realtà aumentata in cui tutti stiamo un po’ più stretti, mi serviva solo per dire che oggi si fa un #GiveMe5 sulle cover.

Sul serio? Tutta sta menata per dire che nella playlist ci sono 5 fottute cover? Mmm, sì. Vabbé, era un bel discorso, dai. Hai capito?: i replicanti, l’uniformità, l’egalité del consumismo, il fatto che tutti siamo davvero uguali solo nel momento in cui compriamo e… le cover. Capito, no? In qualche modo, sono una speranza le cover. Fare diversamente una cosa uguale. È uno spiraglio, no? Una testimonianza di salvazione.

Il mondo è bello perché cover. Fate le cover, non fate la guerra. Porgi l’altra cover.
In Svizzera se butti una cartaccia per terra ti fanno la cover.

 

Chromatics | I’m On Fire

Bruce Springsteen, anche noto come il Ligabue del mondo, in una versione molto molto apprezzabile dei Chromatics. Essenziale e romantica. Il modo migliore per dire che sei più in foia di un beluga, ma con grande delicatezza.

Dum Dum Girls | There Is a Light That Never Goes Out

Ci sono rimasto sottissimo ultimamente con questo fantastico gruppo californiano composto di sole ragazzacce. I motivi sono 3:
1. Il loro nome è (anche) un tributo a Iggy Pop (Dum Dum Boys)
2. Fanno un indie-punk-pop (un che?) micidiale
3. Foto

dum-dum-girls
Le Dum Dum Girls fanno un indie-punk-pop davvero micidiale

La loro versione di There Is a Light That Never Goes Out è sporca, sferragliante e jollyrogeriana. Ma non per questo rinuncia a pregevoli inserti melodici. Dopo questo ascolto, l’originale degli Smiths vi sembrerà andar bene solo come canzoncina da ripuliti, da mettere durante Bim Bum Bam e da accompagnare con un Flauto Mulino Bianco.

Bastille | Of The Night

Il noto gruppo britannico, nel 2013, si è cimentato con un pietra miliare dei locali dove ballano la dance: This Is the Rebook or the Nike. Da parte nostra, prova superata a pieni voti. Simpatico anche l’occhiolino iniziale, che riprende un’altra bomba a idrogeno degli anni ’90: Rhytm is a Dancer. Che più avanti nel #GiveMe5 la ritroviamo pure.

Soviet Soviet | Born Slippy

Ok. Come si fa a fare una cover di Born Slippy degli Underworld in versione post-punk senza partorire una porcheria immonda? Io non lo so proprio, ma i Soviet Soviet ci sono riusciti. CAPOLAVORO, è giusto dirlo. La cosa ha dell’incredibile, altro che il bosone di Higgs. Questi hanno fatto Born Slippy con le chitarre armate fino ai denti, hai capito, cazzo? Al mondo, forse, solo i Devo potevano uscirne vivi oltre a loro. Braviveri.

Port-Royal | Rhytm is a Dancer

Eccola qui. Rhytm is a Dancer, rifatta dai Port-Royal. Interpretazione straordinaria. Più di una canzone, un viaggio. Il mese prossimo la loro musica dreamy-electro-ambient potete sentirvela al Magnolia. La presenza è caldeggiata. Tanto più che ci sarà anche Yakamoto Kotzuga.

Bonus Track
James Blake con Justin Vernon | The Sound of Silence

8 ottobre scorso. James Blake è ospite alla BBC Radio 1. A una certa viene raggiunto da Justin Vernon. Insieme, chiudono lo show con una versione che ti lascia speechless, senza spicci, di The Sound of Silence di Simon & Garfunkel. Bella a Fede per la segnalazione.

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