Comporre per immagini: Leonard Cohen

Comporre per immagini: Leonard Cohen

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Metto le mani avanti, non sono esattamente un’adepta devota, ma in occasione di anniversari così, soprattutto di un anno sfigatissimo come lo scorso, le onorificenze sembrano doverose. Poi ho dei ricordi a cui sono affezionata, il mio coinquilino sceglieva Leonard Cohen sempre nel momento giusto, in alcune lunghe e scure e piovose serate invernali, c’azzeccava proprio.

Mi sono invece chiesta per un po’ come poter far rientrare la musica, la personalità, il personaggio, o tutte queste cose insieme, all’interno di una rubrica d’arte – che non è il caso di avere manie di grandezza, la musica la lascio ai miei colleghi della redazione Sound, sicuramente più ferrati in materia.

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Si poteva seguire l’esempio di abbinarlo a un’opera, come in un articolo che mette a confronto il fare di Cohen con il suo “antagonista” di sempre Dylan, associandoli a due grandi della pittura Cézanne e Picasso: i primi lenti, ragionati, i secondi impulsivi e immediati. Certo però non me la sento di accostare la musica coheniana ai colori Cèzanne. Al massimo mi potrebbe venire in mente Nighthawks di Hopper. Tutte quelle solitudini sedute a un bancone, la luce spersonificante dei neon e fuori il mondo immobile. Un fermo immagine del crollo del sogno americano. Eppure, troppo facile liquidarlo così. Poi lui era canadese.


Sicuramente se ne intendeva Leonard di solitudine. Ma non c’è solo quello, la solitudine sembra piuttosto un mezzo, nelle sue canzoni si mischiano continuamente sacro e profano, in un intrecciarsi di capacità analitica e poetica. E non c’è solo buio, non per niente una delle citazioni diventate più mainstream è: C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce.

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Me lo vedo piuttosto, Leonard Cohen, proprio come un poeta capace di dischiudere a una qualche, pure se fugace, verità. Mi viene in mente l’analisi di Walter Benjamin (tanto per tirare fuori un mostro sacro): C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.

È così che mi immagino Cohen, capace di vedere e di tradurre in immagini la realtà e le contraddizioni, quelle più scomode, del nostro presente. Capace di farle entrare sottopelle, con le vibrazioni di una voce estremamente bassa, venuta da chissà dove. Un poeta nel senso più etimologico del termine, alla cui radice c’è quella poiesis greca del fare e creare, che raggiunge il suo apice quando riesce a trasfigurare il dolore, la sofferenza, le tragedie in bellezza estetica ed etica. Continua Benjamin: Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione.

 

And I’ve seen your flag on the marble arch,

but love is not a victory march

it’s a cold and it’s a broken

Halleluja

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