David Foster Wallace: verso occidente la paratassi dirige il suo corso

David Foster Wallace: verso occidente la paratassi dirige il suo corso

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C'è vita oltre i confini di Infinite Jest

David Foster Wallace

Ho conosciuto David Foster Wallace una manciata di anni fa tra i banchi dell’università.

“Non lo conosci?!?”
“Devi assolutamente leggere Infinite Jest”
“E’ molto lungo, ma è così concettuale”

Ancora non lo sapevo, ma erano i primi afflati di hipsteria milanese, le barbe cominciavano ad allungarsi e gli occhiali ad arrotondarsi.

Incalzata dal perenne senso di inadeguatezza da ragazza di provincia, dopo la lezione mi sono precipitata in libreria ad informarmi su questo stravagante tizio che parlava di tennis e trigonometria con una bandana da fare invidia a Derek Shepherd.

Derek Shepherd, per chi non lo sapesse
Questo è Derek Shepherd, per chi non lo sapesse

Con un bel paio di chili in più sulle spalle (sul serio, il peso di spedizione di Infinite Jest su Amazon è 2 kg) mi sono diretta a casa, sperando di trovarmi davanti a qualcosa di più simile a Steinbeck, che a Proust.

Bè, mi sbagliavo. È stato un pomeriggio pesante, e non solo per le madeleine che ho divorato nel mentre.

Questa invece sono io, dopo le madeleine

La verità è che Infinite Jest è un paccone. DFW è un verboso paranoico e Infinite Jest è difficile da leggere. Sarebbe bello dire di averlo letto con leggerezza tra un crop top e l’altro in un camerino di American Apparel, ma non è così. La verità è che ho mollato dopo poche decine di pagine: di colpo, il tomo di macroeconomia non sembrava più così male.

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La buona notizia, in ogni caso, è che DFW è anche tanto altro. Hipster di tutto il mondo, brace yourselves: c’è vita oltre i confini di Infinite Jest.

Anzi, c’è una bella vita! Bella, leggera, divertente e geniale.

C’è, ad esempio, La scopa del sistema, un esilarante romanzo da bersi d’un fiato di cui abbiamo già parlato qui.

Verso occidente l'impero dirige il suo corsoE poi c’è Verso occidente l’impero dirige il suo corso, un lungo racconto alla ricerca del Midwest. Avete presente le corse all’oro nel west, ai tempi dei pionieri? Stessa cosa. Solo che stavolta, al posto dei cowboy, ci sono studenti di scrittura creativa, pubblicitari e ragazzetti travestiti da Ronald McDonald che attraversano il selvaggio Midwest (campi di granoturco…campi di granoturco…ancora campi di granoturco…) a bordo di un automobile per raggiungere la Terra Promessa, la “Riunione di tutti coloro che hanno mai partecipato a uno spot per McDonald’s”. Obbiettivo quanto più autoreferenziale, visto che la Riunione è stata ideata al solo fine di girare un nuovo mega spot per McDonald’s.

Credo che il titolo sia tratto da un affresco del 1860 presente nella sala del Congresso americano, Westward the Course of the Empire takes its way, il quale rappresenta la Manifest Destiny, cioè la convinzione, diffusa all’epoca, che gli Stati Uniti avessero la missione di espandersi, esportando libertà e democrazia (momento nel quale alziamo tutti gli occhi al cielo). Direi che già il titolo scelto da DFW è una enorme presa per il culo.

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Pur essendo un libro leggermente meno conosciuto rispetto ad Infinite Jest, Verso occidente l’impero dirige il suo corso rende completa giustizia a DFW. È divertente, contorto, tagliente, delirante, surreale e ambizioso. E poi, c’è tutto ciò che un fan di DFW potrebbe cercare:

  • personaggi così caricaturali, inseriti in un contesto così caricaturale, da sembrare normali. Occhio, perché è un attimo perdere il contatto con la realtà e cominciare a friggere petali di rosa, come fa il protagonista;
  • il nulla: cosmico, civile, mentale, culturale, spaziale. Cartelloni pubblicitari, strade disperse nella campagna, valori plastificati, conversazioni e silenzi imbarazzanti (quanti autori riescono a scrivere così bene il silenzio??), McDonald.
    Ah, niente ti fa sentire vuota come un buon libro di DFW.
  •  la paratassi. Quella non può mancare. Croce e delizia di DFW e dei suoi discepoli. Perché usare una sola parola quando se ne possono usare 10? Perché dotarsi di gerundi e livelli di subordinazione quando ci si può storidire con lunghissimi e complicati periodi paratatattici?

La cosa bella di Verso occidente l’impero dirige il suo corso è che, nonostante l’apparente complessità, si lascia bere in un attimo. Mette in luce tutto il sarcasmo dello scrittore, il suo genio e soprattutto la sua padronanza della lingua. Infatti, la paratassi rsulta assolutamente funzionale alla creazione del senso di attesa che induce il lettore a non staccarsi mai, ma anzi, lo invoglia a viaggiare al ritmo delle pannocchie che corrono a lato della Statale. E tu, persona mediamente istruita e piccatamente snob, ti ritrovi ad attendere spasmodicamente l’arrivo della truppa alla Riunione per lo spot di McDonald’s. NON POSSO PERDERMELA!

Inoltre, non solo DFW sguazza nella prolissità della lingua, ma se ne prende anche gioco, ad esempio creando l’iconico (e meraviglioso) personaggio della scrittrice postmoderna, celebre e celebrata per la sua frase “i nomi verbalizzavano via, avverbialmente aggettivali”.

Non ho ancora letto Infinite Jest e, onestamente, non so se lo farò. Ma so che obbligarsi a leggere Infinite Jest è un torto a lui, al libro e a noi stessi, che decidiamo di avere una relazione tormentata con uno scrittore che invece ci vorrebbe solo far vedere un po’ di quello che c’era nella sua folle testa, sotto l’intramontabile bandana.

Autore | David Foster Wallace
Titolo | Verso occidente l’impero dirige il suo corso
Editore | Minimum Fax
Anno | 1989

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