Chi ha incastrato Blacksad?

Chi ha incastrato Blacksad?

Stati Uniti d’America, prima metà degli anni ’50.
L’anno preciso non è poi così importante.

La guerra è finita da poco, ma dall’altra parte dell’Oceano Pacifico lo zio Sam è già impegnato nel conflitto di Corea, mentre lo spettro della guerra fredda con la minaccia rossa e la corsa al nucleare aleggiano con crescente tangibilità.

Negli States di questo iniziale dopoguerra, la beat-generation muove i suoi primi passi, con il suo esercito di beatnik pronto a lottare contro le regole del sano conservatorismo americano, che con il volto coperto da cappucci bianchi a punta flagella ancora la gente di colore.
A New Orleans il jazz segue questa corrente generale di rivoluzione con un sapore di novità ed eroina  proprio del tempo, generando un’atmosfera a dir poco surreale e frizzante.

Nella Grande Mela, si muove circospetto John Blacksad.
Dovreste vederlo, diamine.
Il tipico investigatore privato, con il suo altrettanto tipico trench à la Humphrey Bogart. Ha fatto la guerra, sa sparare e menare le mani quanto basta per sopravvivere a New York. Ha quel classico sguardo a metà tra quello di un cinico attacca-brighe e quello di un cane bastonato. Cosa strana per un gatto, non pensate?

Sì, Blacksad è un gatto.

Nero, per giunta, di quelli che fanno di tutto per tirarsi addosso la sfiga e le attenzioni della gente meno raccomandabile del quartiere.
Ma del resto vorrei vedere voi, se avessero  appena freddato con un colpo di revolver la vostra vecchia fiamma, una delle più belle micie che abbiano mai calpestato i palchi di Broadway. Nulla in confronto al rapimento di una bambina di colore in una città in cui la gente di colore in alcuni locali non può neanche metterci piede. O che dire dei misteri voodoo che John deve affrontare a New Orleans? Almeno Blacksad non è solo. Può contare sul fido commissario di polizia Smirnov, un pastore tedesco dal fiuto infallibile, e su Weekly, una donnola giornalista d’assalto con scarsa attenzione per l’igiene intima. E sulle donne, croce e delizia del povero John.

Un tipico localaccio aNYC
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Insomma, i cliché ci sarebbero tutti, non penso di averne perso nessuno per strada. Quindi cosa può aver da dire questo universo immaginato da J.D. Canales e disegnato da J. Guarnido che non sia già stato detto in centinaia di libri e film? Beh, si potrebbe partire con i personaggi, caratterizzati finemente fino quasi a risultare delle macchiette senza che questo sia un male. E l’idea di rappresentarli come animali antropomorfi, facendo attenzione ad associare la specie animale con il singolo personaggio in base agli aspetti caratteriali da rimarcare, è quel lampo di genio in più che fa emergere questa graphic novel. Così abbiamo il gorilla-pugile, il serpente-sicario, il barbagianni-professore e così via.
Le storie hanno lo stesso sapore esagerato. Noir, forti e violente ma con la giusta dose di sentimentalismo, colpi di scena che ti aspetteresti, ma messi giù così bene da meritare in ogni caso gli applausi. Canales segue davvero tutte le regole del caso, ma lo fa così pedissequamente, che sembra quasi voglia sfidarle a loro stesso gioco, queste regole. E il risultato funziona alla grande.

Ed i disegni? Guarnido ha lavorato anche per la Disney e forse un po’ si percepisce, forse l’ispirazione viene anche da lì. Lo stile realistico su degli umani-animali ne sottolinea ancora di più il lato un po’ grottesco, con un sapiente uso dei colori che fa quasi ripensare a quei vecchi film in bianco e nero ricolorati successivamente.
Il tratto inizialmente è tenue, i colori un po’ sbiaditi, quasi a voler sottolineare una realtà lontana del tempo, per poi acquisire più decisione e tono con l’andare avanti nelle storie. Espediente voluto e significativo? Probabile. In ogni caso, ciò che non ne risente, in ogni caso, è l’espressività dei personaggi, in questo senso ancora più terribilmente umani. Stesso discorso si può fare riguardo la cura della fotografia, in grado di rappresentare scorci terribilmente evocativi del sogno americano anche nei suoi lati più sporchi.

Humprey Bogart spostati

 

E dire che quando il buon Pigoni mi consigliava Blacksad, non avrei scommesso un centesimo sul fatto che potesse piacermi. Animali antropomorfi in un noir americano anni ’50? Naaaa.
Ma poi ad Aprile 2018 è uscita la versione integrale, con all’interno tutte le storie pubblicate e mi è sembrato un buon motivo per togliersi il dubbio.

E adesso posso solo sperare che le avventure di John Blacksad non siano ancora realmente finite.

 

Marco Le Grazie

 

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