Viaggiare lungo il Danubio con Claudio Magris

Viaggiare lungo il Danubio con Claudio Magris

Da Vienna a Budapest leggendo "Danubio", di Claudio Magris. La vastissima cultura e la prosa elegante dell'autore, ci guidano attraverso personaggi, immagini e memorie: un viaggio intensissimo lungo il corso fisico, storico e letterario del Danubio.

Vienna è la città del postmoderno, nella quale la realtà cede alla propria rappresentazione e all’apparenza, le categorie forti si allentano, l’universale si invera nel trascendente o si dissolve nell’effimero.
Da Vienna si parte.

Budapest, una “America su scala ridotta”, dove si pensa intensamente al tramonto (…) d’Europa, proprio perché l’Europa c’è ancora, il suo sole è ancora alto sull’orizzonte e riscalda, ma insieme è velato da nubi e cortine, che ricordano imperiosamente la sua fase calante.
A Budapest si arriva.

Il soggetto di questo viaggio lungo il Danubio è il sottoscritto.
Le parole sono di Claudio Magris, che qualche decade prima di me ha percorso questi stessi itinerari restituendone una preziosa testimonianza nel libro intitolato, appunto, “Danubio”. Difficile pensare ad un libro più adatto da mettere in valigia, vuoi per la profondissima conoscenza della Mitteleuropa del suo autore, vuoi per la compagnia di una prosa corposa ed avvolgente; tanto più se si considera che vagare per città ungheresi e slovacche semi-sconosciute offre ben poche alternative notturne ad una valida lettura.

Parlarvi di quest’opera pone da subito un problema di classificazione: non è un romanzo, non è un saggio, non è una raccolta di memorie, tantomeno è una guida di viaggio.
È piuttosto uno spazio letterario nel quale questi ed altri generi si compenetrano creando una tortuosa narrazione sul Danubio, sulla sua storia e cultura. Ciò la rende opera ricca e complessa, dove la seduzione per l’intensità del testo è in costante testa a testa con la frustrazione del non poterne trattenere ogni frase, ogni personaggio, ogni frammento.

Per darvene un’idea più concreta apro il libro a caso su una delle (numerosissime) pagine che ho segnato…

Pagina 63 comincia con una frase provocatoria di Céline sulla città di Ulm; da lì si snoda di una riflessione sulla “fede nella realtà” rievocando la condanna a morte di Helmuth James von Moltke e citando una massima di Singer, sfumando infine nei ricordi di terza media dell’autore.
Se voleste farvi un’idea della dovizia di nomi, riferimenti, impressioni, storie, vi basterà moltiplicate per le oltre 450 pagine di “Danubio”. Che ve ne pare?

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La caratura intellettuale di Magris è tale da schiacciare il lettore, ma i tratti tipici del romanzo evitano ogni carattere didascalico e rimescolano piacevolmente la linearità della narrazione. Coscienza e conoscenza dell’autore fluiscono liberamente, innescate da una targa su un palazzo, dalla vista di un paesaggio, dai racconti delle persone incontrate da Magris:

Come dice la targa, al posto dell’attuale edificio (…) c’era, sino al 1904, la casa in cui è morto Beethoven. In quella stessa casa Weininger si è sparato al cuore. Poche settimane prima aveva descritto il senso di smarrimento che si prova quando, per strada, ci si volta indietro si vede il cammino percorso, la via indifferente la cui fuga rettilinea dice l’irreversibilità del tempo. Alla fine resta solo questo, lo sguardo indietro si accorge del niente.

Cosa sia rilevante o meno, sono l’occhio e la sensibilità di Magris a stabilirlo, una piccola lezione sulla libertà del viaggiatore e sul viaggio come ricerca personale estranea alle livellanti esperienze collettive dei must-see e dei must-do. Viaggio, che non deve necessariamente essere una sgambata spensierata, bensì riflessione seria e profonda sui luoghi, sul loro vissuto, su se stessi. Ciò non significa che ci si trovi difronte ad un edificio danubiano ombroso e massiccio. Come il gotico alleggeriva architetture cupe con archi rampanti, Magris dà respiro alla struttura narrativa inserendo passaggi leggeri (come il ricordo d’infanzia di poco fa) e ironici, pur mantenendo sempre una certa classe:

(…) quella frase nota in Germania, con beneducata perifrasi, come la “citazione del Götz”, in quanto il Götz von Berlichingen di Goethe è il primo testo illustre nel quale l’espressione “leccatemi il culo” è salita a dignità letteraria.

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È nella natura del viaggio essere di passaggio, vedere i volti che scorrono ed i momenti che fuggono; essere a nostra volta un volto sfuggente o uno rapido scambio di battute nelle vite di chi resta. La memoria fa il resto, archiviando, obliando e risputando fuori, di tanto in tanto, qualche istante lasciato da parte.
Leggere Danubio è veder sfilare passanti e fantasmi, illustri e meno illustri; è incedere tra ricordi sedimentati dal passaggio delle onde e dei decenni; è guardare tante cartoline dalla Mitteleuropa scritte con parole leggiadre e calligrafia fine.
Possiamo conservare tutto questo in qualche angolo della mente aspettando che riemerga in una casuale epifania; oppure, di tanto in tanto, aprire su una pagina a caso, per ritrovare i passanti, le memorie e le immagini che ci hanno accompagnato lungo questo itinerario letterario danubiano.

Così la letteratura si posa sul mondo come un emisfero poggiato su di un altro, due specchi che si riflettono a vicenda come dal barbiere e si rimandano l’un l’altro l’inafferrabilità della vita o la nostra incapacità di afferrarla.

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