Di templi e topi: l’India di Karni Mata

Di templi e topi: l’India di Karni Mata

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⚠️⚠️⚠️ Trigger warning: il seguente articolo non è consigliato ai teneri di cuore e ai maniaci della pulizia. ⚠️⚠️⚠️

Il Rajasthan è fatto così: sterminate distese di nulla e deserto, punteggiate qua e là, quasi per sbaglio, da piccoli centri abitati che potrebbero esser sorti ieri così come centinaia di anni fa. Prima delle grandi città, poi, un nugolo di villaggetti dalle casette sempre più fitte, le strade sempre più affollate, le strade (quasi) sempre meglio asfaltate. È in uno di questi villaggetti che si ferma il nostro autobus, sulla via per Bikaner:  Deshnoke.

Pochi kilometri dal confine con il bellicoso vicino pakistano, qualche migliaio di anime e, al centro di tutto, un peculiare tempio dalle pareti di un fucsia intenso appena ritinteggiato, incorniciato da delicati dettagli bianchi. Fuori dall’ingresso – una maestosa porta marmorea – una distesa di scarpe di tutti i colori e dimensioni testimonia il riverente rispetto che locali e turisti prestano, in una terra che è quasi stereotipicamente legata ad un’intensa spiritualità, ai luoghi di culto. Qualche bancarella barcollante vende dolcetti tipici e pagnotte di pane da fare a pezzetti nell’ampia e polverosa piazza che si apre di fronte al Tempio di Karni Mata. 

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Un attimo titubanti, avanziamo circospetti a piedi nudi sul marmo di un pavimento freddo a scacchi neri e bianchi. Tra le mani, una guida turistica consunta da giorni di appunti presi sui bordi delle pagine e curiosità ci dà il benvenuto a quello che non può che essere, inevitabilmente, il peggior incubo di qualsiasi musofobo – o, semplicemente, di chiunque sia particolarmente affezionato all’igene talvolta maniacale di un certo Occidente. Un tempio dedicato a, e pensato per, 25 000 mus musculus. Per gli amici…topi. 

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La realtà supera la fantasia nonappena lo sguardo cade distrattamente su uno degli angoli del cortile interno, attorniato di eleganti colonne in marmo. Sulle pareti, esotiche scritte rosse dipinte in sanscrito – mi piace tirare ad indovinare – forse invitano il fedele alla ricerca del leggendario topo bianco della fortuna, la cui rara visione tra migliaia e migliaia di spellacchiati ratti nerastri non può che essere di buon auspicio. A terra, enormi ciotole di latte fresco in cui nuotano beatamente gli abitanti di un microcosmo unico nel proprio genere. Decine e decine di topi si arrampicano sulle colonne e si perdono tra le fessure delle pareti. Allo sguardo di chi decide di abbandonare quelle vecchie e noiose norme igieniche interiorizzate in anni e anni d’Europa per attraversare tranquillamente, a piedi rigorosamente nudi, un cortile dal pavimento freddo e umido in modo forse un po’ sospetto si svela, però, il santuario. A celebrare Karni Mata si erge, infatti, un tempietto candido in marmo decorato fitto fitto dalla florida mitologia che ammanta la figura di quest’amatissima dea guerriera.

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Le leggende che i muri raccontano sono diverse. Che Karni Mata, disperata per la morte prematura del figlio prediletto, si sia rivolta al dio della morte Yama per riaverlo indietro ma ne abbia soltanto ottenuto la possibilità di reincarnare il figlio e tutti i discendenti in venerabili topi per il resto dell’eternità? O, piuttosto, che la magnanima dea abbia graziato l’esercito nemico, gloriosamente sconfitto in battaglia, garantendo loro una vita di eterna devozione sotto forma di pasciuti animaletti?

Karni Mata Temple - the place where rats are worshipped

Trascinati da un’onda calma di affascinante superstizione attraversiamo, in un silenzio che ha della sospensione dell’incredulità, l’uscio del tempio. I fedeli si accalcano verso il cuore della stanza, dove tradizionalmente si custodisce, inaccessibile a chi non professi la fede hindu, il centro del culto. Nella trentina di gradi del dicembre indiano, l’aria è pesante ma arricchita da un incenso che brucia vicino, chissà dove. Le pareti sono decorate di drappi di intenso arancione e rosso, le finestre un’allucinazione. Negli angoli riposano piccoli idoli: teste d’elefante, molteplici braccia, ricchi tessuti, collane di fiori. Ovunque, uno stuolo di bestioline zampettanti la fa da decisa padrona: è qui che si scopre per la prima volta – forse stupendosi, forse spaventandosi – che un topo può arrampicarsi ovunque, sfidando apparentemente le leggi della fisica. Lo sguardo resta piuttosto fisso, però, su un pavimento disseminato di dolcetti mangiucchiati ed abbandonati petali di fiore: pestare, anche soltanto per sbaglio, uno dei padroni di casa, oltre ad essere troppo anche per l’animo più avventuroso, è sinonimo certo di sfortuna eterna.

Nel riemergere alla luce di un sole alto e battente non si è grati soltanto di poter finalmente respirare ancora a pieni polmoni. Impressa indelebilmente in una mente ancora stranita rimane l’immagine di un ecosistema surreale dove, da centinaia e centinaia di anni, i topi non rappresentano un fastidioso nemico da scacciare. E muoiono, poverini, di troppi dolcetti.

Karni Mata Temple - the rat temple of India

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