Class. Vite infelici di romani mantenuti a New York

Class. Vite infelici di romani mantenuti a New York

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Non è un editoriale su Rivista Studio, VICE non nominatelo nemmeno.

È il titolo che Francesco Pacificomade in Roma Nord, penna di minima&moralia (come te sbagli), traduttore di gente figa come Miller e Vonnegut e Eggers – ha dato alla sua ultima creatura, edita Mondadori.

A pagina 4 trovate le istruzioni per l’uso: perché questo libro lo potete leggere in tanti modi – c’è la versione realista (non leggere oltre pag. x), la versione per gente distratta, la versione per chi ha il feticismo dei fiori d’arancio. Perché i protagonisti, i riflettori, le figure che si muovono polimorfici fra questi capitoli divisi in quattro sono di carne ma pure di spirito e di carta, e raccontano le storie parallele di trottole impazzite che non si toccano mai.

Ci sono Ludovica e Lorenzo. Nomi romani tipici, benestanti annoiati tipici, si sposano giovani anche se (o perché?) non si usa più. Lei si fa regalare una libreria su corso Trieste che non fa profitti – ché sarebbe quasi volgare; lui è laureato in filosofia alla Sapienza, ma si presenta come filmmaker, e ha un armadio pieno di polo. La loro unica prole è un cortometraggio in cui Lorenzo figura come regista/autore/produttore/cameraman e Ludovica è una protagonista di Tarantiniana memoria, ma in versione domestica: la Sposina.

Qualche riconoscimento più o meno meritato qua e là per questi pochi fotogrammi, e Lorenzo vale, Lorenzo si sta ritagliando un posto al sole nel panorama filmico indipendente del Pinciano, Lorenzo da grande farà il regista.

I genitori comprano ai due piccioncelli una villetta al Mandrione, accanto al cuore pulsante di Roma Sud, ma nemmeno il tempo di arredarla ispirandosi ad AD che i due sono folgorati dall’epifania: New York. New York, il trampolino per i tuffi di gloria di Lorenzo – che tramite generoso e ben connesso parentame ottiene una full scholarship presso la Columbia University, per “studiare cinema”.

Vanno a vivere a Williamsburg. Un posto così hipster che è diventato così mainstream da comparire su Google Images con il suggerimento “williamsburg hipster”. Non mi credete? Provate, forza.

williamsburg_515266Il panorama degli expat italiani nella Grande Mela scinde la coppia, che barcolla: Lorenzo si barcamena tra le feste, i loft, i workshop, millanta d’essere “in ballo per l’assistenza alla regia dell’ultimo film di Wes” – Ludovica comincia a frequentare altra gente, disperata allo stesso modo, ma di mezza tacca più sofisticata del marito. E qui l’abisso, l’orrore: e se Lorenzo non avesse talento?

L’autore, come un Ellis del Mediterraneo, disegna con distacco chirurgico le girandole di tante sterili solitudini: e ai due giovani di Roma si aggiunge Berengo, magro, irrisolto, orfano adulto e agitato – disprezza “quel raccomandato” di Lorenzo ma ospita Ludovica nel suo appartamento di Manhattan quando tutto crolla; si aggiunge cugino Hitler, che fa del produrre disagio la propria firma sociale; e poi si aggiunge pure Daria, che è morta da poco eppure ancora parla, ancora ricorda e ancora sputa veleno.

Pacifico ha una scrittura burrosa – arguta, a tratti costellata da guizzi di autocompiacimento. Come altri – Masneri, Ranieri, Piperno – traccia i contorni di una Roma che vibra e si colora e si guarda allo specchio tantissimo, ma soprattutto di una classe sociale che ha perso ogni smeriglio.

La realizzazione personale di un borghese non vale il petrolio che costa.

E i pischelli di Roma Nord calpestano l’Argileto con i loro traminer tiepidi nei bicchieri di plastica – che nella Suburra le puttane non ci stanno più; migrano in massa a sud di Porta Maggiore, perché lì si tocca l’arte; vanno a vivere i loro sofisticati bilocali di recupero sulla Casilina, a largo Preneste, sotto la tangenziale Est, davanti all’acquedotto.

Questa storia, queste storie, non facili, impietose, ingombranti, hanno una voce barocca e un ritmo poco generoso nel respirare; scavano tanto nell’animo di chi legge – soprattutto se anche tu sei romana, e soprattutto se anche tu ti chiami Ludovica: lo sbrindellarsi di tutte queste vite è tangibile, verosimile, ma non vanta alcun diritto a qualsivoglia pietas. L’ego, i matrimoni in frantumi, la corsa ai loft e all’apparire fanno piano piano spazio al fallimento, alla morte, alla follia. Le anime dentro queste pagine sono tanti cocci rotti, e tagliano.

Di Ludovica, di Daria, di Berengo, di cugino Hilter ce ne sono cento, vicino a noi: li volete incontrare? Siete fortunati – fiore all’occhiello di quella barzelletta chiamata Metro C, la fermata del Pigneto ha aperto qualche giorno fa. Se ne fissate l’ingresso, e fate partire i Kinks nelle vostre Sennheiser, potete quasi visualizzare l’intro di quel film mai partorito di Wes Anderson in cui Lorenzo doveva fare l’assistente dell’assistente alla regia.

Niente Sposina stavolta, ok, ma un sacco di risvoltini.copertina_pacifico_class

 

Titolo: Class
Autore: Francesco Pacifico
Anno: 2014
Editore: Mondadori

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