Il colore dell’acqua a Saint-Malo (ed altre meraviglie)

Il colore dell’acqua a Saint-Malo (ed altre meraviglie)

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La stazione di Saint-Malo é poco più che qualche binario gettato a casaccio oltre una grande facciata di vetro che cerca di darsi un tono. Attorno, in una giornata ventosa di un Novembre bretone, soltanto casette residenziali, piccolo-borghesi, con i giardinetti ben tenuti e i radi alberi che si trovano in ogni periferia d’Europa. L’impressione iniziale é che non ci sia altro che grigio per chilometri infiniti, oltre ad un’inedita incubatrice di start-up fresca di inaugurazione e le sue righe e righe di citazioni – di poesie, di discorsi, di autori francesi e stranieri – stampate in un bianco a malapena leggibile sulle pareti. Nella direzione in cui Google Maps indica dovrebbe trovarsi la baia, l’occhio nudo non scorge che un grande stradone asettico a legare un prefabbricato e l’altro. Dovresti essere in una delle cittadine più graziose della Bretagna. L’impressione è quella di essere stati catapultati alla Stazione di Venezia-Mestre o – che ne so – a Portogruaro. Con un certo fascino di declino postindustriale, certo, ma sicuramente non una perla per la quale macinare ore sulla seconda classe di un treno.

Eppure un motivo c’è se il proverbio “l’apparenza inganna” è sopravvissuto nella lingua italiana secolo dopo secolo. Perché, se con la calma data dal trascinarsi controvento rimpiangendo amaramente l’aver dimenticato l’ombrello si prosegue su quel brutto stradone, eventualmente vedrete spuntare un porticciolo. Un porticciolo colmo di piccole barche a vela bianche ancorate dai raffinati nomi francesi. Delle basse mura, austere e resistenti che ricordano il passato di fiera cittadella fortificata, introducono una fila di edifici tipici tutti uguali l’uno all’altro – i tetti tutti ugualmente dipinti delle varie sfumature del muschio, eredità di una regione su cui pesa l’umidità. Oltre – te lo anticipano i gabbiani e l’intenso profumo di alghe e salsedine – il mare.

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A spiegare il colore del mare di Saint-Malo sembra sempre di esagerare. In un luogo tanto burrascoso, con maree brutali ed onde indomabili che da sempre mettono alla prova i bastoni della città, tutto ci si aspetta tranne che un verde acqua cristallino, pulito – che talvolta vira verso un’azzurro intenso ed inatteso. Eppure, a battere su delle rive dalla sabbia rossastra, a lasciare a terra gigantesche alghe vermiglie e tentacolari é un’acqua tanto limpida da ammaliare. Così, mentre cammini placido sui bastioni che abbracciano la cittadina, stringendoti nell’impermeabile per non farti trascinare via, il rincorrersi delle onde ti danza lascivamente davanti. Di tanto in tanto, sulla spiaggia spunta qualche folle che a pochi gradi sopra lo zero pensa di sfidare la schiuma bianca che si infrange sulla spiaggia facendo il bagno. Rabbrividisco.

Il mare dai bastioni di Saint-Malo.

Non é soltanto un’acqua dai toni seducenti a fare di questa città – in realtà un’isola lanciata verso il Canale della Manica e collegata alla costa bretone da una passerella – l’angolo di Francia ideale per riposare un po’ le ossa tra una fatica della vita e l’altra. Quando il vento ti spinge giù dal bastione, tra le stradine strette di pietra lucida del centro storico – ricostruito a ricordare il passato dopo essere stato raso al suolo dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale – puoi perderti tranquillamente tra una scala e l’altra a seguire le luci delle vetrine tra pasticcerie strabordanti di delizie al burro e caramello, crèperie, infinite maglie righe e cappotti a doppio petto. Ad un certo punto, senza sapere né dove né come, ti imbatterai in una piccola piazza punteggiata di alberi che sembrano cantare. La notte, i gabbiani tornano ai loro nidi appollaiati tra i tetti e le chiome degli alberi al riparo tra le mura della città. Se sono soltanto le sei del pomeriggio ma hai già assaggiato una birra locale di troppo, la cosa potrebbe confondere non poco.

Una strada della cittadina fortificata.

Il nostro addio a Saint-Malo lo diamo attraversando la solenne, enorme porta della città, colmi di meraviglia – e di birra, e di formaggio, e di charcuterie – cullati ancora dall’idea del colore di quell’acqua. Comprendendo appieno Nazim Hikmet che, di altre onde ed altri luoghi, cantava

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti

arrivederci fratello mare

mi porto un po’ della tua ghiaia

un po’ del tuo sale azzurro

un po’ della tua infinità

e un pochino della tua luce

e della tua infelicità.

 

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