Un sogno inafferrabile. The Dream My Bones Dream di Eiko Ishibashi

Un sogno inafferrabile. The Dream My Bones Dream di Eiko Ishibashi

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Qualcosa in cui immergermi completamente; qualcosa per allontanarmi per un poco dal rumore del mondo, ovattato dalla neve. Era questo il suono che cercavo domenica, mentre spulciavo le ultime uscite discografiche dell’anno passato e le prime di quello nuovo, alla ricerca di musica che sapesse farmi fantasticare – portami via da qui, sto morendo, cantavano i Belle And Sebastien più o meno un secolo fa. Non che mancassero belle cose uscite da poco – penso a Some Rap Songs di Earl Sweatshirt, al dolorante Minus di Daniel Blumberg, all’EP spiritual jazz The Oracle di Angel Bat Dawid o alle derive diversamente emozionali dei nostri Urali e Riviera: tutte cose su cui probabilmente ritorneremo, su queste pagine – ma semplicemente non erano la cosa di cui avevo bisogno.

È così che sono inciampato nell’ultimo lavoro della compositrice e polistrumentista giapponese Eiko Ishibashi; che, nonostante sia già arrivata al sesto album, per me era un semplice sentito dire nascosto al fondo dei ricordi (per via di Car And Freezer, forse, disco di quattro anni fa di cui avevo letto meraviglie, e che anche Lorenza aveva tirato in ballo in un vecchio GiveMe5 dedicato a Tokyo). A intrigarmi sono bastati pochi dettagli sparsi: la collaborazione con Jim O’Rourke, uno dei grandi irregolari dell’underground americano degli ultimi tre decenni, attualmente di stanza a Tokyo; un concept dedicato alla propria famiglia, scritto dopo la morte del padre; un titolo e un artwork immediatamente evocativi, capaci di far suonare quel The Dream My Bones Dream ancor prima d’aver messo il disco sul piatto. E scoprire che dentro a quella confezione così bella si nascondevano davvero i sogni di un corpo che sogna è stata dolce meraviglia.

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L’album è una riflessione poetica sugli anni giovani del padre: dopo la sua morte, l’artista ha trovato foto che hanno tolto un velo su un capitolo della vita dell’uomo di cui lei era totalmente all’oscuro. L’uomo passò parte degli anni della crescita nel Manciukuò, uno stato fantoccio giapponese nel nord-est della Manciuria esistito fra il 1932 e il 1945 che cercò di favorire un senso di opportunità quasi utopico in un paesaggio rurale. Una delle immagini che la musicista ha trovato mostrava il padre al lavoro per la South Manchuria Railway, e le canzoni che Ishibashi ha scritto per il disco ruotano intorno a quella fotografia. (Da una recensione di Peter Margasak, questa)

Gioia sperimentale fin dall’inizio, i nove brani in programma chiamano in causa numi tutelari che sono un tuffo al cuore per ogni appassionato di musica pop votata all’avanguardia, che non teme di sposarsi di volta in volta al jazz, alla classica, alla cameristica. I cinque minuti del prologo Hands On The Mouth, per esempio, sembrano arrivare dritti dritti dal Robert Wyatt più lunare o dai Talk Talk ultima maniera, quelli dei capolavori Spirit Of Eden e Laughing Stock, pura magia ambientale costruita su un archi, fiati, tastiere e giusto qualche alito di voce (strumento pure questa). Lo stesso si può dire della sacralità rarefatta dei quattro minuti d’organo di Silent Scrapbook, di una limpidezza melodica commovente – dalle parti di Wealth, per mantenere come riferimento la band di Mark Hollis.

Ma non si pensi nemmeno per un momento a The Dream My Bones Dream come a un lavoro statico o sonnolento. Qui a farla da padroni sono ritmi circolari e insistenti – due batterie al lavoro, in contemporanea – e piccoli ganci melodici reiterati, qualcosa che arriva all’ascoltatore come perfetto punto d’incontro fra Eureka di O’Rourke – anche se lui, qui, dice di aver cercato di rimanere invisibile – e le trovate più accessibili di Julia Holter. Ecco, sì: diciamo che se di Holter avete amato perle di pop avanguardista e contemporaneo come Loud City Song e Have You In My Wilderness ma le arditezze di Aviary vi hanno lasciato freddi e distanti, i vostri cuori troveranno forse adeguato ristoro nell’insistenza suadente di Agloe o Iron Veil, oppure ancora nelle morbidezze jazzy della title-track (che splendore quel contrabbasso, che scintillio quegli archi!) e nell’interpretazione di puro velluto di To The East (nonostante piatti e tamburi si dibattano in sottofondo).

Nel mezzo di Iron Veil, qualcuno annuncia in mandarino i nomi delle stazioni ferroviarie, mentre la batteria rumoreggia. È il tentativo più diretto di Ishibashi di collocare questo disco in un contesto storico e geografico, ma l’ambientazione sembra imprendibile, non davvero reale ma piuttosto immaginata. (Da una recensione di Pitchfork, questa)

Ecco, i treni. La musica che amo è piena di riferimenti ai treni: penso a Station To Station di David Bowie o a Trans-Europe Express dei Kraftwerk; penso a I Often Dream Of Trains di Robyn Hitchcock o a Different Trains di Steve Reich, una toccante riflessione in tre movimenti sulla Shoah e sulla Storia. Tutte cose diversissime per genere e obiettivo, eppure mi è venuto quasi naturale associare The Dream My Bones Dream alla composizione di Reich, oltre ai nomi citati sopra: anche lì, di fatto, eventi storici a cui il nostro non aveva potuto prendere parte – durante la Seconda Guerra Mondiale, il compositore viaggiava spesso in treno tra New York e Los Angeles per visitare i genitori separati, e si trovò in seguito a pensare che nello stesso periodo altra gente su altri treni veniva mandata a morte nei campi di sterminio nazisti – venivano ripresi e rielaborati in Arte a partire da un ricordo personale, di famiglia.

Sarà stato questo; sarà stato il periodo storico identico, solo da tutt’altra parte del mondo; sarà stata l’insistenza ritmica, là degli archi del Kronos Quartet e qui delle percussioni; sarà che non sono riuscito a leggermi nemmeno un’intervista a Ishibashi in inglese (scusate) e quindi non so se io stia prendendo abbagli o ci abbia invece azzeccato. Ma l’evocazione è tutto, in un disco che per buona metà fa perfino a meno delle parole e, quando le usa, queste sono puro e semplice suono per un ascoltatore occidentale: il suono di una riflessione su una questione privata calata nella Storia che si fa sogno inafferrabile, in continuo movimento.

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Titolo | The Dream My Bones Dream
Artista | Eiko Ishibashi
Durata | 42’
Etichetta | Drag City Inc.

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