#GiveMe5 (Apocalypse Edition) | Vol. 154

#GiveMe5 (Apocalypse Edition) | Vol. 154

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“La logica è chiara, addirittura cristallina: dentro chi se lo può permettere; fuori tutti gli altri – gli scarti, i rifiuti, gli avanzi improduttivi, insomma la monnezza. Quantomeno, bisogna riconoscere che è una logica che regge su un’ammissione implicita: perché il suo programma di messa a profitto dell’esistenza possa dispiegarsi, la scintillante metropoli dei flussi non può non produrre macerie. L’importante è che queste macerie vengano tenute a distanza e in definitiva negate, invisibilizzate, rimosse dall’unico proscenio che conta – che è appunto quello di una metropoli ormai deprivata di qualsiasi dimensione collettiva per ridursi a pura ideologia. E però cosa succede quando la monnezza entra in città? Quando le macerie rifiutano di distogliere la loro presenza dallo sguardo? Quando i rifiuti prodotti dalla metropoli rivendicano un protagonismo che la metropoli stessa avrebbe voluto relegare nella sfera dell’indicibile?” (da un articolo uscito su NOT, questo)

Due cose hanno accompagnato i cieli bassi e la pioggia battente del mio fine settimana bolognese. La prima: What You Gonna Do When The World’s On Fire? di Roberto Minervini, film di cui ha già detto benissimo Carlotta qui su SALT e per il quale – urlo rauco di straripante potenza comunicativa – saltano tutte le categorie di “bello”, “interessante”, “equilibrato” con cui siamo ormai abituati a valutare un’opera cinematografica tra uno scroll e l’altro. L’altra: un pezzo sul blog di Nero Editions sulla sensazione da fine dei tempi che si prova assistendo allo sfascio di Roma e su quanto questo sia una plastica rappresentazione di un modello socio-economico di cui ci siamo nascosti le implicazioni. Non proprio cose da-sabato-sera o che facciano stare bene, ma a volte è necessario sguazzare nelle cose che non si vogliono vedere per capire qualcosa in più del proprio stare nel mondo.

Sono quasi cinque anni che vivo a Bologna, dopo una trentina passati a un tiro di schioppo da Milano. Non si può dire che possa quotidianamente toccare con mano qualcosa di simile a quanto racconta l’articolo, visto che l’Emilia Romagna è una bolla desiderabile ma pure irrealistica; e in particolare lo è una città in cui ancora esiste una dimensione sociale e di piazza molto forte – puoi stare per strada in qualunque momento, e troverai persone che interagiscono, si accordano, si organizzano – ma che non sembra mai prendere nulla sul serio (lo dice Lara, un’amica che vive qui da molto più tempo di me, e di solito lei ci prende). O forse, più grassa che dotta, ha semplicemente preso il degrado – che a Roma, evidentemente, è realtà quotidiana e che di fatto qui non è visibile, da nessuna parte – e l’ha accompagnato gentilmente fuori da una cinta muraria ormai completamente gentrificata: dentro quelli che si possono permettere uno stile di vita fatto di cibo a ogni ora a costi assurdi (voglio dire: insalate con tonnellate di avocado a 13 euro? Seriamente?); fuori tutti gli altri.

Eraserhead, il degrado urbano post-industriale secondo David Lynch

Una cosa che Roma – per storia, qualità della classe politica, pura e semplice geografia – non può gestire, anche se poi Andrea (il mio migliore amico, nato e cresciuto lì, che cito quasi alla lettera) dice che con l’articolo concorda solo all’80%; che la violenza e l’odio a Roma ci abitano da decenni e sono ora più visibili solo perché si rispecchiano nelle politiche nazionali; che la storia sarebbe andata molto diversamente se solo fossero state fatte scelte differenti a livello amministrativo, invece di puntare tutto sul consenso dei grumi di potere locale. Sembra tutto condivisibile anche qui, e però è difficile non riconoscere nella descrizione post-apocalittica della città che ne dà l’autore Valerio Mattioli quella sensazione di schiacciamento e ineluttabilità che si prova ogni giorno guardando il pianeta andare a fuoco (appunto, Minervini, appunto).

Il GiveMe5 di oggi, allora, è una colonna sonora potenziale per l’Apocalisse. E mi rendo conto che suonerà un po’ grottesca, proposta da uno che esce di casa per andare a stendersi su un telo ai Giardini Margherita o a leggere fumetti in Salaborsa; ma d’altra parte, come ho appreso da Giulio in una delle nostre discussioni pop alla mensa aziendale, San Giovanni l’Apocalisse l’ha scritta a Patmos. Non proprio l’inferno in terra, eppure: “le acque che hai viste, presso le quali siede la prostituta, simboleggiano popoli, moltitudini, genti e lingue. Le dieci corna che hai viste e la bestia odieranno la prostituta, la spoglieranno e la lasceranno nuda, ne mangeranno le carni e la bruceranno col fuoco”. Amen.

Swans | New Mind (1987)

Quante sono quelle band di cui non riuscite a dire quale sia il vostro album preferito, tanta è la scelta? Ecco, a me capita con gli Swans e in questa misura forse solo con loro nell’intera storiografia rock: non riesco a immaginarmi a dover scegliere tra The Great Annihilator o uno qualunque degli album post-iato (prima di un nuovo scioglimento), tra Soundtracks For The Blind o White Light From The Mouth Of Infinity. Certo è che ogni incarnazione della creatura nata e cresciuta in quel luogo disagevole che è la mente di Michael Gira sa trasmettere in musica il senso della fine.

New Mind apre uno dei massimi capolavori della band, quel Children Of God del 1987 che rendeva arcano e gotico, folk e misterioso il puro clangore industrial degli esordi e in cui pioveva come balsamo sull’ascoltatore la dolce voce di Jarboe (se non avete mai ascoltato la loro versione di Love Will Tear Us Apart, fatelo). La batteria pulsa di una violenza imperturbabile, le chitarre deflagrano in un rumore straziato ma ordinatissimo insieme (mai ascoltata una capacità di gestire il rumore come quella degli Swans, dal vivo) e Gira si contorce in un predicare invasato ma cosciente: “the sex in your soul will damn you to hell”, dice, e anche se non sai esattamente cosa intenda, sai che promette sofferenza.

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Suicide | Frankie Teardrop (1977)

Forse nessun pezzo, ascoltato la prima volta, può avere sull’ascoltatore l’effetto di puro terrore che sa ingenerare Frankie Teardrop a chi vi si avvicini ignaro di ciò che sta per succedere. Dieci minuti d’insistito battito elettronico meccanico su cui è innestata una piccola, semplice linea di sintetizzatore, mentre la voce alterna toni suadenti a urla disumane: è tutta qui, la mostra delle atrocità dei Suicide di Alan Vega e Martin Rev, capaci di esercitare un’influenza incalcolabile su generazioni di artisti (se volete una filiazione pop della loro arte, ascoltatevi Milano Circonvallazione Esterna degli Afterhours).

Il loro album omonimo del 1977 arriva dritto dalla New York spaventosa di quegli anni, un suono così annichilente ed essenziale da far paura pure ai più estremisti dei punk dell’epoca. C’è spazio anche per la dolcezza, per carità (penso alla tenerissima Cheree), ma perlopiù si respira un’aria di apocalisse imminente, un’apocalisse post-industriale che ha il suono sferragliante di uomini trasformati in macchinari produttivi che collassano su se stessi: il Frankie della canzone torna a casa dopo otto ore di lavoro, spara al figlioletto di pochi mesi nella culla, ammazza la moglie e poi si toglie la vita. E qualora non fosse già immediato il messaggio, Vega ci mette pure la spiegazione alla fine, chiara e tonda: Frankie è uno di noi; siamo noi, intrappolati nel ventre di una bestia infernale che noi stessi abbiamo creato.

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Martin Rev and Alan Vega of Suicide at The Blitz Benefit (Punk Benefit) at CBGB’s, NYC. May 1977. © Bob Gruen / www.bobgruen.com

Anna Von Hausswolff | Ugly And Vengeful (2018)

“Una miscela sulfurea di doom, metal e atmosfere livide e opprimenti come un basso cielo invernale, dominate da un organo mastodontico e da una voce acuta e penetrante che di volta in volta può ricordare Kate Bush o Diamanda Galas e che dal vivo si fa quasi cannibale”, scrivevo lo scorso anno ancora eccitato per il mostruoso concerto di Anna Von Hausswolff cui avevo assistito qualche giorno prima al Primavera Sound di Barcellona. Esecuzioni come possessioni demoniache, dicevo, e riascoltandola suona ancora esattamente così: e se Dead Magic è uno dei migliori album di questi anni, il suo apice è certamente il quarto d’ora abbondante di Ugly And Vengeful.

Una fiaba violenta che arriva da lontano e cresce pian piano, subito inquietante; come una minaccia inevitabile, come un film dell’orrore che anticipi in ogni dettaglio il bagno di sangue che verrà. Dapprima una specie di sogno intorpidito, Ugly And Vengeful inizia a chiarirsi intorno al quinto minuto, quando il canto si fa distinguibile ed entra in scena un tema di chitarra, organo e tamburi di stampo hard, marziale ed epico; poi un crescendo inarrestabile, messinscena credibilissima della perdita di controllo in un rituale pagano: se il mondo potesse finire in una pira incendiaria, questo sarebbe il canto degli esseri che appiccano il fuoco.

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Scott Walker | Clara (2006)

Quando Scott Walker si è spento, al principio della primavera di quest’anno, ho avvertito un senso di vuoto. L’ho conosciuta tardi, la sua arte – quando io avevo 22 anni, lui ne aveva già quaranta in più – ma ci aveva messo pochissimo a rendersi essenziale, giusto tre album: The Drift, per me l’inizio di tutto; e poi il recupero del vecchio Tilt e l’attesa di Bish Bosch. Perché niente che io avessi mai ascoltato somigliava agli album del vecchio Scott (quelli del giovane lasciamoli perdere: belli, eh, ma di tutt’altra pasta): con quel tenore limpido e vibrante, così intenso da risultare straniante, alieno, grottesco; con quegli incastri di strumenti rock e orchestrali ed effetti elettronici; con quelle composizioni sperimentali e per larga parte ermetiche, eppure sempre fascinosissime; con quei concetti pesanti tradotti in piece d’avanguardia.

Una musica che risuona sospesa nel buio indifferente dell’universo, come una trasmissione dallo spazio profondo che non riusciamo ancora a codificare completamente. Clara – capolavoro da The Drift che si è giocato la presenza qui con la più classica Farmer In The City dedicata a Pasolini – è la composizione che meglio enuclea questi concetti. Musicalmente, un alternarsi di quiete notturna e furia cieca, tra orchestrazioni, rumorismi e battiti di vario genere (perfino pugni assestati a carne di maiale) che seguono unicamente il fluire delle emozioni; a livello lirico, una specie di ricordo poetico di Claretta Petacci, l’amante di Benito Mussolini che scelse di morire con lui e di cui Walker, da piccolo, aveva visto immagini del cadavere esposto a Piazzale Loreto. Una perla nera, in diversi sensi, che arriva da un tempo – passato o futuro, poco importa – in cui non sembra esistere altra musica.

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Sonic Youth with Lydia Lunch | Death Valley ‘69 (1985)

L’unica canzone che si possa definire tale in questa selezione è anche il primo, vero classico dei Sonic Youth e la più semplice spiegazione del perché questa band che torturava le chitarre con cacciaviti e altri utensili sia ora considerata una delle più importanti del Novecento: sono loro – Thurston Moore, Lee Ranaldo, Kim Gordon e Steve Shelley – quelli che per primi hanno saputo convogliare gli sperimentalismi dei compositori newyorkesi alla Glenn Branca nelle classiche strutture di strofe e ritornelli dei brani rock, portando quelle istanze a un pubblico altrimenti inimmaginabile. Death Valley ‘69 chiude il bellissimo Bad Moon Rising del 1985 e raggela sin dalla furia omicida dell’urlo iniziale.

Il titolo della canzone arriva da un libro di Ed Sanders, La Famiglia, in cui si parla del massacro perpetrato da Charles Manson e dalla sua setta nella California del 1969; chiaro che poi sia facile associare le immagini del testo – applicate a una musica così violenta e a un videoclip dalle tinte splatter – esclusivamente a quella strage, ma l’intento dei Sonic Youth era quello di mostrare il lato spaventoso e autodistruttivo del Sogno Americano, nascosto dietro a una facciata sorridente e dopata. Intento pienamente raggiunto se, come scrisse ai tempi NME, Death Valley ‘69 è una “Whole Lotta Love per la einsturzende slam-dance generation”.

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