Feste in lacrime. Racconti dalla Thailandia | Prabda Yoon

Feste in lacrime. Racconti dalla Thailandia | Prabda Yoon

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La stessa stanza non era più la stessa. Il tappeto era rimasto del colore tremendo che avevamo ribattezzato “verde conato”, e sulla sua superficie restavano tracce dei nostri ricordi sotto forma di chiazze velate, esattamente a metà strada fra l’arte astratta e il rigurgito: a rigor di logica dovremmo chiamarlo “realismo”, perché le macchie erano davvero di vomito.

Sono stata iniziata alla lettura con un Attention Deficit Hyperactivity Disorder già da tempo ereditato ed esploso (alla lista Why You Need To Keep Your Private Life Private credo fortemente ma ci sto ancora lavorando, al momento preferisco rimarcare ripetutamente in pubblico di non aver quasi mai vinto alla lotteria genetica). Sono abbastanza convinta che questo sia uno dei motivi che mi fa anteporre – da quando ho memoria – i racconti (brevi per definizione) a qualsiasi altra narrazione in prosa. Questa dipendenza a me congeniale mi fa dare alle raccolte di racconti che leggo la stessa rilevanza che concedo da sempre ai miei primi 3 denti da latte, alla mia VHS di Jeanne d’Arc di Besson, al mio mazzo di Tarocchi di Milo Manara e al richiamo dell’antitetanica. Esattamente in quest’ordine. Tutte cose che mi fanno venire la febbre (da 37.5° a 39°, dipende grosso modo in che periodo dell’anno siamo) ma mi dico sempre che è per il mio bene quindi mi lamento il giusto e più che altro sopporto.

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Una delle raccolte di racconti che non dimenticherò facilmente (si dice sempre così, ma questa volta è davvero così) l’ho letta con 38° di febbre a seguito di un mix delle cause di cui sopra, una paio di settimane fa. È Feste in lacrime, di Prabda Yoon. Il fatto che l’abbia letta tutta d’un fiato, non credo sia necessario precisarlo. Le parole sembravano inscindibilmente legate l’una con l’altra, dall’inizio alla fine, e non ho potuto in alcun modo spezzare il filo che le teneva gloriosamente insieme. Non è una cosa che succede così spesso.

Al telefono mi ha detto che conosceva un incantesimo segreto speciale per mandare via i fantasmi, ma non ha spiegato quale; conoscendolo di persona, abbiamo stabilito che era la sua faccia.

Prabda Yoon, artista poliedrico e di spicco nell’ambiente culturale thailandese, è di Bangkok ma ha studiato e vissuto a New York e ha tradotto nella sua lingua: Il giovane Holden, Arancia meccanica, Lolita. Così come l’autore è in bilico tra l’Oriente e l’Occidente (come accade sempre nei casi più interessanti, non sembra riuscire ad aderire totalmente a nessuno dei due estremi: attraversa un ponte sospeso tra le due possibilità di appartenenza, complementari anziché in contrasto tra loro) i personaggi dei suoi 12 racconti urbani vivono situazioni al limite tra la realtà e l’immaginazione più desolata e brillante, allo stesso tempo. Non possono fare a meno di coinvolgerti nella loro legittima tristezza, ma subito dopo si impegnano per farti sorridere di nuovo, come se si sentissero in colpa per averti trascinato verso le loro esperienze tanto comuni quanto difficilmente trascurabili.

Alternando rapidamente e abilmente dark humor e comedy, a parlarti liberamente, senza alcun freno, dei loro quotidiani traumi osceni (no, non è vero che non vuoi saperne assolutamente niente) ci sono un gruppo di amici dediti all’organizzazione delle Feste in lacrime che danno il titolo alla raccolta, grazie alle quali produrre lacrime asettiche, automatiche, senza tristezza e senza dolore; personaggi con il debole per “gli spazi tra le righe”, i punti d’attesa (nessuna lingua può essere fraintesa come il thailandese, dove si tende a non lasciare alcuno spazio tra le parole che possono quindi unirsi arbitrariamente assumendo i significati più discordanti); amanti disturbati dal crollo di lettere dell’alfabeto enormi che sembrano provenire dal cielo, squarciandolo come fulmini ma, in realtà, provenienti da un cartellone pubblicitario, a rappresentare forse l’irrompere improvviso del progresso, dell’industrializzazione e della pop culture ormai completamente presente in una città – Bangkok – che ha più punti di contatto con l’Occidente di quanto si possa realmente immaginare chi la vive da lontano; vampiri scomparsi, avvistati, e nuovamente scomparsi; segreti venuti dallo spazio e che tutti vogliono conoscere in diretta tv; esperimenti di metafiction dove i personaggi smascherano il loro stesso autore prendendosi la loro attesa rivincita sulle recinzioni loro solitamente imposte dai ritmi della narrazione e dalla volontà apparentemente autoritaria dell’autore stesso; oggetti da ritrovare tra interminabili granelli di sabbia. E ovviamente questo non è che un piccolo accenno di ciò che c’è da ancora da raccontare partecipando a continui giri di giostra insieme ai vari personaggi che si alternano durante tutti i racconti.

Voglio guardare la terra dall’alto e percepire la distanza.
Voglio stare al di sopra del mondo, in alto, dove la banalità della vita non arriva, oltre il caos ciclico che segue la traiettoria del traffico, più in alto dei grattacieli, più in alto della democrazia, più in alto del tasso calorico di una barretta di cioccolato, più in alto del QI di Einstein, più in alto del costo della vita nei paesi sviluppati.

Personaggi spesso anonimi, senza nome, riempiono la città di Bangkok rimarcando le contraddizioni tra la modernità ormai raggiunta in contrasto con le tradizioni Thai che ancora definiscono le relazioni personali e gli obblighi sociali come la scuola (Diario di una scolara è una delle cose migliori che vi capiterà di leggere: qualunque sia la vostra opinione sulle leggi matematiche, dopo non sarà più la stessa) e il lavoro, pilastri difficilmente scardinabili. Tutti loro mostrano il meglio di sé solo quando sono liberi di sperimentare con il proprio linguaggio, con la propria fantasia. Sempre nostalgici e sempre curiosi, unendo l’ossessione nei confronti del passato – verso le persone e i luoghi che hanno perso – e il futuro, ancora poco definito.

Nei racconti di Prabda Yoon, ciò che immaginiamo è un vampiro in cerca – come tutti – di un posto migliore in cui stare – solitamente si tratta di un posto qualsiasi, possibilmente lontano, che non sia quello in cui siamo in questo preciso momento – mentre la realtà che prima o poi ci viene incontro è un sacco nero dell’indifferenziata con dentro un cadavere anonimo in decomposizione. Tocca scegliere da che parte guardare. Imparare ad equilibrare gli alti e i bassi, i racconti servono (anche) a questo.

Il foglio è la pagina di un quaderno di seconda media. Le righe azzurre cominciano a sbiadire. C’è una frase sola nella pagina, alla terza riga dall’alto. Scrivevo bene, in nero, e a sorpresa le lettere sono ancora molto leggibili. La frase è: “Non cambierò mai”.

Titolo | Feste in lacrime

Autore | Prabda Yoon

Anno | 2018 (2000)

Editore | add editore

Pagine | 183

Traduzione | Luca Fusari

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