Cosa succederebbe se Mad Max vincesse l’Oscar

Cosa succederebbe se Mad Max vincesse l’Oscar

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No, lei non è quella ragazza. Vi piacerebbe! Forse è meglio per noi che non lo sia...

Voglio raccontarvi un storia. Una storia in cui vi riconoscerete, perché è capitata, prima o poi, a tutti noi. C’era questa ragazza bellissima (da qui in poi declinate tutto anche al maschile, vale ugualmente). Troppo bella, vergognosamente bella, che ho sempre considerato irraggiungibile. Non perché non potrei essere eventualmente all’altezza, ma perché appartenente ad un altro mondo così distante da non permettermi neppure di provare ad avvicinarmi alla sua orbita, per dimostrare le mie potenzialità. Il mio valore, ne sono sicuro, è molto maggiore delle persone cui normalmente concede scampoli di vita meravigliosa, ma come dimostrarlo se la distanza è così incolmabile? Poi un giorno questa persona incredibile si accorge di me. La invito fuori. Lei accetta.

È una storia bellissima, non trovate? Ed è così bella perché non è mai successa. E, come a me, non è mai successa a nessuno di voi.

Ma se dovesse succedere…

 

Siamo abituati a considerare il Premio Oscar per il Miglior Film (e in parte anche quello per Regia e Migliori Attori Protagonisti) come qualcosa di “serio”. Un premio, cioè, dove il significato prevale. Dove la storia narrata deve essere una storia importante, edificante, con un messaggio. Non consideriamo, dunque, gli Oscar come premi “artistici”: l’arte può prescindere dal messaggio che veicola (può anche non veicolarne affatto), gli Academy no. O quanto meno, la maggior parte delle volte non lo fanno. Possiamo citare molti esempi a riguardo, spesso a discapito di film magari più vicini all’idea di arte e meno edificanti dal punto di vista morale. Solo per citare gli ultimi anni, 12 anni schiavo, Il Discorso del re, Argo… con qualche eccezione, come Birdman o The Artist (che poi eccezioni non sono, a ben vedere).

Quest’anno nelle nomination c’è una sorpresa: Mad Max: Fury Road. Un film a dir poco meraviglioso, che all’apparenza non ha alcun messaggio da veicolare (sottolineo all’apparenza, ma del femminismo abbiamo già discusso altrove): un puro esercizio di arte cinematografica. Puro cinema. Impossibile che vinca, sarebbe uno scandalo per il buon nome degli Academy Awards! Ma se succede…

Ciascuno ha la propria croce da portare. L'importante è che sia al centro dell'immagine
Ciascuno ha la propria croce da portare. L’importante è che sia al centro dell’immagine
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Se succedesse, sarebbe una rivoluzione nell’idea del premio stesso, cioè si andrebbe verso un premio più direttamente artistico, più “puro”, privo di sovrastrutture politiche e morali. Non accadrà. Ugualmente, però, questa candidatura rappresenta un importante punto di rottura rispetto agli anni passati e, infine, ci lancia un imperativo morale, che ha a che fare con la storia che vi stavo narrando nelle prime righe, la nostra storia. Andiamo con ordine. Perché Mad Max dovrebbe vincere il premio per Miglior Film (mi accontenterei anche del premio per Miglior Regia a Miller, vale lo stesso discorso). Per varie ragioni.

Innanzitutto perché ridefinisce il genere dei film d’Azione, settando un nuovo livello da raggiungere. Non molti film possono vantare la capacità di ridefinire per intero un genere, quasi nessuno di quello che ha vinto l’Oscar negli ultimi decenni. E lo fa con un mix esplosivo di Regia, Fotografia e Montaggio. Quando il regista George Miller terminò le riprese, si trovò con circa 4800 ore di materiale girato (quattromilaottocento, sì, è lungo anche da pronunciare), da condensare in circa due ore di film definitivo. Un impresa titanica, realizzabile solo grazie ad una incredibile idea in testa nel girare il materiale, quella di realizzare il film d’azione definitivo. Il montaggio, ad opera della strepitosa Margaret Sixel, infatti, accosta 2700 singoli shots e li monta a velocità aumentata. Non è una cosa nuova, viene anzi usata per moltissime scene d’azione. Con una leggera differenza: che le scene d’azione durano al massimo una manciata di minuti (sono, appunto, scene); nel nostro caso si ha la pretesa di montare un intero film così. Una unica, infinita, scena d’azione. Rapida, follemente accelerata, frenetica fino quasi a risultare fastidiosa. Due ore di puro inseguimento dove non si rallenta (quasi) mai il ritmo delle scene e dell’azione.

Ma come è possibile per il nostro occhio e la nostra mente reggere un tale martellamento, per oltre due ore di film? Perché ogni singolo scatto è centrato. L’azione avviene sempre e solo in uno spazio limitato al centro dell’immagine (immaginate un mirino, ok?): “Eye Trace” and “Crosshair Framing” sono le due tecniche impiegate, mai così a fondo prima d’ora (ringraziate il direttore della fotografia, John Seale). Il nostro occhio non ha necessità di correre in giro per l’immagine per capire cosa stia succedendo e dove: l’azione è sempre lì, al centro di tutto. Seguirla diventa facile, quasi siamo obbligati a seguirla. Eccola l’idea geniale alla base del film, che coinvolge regia, fotografia e montaggio in un abbraccio senza eguali. Sono già leggenda le urla del regista George Miller che intimava ai suoi cameramen di tenere la fottuta croce sempre sul naso di Charlize Theron, al centro della ripresa. Sempre. Fino alla fine dell’estenuante follia, dell’inseguimento dell’azione assoluta. Dove il gesto si fa poesia e arte; dove il significante diventa significato e lo travalica per significare qualcosa di totalmente nuovo. Un nuovo modo di intendere il cinema di genere.

Stuck in the middle with you...
Stuck in the middle with you…

A questo aggiungiamoci che tutto ciò che viene presentato nel film è reale (a parte l’esterno della Cittadella, unica ambientazione ricostruita in CGI), come chiosa: macchine realizzate con scarti di altri autoveicoli ed ambientazioni post-apocalittiche. E un cast a dir poco pazzesco, con un Tom Hardy adorabilmente animalesco (che come grugnisce lui, nessuno mai) ed una Charlize Theron che con uno sguardo ti racconta tutto il buio del suo passato e del suo presente, prima ancora che tu veda il moncherino (prima ancora che il moncherino ti riempia di pizze in faccia).

Se Mad Max dovesse vincere l’Oscar sarebbe una rivoluzione in termini di premi. Saremmo di fronte al riconoscimento della superiorità della forma sul contenuto, dell’idea sul politicamente corretto. Della bellezza sulla politica. Saremmo di fronte alla legittimazione stessa del diverso. Un film di un genere considerato dai benpensanti minore (esistono solo due generi di film – e di libri -: quelli belli e quelli brutti), che sbaraglia avversari sulla carta più “alti”. E quest’anno non scherziamo mica! Il menù offre: preti pedofili, donne emigrate allo sbando, avvocati che salvano il mondo dalla guerra nucleare, economisti innamorati dei subprime… e Leo che sbava nei poetici boschi di conifere (alberi e vento ovunque).

Capite ora l’obbligo morale che abbiamo nei confronti di Mad Max? L’Oscar è quella ragazza, sì, proprio quella. E Mad Max siamo noi. Titubiamo, lo consideriamo impossibile. Ma se non lo fosse? Se quello speciale in noi fosse quello che serve, per attraversare lo spazio siderale fra i mondi? Facciamoci una promessa: se Mad Max: Fury Road dovesse vincere l’Oscar per Miglior Film o per Miglior Regia (ma perché non entrambi, mi voglio rovinare! Ho fatto due etti e trenta, lascio?), andremo da quella persona e le racconteremo una storia che ancora non è accaduta. Le diremo, inoltre, che non lo facciamo per lei o per noi (solo un po’); lo facciamo per Mad Max.

 

Non succede. Ma se succede…

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