Girl, la danza dei generi di Lukas Dhont

Girl, la danza dei generi di Lukas Dhont

La prima volta che ho sentito parlare di transgender kids è stato diversi anni fa, quando mi sono imbattuta nel documentario olandese Valentijn di Hetty Nietsch (2007), che segue la vita di un bambino affetto da disforia di genere, a partire dall’infanzia fino alla pubertà (nello specifico del film più o meno dagli 8 ai 17 anni). Quello che mi colpii allora e tuttora mi disorienta, è il conflitto interiore, la lacerazione invisibile di un corpo che intrappola, la solitudine dell’odio di sé. Se il documentario della Nietsch e lo sconvolgente film d’esordio del giovanissimo regista fiammingo Lukas Dhont Girl hanno qualcosa in comune (oltre la bellezza angelica delle protagoniste e la danza), è infatti la totale assenza di conflitti esterni.

La protagonista di Girl, Lara, interpretata dal sorprendente Victor Polster, è una giovane promessa della danza classica, nata nel corpo di uomo ma con il sogno di diventare un’ étoile e di completare in maniera definitiva il suo processo di riassegnazione di genere. Sin dalle prime scene, illuminate dalla delicata tenerezza di un risveglio di Lara con il fratellino, è chiaro che intorno a lei non ci sia altro che amore e accettazione.

Ribaltando così il luogo comune dello scontro generazionale e della figura genitoriale come ostacolo da superare, anche grazie all’ambientazione del film (Valentijn era olandese, Lara è belga: difficile immaginare la stessa apertura in Italia, dove la conoscenza del fenomeno della disforia di genere in età evolutiva è ancora in fase embrionale), Dhont restituisce respiro alla psicologia del personaggio, spogliando la storia della sua risonanza socio-culturale e addentrandosi progressivamente, con discrezione, nel cuore dell’intima sofferenza di chi abita un corpo che non sente suo.

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Accompagnata dalla comprensione della famiglia e dal supporto dei medici, Lara è un essere leggiadro, mosso dal desiderio di miglioramento, nella danza e nella vita. Tutti intorno a lei, a partire dall’amorevole padre (Arieh Worthalter), la riconoscono come una ragazza, accettandone pienamente l’identità, e mettendo addirittura in discussione la connessione tra corpo e genere (emblematica la figura del medico che cerca di convincerla del suo essere già una donna, prima delle cure ormonali e dell’operazione).

Il suo impegno silenzioso e la promessa di un nuovo capitolo aperto dall’ammissione nella scuola  di danza più prestigiosa del paese e dal trasferimento in un nuovo quartiere si incrinano mano a mano che la camera entra in una relazione più intima con Lara, ammaliata dal suo fascino discreto e acerbo, a tratti colorato di durezza. Il suo corpo non compare quasi mai per intero, sezionato da inquadrature che ne ricostruiscono la sofferenza come le tessere di un puzzle. È un corpo martoriato sotto i vestiti, dallo scotch che nasconde i genitali, dalle scarpette che le fanno sanguinare i piedi, simbolo pulsante dell’equilibrio precario di Lara, sempre a rischio di cadere dalle punte o di ritornare a essere Victor.

La macchina frenetica segue col respiro corto il volteggiare della giovane ballerina, senza perdere mai di vista le gioie, le frustrazioni e la fatica di corrispondere a unideale di perfezione incarnato dalla figura iconica della ballerina, emblema assoluto di femminilità, in una corsa in cui è svantaggiata in partenza, perché nata in un corpo maschile, e perché, come le ricorda l’insegnante di danza, “le bambine iniziano il lavoro sulle punte già a dodici anni”.

Il dolore esplode lentamente, si concentra sullo stomaco e resta lì, nelle parole non dette, nell’incomunicabilità del disagio e dello strazio di sentirsi intrappolati, nel mortificante rituale di adeguamento che inevitabilmente si trasforma in autolesionismo e costrizione. Lara è una bomba che non perde fino all’ultimo il suo potenziale esplosivo e deflagrante.

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Lo sguardo amorevole di Dhont accompagna la giovane protagonista, nello sforzo di rivelarne la fragilità e di comprenderne l’ansia di normalità: Lara non vuole essere un esempio di coraggio, ma una ragazza come le altre. E così si spiegano i silenzi, il tentativo di essere trasparente, di non fare rumore, se non quando la danza restituisce spazio, forza vitale.

Scritto con grazia magnetica, vincitore della Caméra d’Or a Cannes, il film di Lukas Dhont assorbe dalle primissime inquadrature, scivolando in territori sconosciuti ai più e trovando la giusta distanza da cui osservare un dramma più che mai ordinario, complesso e struggente, che di pittoresco non ha nulla. Definito dallo stesso regista un film corporel, concentra l’attenzione sulla geografia del corpo, che ne costituisce il centro nevralgico: luogo di conflitto, oggetto di avversione, terreno di trasformazione e speranza, strumento espressivo e campo di esplorazione. Il pudore, il senso di vergogna e lattitudine punitiva di Lara non sono mai verbalizzate, bensì personificate dal corpo dello straordinario Victor Polster, dalla sua fisicità calibrata e al tempo stesso potente, che regala un’interpretazione matura e difficile da dimenticare.

Se parlare di identità di genere suscita annose polemiche e inconcludenti discussioni sul web, come dimostra il caso del dibattito intorno alla copertina del National Geographic di gennaio del 2017, che raffigurava Avery Jackson, una ragazza transgender di nove anni (contestata in Italia dal quotidiano cattolico Avvenire), la sensibilità di un’opera come Girl dimostra che esiste un modo per avvicinare il pubblico a tematiche complesse come la disforia di genere. Non solo, lenorme gap che separa altri paesi dallItalia (ricordiamo che i maggiori centri specializzati sono quelli di Amsterdam, Londra, San Francisco e Toronto), dove la ricerca è ancora in fase preliminare, nonostante la casistica consistente e per lo più sommersa, convince della necessità di elaborare un linguaggio in grado di portare alla luce una realtà delicata, eppure comune, come quella della disforia di genere in età evolutiva. Come spesso avviene, prima del dibattito, del giornalismo, della ricerca scientifica, il cinema riesce a svelare ciò che non merita di essere nascosto.

 

Carlotta Centonze

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