Contro la morte, Maccheroni

Contro la morte, Maccheroni

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La storia che Napoli sia tutta pizza, sole e mandolino è una bugia. O almeno una mezza verità. I suoi vicoli sono viscere oscure impossibili da disgorgare. Chi ha provato a raccontarla lo sa: alla sua bellezza è meglio non opporre resistenza. Per capirla, piuttosto, bisogna infilarsi nell’inferno dantesco che la anima e sperare che ci faccia un dono. Come deve aver fatto Ettore Scola, che in uno dei suoi film a catturarla un poco c’è riuscito.

Di scarso successo tanto di pubblico quanto di critica, “Maccheroni” esce nel 1985, quando la commedia all’italiana s’era spenta da un pezzo. Eppure proprio di quello si tratta. Già dalla scelta di Mastroianni a marchio di garanzia con il colosso suo pari Jack Lemmon a braccetto, lo sguardo è rivolto al passato. Recente, ma comunque parecchio malinconico. Stangata finale, la sceneggiatura è firmata Scola – Maccari – Scarpelli. Scena, l’abbiamo detto, una Napoli al suo meglio: il giro turistico -oggi si chiamerebbe location placement– parte da piazza Garibaldi, passa per la Galleria Umberto I, via dei Tribunali, il lungomare di Mergellina, Spaccanapoli. Gli ingredienti per la commedia di successo ci sono tutti e l’arte del regista Scola non manca. Eppure, non piacque. Il perché non è poi tanto recondito, se si considera l’elevato tasso di clichè dolce-amari tipici dell’Italia that’s amore che, evidentemente, nel pieno degli sfavillanti 80’s nostrani, parvero stonati. Oggi però, a scenario mutato e a tristezza rincarata, l’impressione è tutt’altra. “Maccheroni” è il felice incontro tra due mesti capocomici: il cinema di Ettore Scola e Napoli.

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In questa versione (più) meridionale di Un americano a Roma, Mr. Rob Traven (Lemmon) è un manager di successo, depresso, non alcolizzato ma quasi e perennemente bisognoso di un’aspirina, nella cui camera d’albergo piomba Marcello Mastroianni nelle vesti dell’impiegatuccio Antonio Jasiello, entusiasta della qualsiasi. Per il secondo, il primo è l’amico di sempre, un mito, il sogno americano svegliatosi ora dopo quarant’anni. Peccato che l’ospite d’oltreoceano proprio non ricordi nulla, nulla della Napoli del ‘46 invasa-liberata dagli Alleati, nulla del suo innamoramento giovanile per Maria Jasiello (sorella di Antonio), nulla della loro amicizia. Eccolo, il tema tanto caro a Scola da pervadere più o meno volutamente tutta la sua filmografia: l’amicizia e la memoria di essa. Viene in mente C’eravamo tanto amati, stessa tenerezza, stessa malinconia.

Evitata la faccenda da tammurriata nera (ma senza “criaturo”), la trama organizza con intelligenza stereotipi vari, situazioni topiche del genere comico e un giro turistico eno-gastronomico. E qui, un’annotazione. Il titolo è già di per sé icona della cucina e della convivialità tricolore. Ma nessuna spaghettata alla Totò (che pure compare incorniciato su una parete in casa Jasiello) ci aspetta. Vediamo piuttosto l’amicizia rinfrancarsi a suon di “babbà tridimensionale con doppia panna”, tazzulelle di caffè, taralli caldi con le mandorle. L’unico a salvarsi dai luoghi comuni, insomma, è il cibo. Niente pizza e sfogliatelle di facile maneggiamento immaginifico. Manco i dichiarati maccheroni compaiono (per ora). E il motivo è preciso. Quello che davvero si vuole raccontare – e di cui il cibo è inevitabile veicolo – è la debolezza della morte, cioè, per la legge dei contrari, la sfrontatezza della vita. “Chi sei tu, morte? Tu non conti un cazzo!” così dice Antonio Jasiello, morto e resuscitato ben due volte. No, niente miracoli. È solo che lui di vita è proprio affamato. E infatti ci dice che entrambe le volte, a 24 ore dal decesso, si era risvegliato all’una in punto, pronto ad aggredire un gran piatto di maccheroni. Grazie ricevute a parte, lui affamato lo è proprio di tutto: è scrittore, attore, bugiardo, sognatore. Al punto che dal ‘46 scrive false lettere a sua sorella spacciandosi per Robert Traven, inventando senza freni avventure degne di Stevenson. Scrive pure commedie teatrali pacchianissime. E come tutti gl’ingegni di fantasia crede a qualsiasi ingenuità, anche alle ambizioni canore del figlio (che invece, squattrinato, si fa imbrogliare). Crede nell’amicizia di Rob nonostante tanti anni di silenzio. Crede alle sentenze visionarie della mamma novantenne, come crede al gioco del lotto un vero napoletano. Un uomo capace di tanta meraviglia non può che essere immortale. E invece, aspettando una busta di taralli caldi e profumati (perché ha fame), muore.

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Ma quella stessa fame -di vita, di tutto- adesso l’ha attaccata all’ormai italo-americano Rob, che lega una cordicella con un campanello al dito di Antonio insieme alla sua speranza e si siede a tavola con la famiglia in veglia nella stanza accanto. Gli apparecchia il posto, gli cede pure la sua porzione di maccheroni al sugo, attende con pazienza l’una in punto. E così, col fiato sospeso, Scola ci accompagna fuori dalla stanza, sui balconi, in mezzo ai tetti di Napoli, verso il Vesuvio. Però un campanello lo sentiamo. Perché si sa, nonostante la tristezza, qua finisce sempre a taralluzzi e vino.maccheroni-morte

 

Taralli ‘nzogna e pepe

Chiariamo una cosa: è roba seria, che Antonio Jasiello o qualsiasi napoletano per lui definirebbe “botti ammuro” (inutile che stia qui a spiegare…vedete il film che fate prima). Di solito la lotta per tenere in mano la busta calda e tutti i privilegi che ne conseguono è violentissima. In più, per cucinarli non si può essere schizzinosi, né fashion blogger (ma penso nessuno delle due categorie leggerebbe mai una rubrica dal titolo Trippa, quindi rimarrà tra noi). Il tarallo è l’emblema del “terrone lifestyle”, dell’allegria e della miseria, e come tale va onorato.

Ingredienti:

  • 500 gr di farina 00
  • 180 ml di acqua tiepida
  • 200 gr di sugna (grasso surrenale del maiale) ma va bene anche lo strutto
  • 150 gr di mandorle con la buccia + 24 da usare per decorazione
  • 3 gr di lievito di birra in polvere
  • un cucchiaino di zucchero
  • sale q.b.
  • abbondante pepe macinato

taralli nzogna e pepe

Per prima cosa, tostate le mandorle al forno qualche minuto a 200 gradi e lasciatele raffreddare. Poi formate il lievitino mescolando il lievito a 100 gr della farina totale, lo zucchero e 80 ml di acqua. Impastate e lasciatelo riposare al caldo per circa 40 minuti, ben coperto. Tritate le mandorle e mettetele in attesa, tocca all’impasto: al lievitino, che sarà intanto cresciuto fino a raddoppiare quasi il volume, vanno aggiunte la restante farina, la restante acqua, le mandorle tritate, il sale, il pepe in abbondanza e la mitica sugna. Impastate il tutto senza scaldarlo troppo con le mani (come con la pasta frolla, insomma ecco). Rimettete al caldo a lievitare per altre due ore, ma non aspettatevi grandi cambiamenti. Fin qua, poca arte. Ma il bello arriva adesso…rispolverate le vostre ancestrali esperienze con plastilina e pasta di sale, perché finalmente tornano utili a qualcosa in quest’atroce vita! Senza aggiungere assolutamente farina, ma anzi bagnandovi le mani perché non si attacchi alle dita, staccate delle palline di impasto (due alla volta) e assottigliatele fino a farne dei serprentelli (lo dicevo io che in seconda elementare si mettono le basi per un futuro di successo). Attaccate le due estremità in cima, schiacciandole un poco, e iniziate ad intrecciare i due cordoni come fosse un torciglione. Arrivati alla fine sigillate anche l’estremità in basso. Prendete due belle mandorle intere (con la buccia sempre!) e mettetele una in cima e una in coda, a chiudere. Fatene finché non terminate l’impasto e la regressione all’asilo non sarà completa. Poi, messi per benino su una teglia antiaderente, vanno infornati a 180-200 gradi per 45-50 minuti. Abbiate il coraggio di buttarli ancora caldi in un sacchetto di carta del pane per giocare con amici e parenti a chi si ustiona di più.

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