Cesare Pavese contro l’amore assoluto

Cesare Pavese contro l’amore assoluto

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Cosa vuol dire assoluto?  

Ab-solutus, sciolto dai legami, sordita’ alle leggi, tirannide dell’eccezione – un perenne passarla liscia.

Sovrano assoluto. Orecchio assoluto. Genio assoluto.

Alzi la mano chi si e’ visto relegare nelle categorie del diretto contrapposto, il relativo. Si autodenunci (che qui siamo tutti sulla stessa barca) chi si e’ sentito definire, almeno una volta, in fondo cosi’ cosi’. Ma chi ha detto che il degno di nota risieda solo negli amori totalizzanti?

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Contro la perfezione apparente degli amori assoluti, ci appelliamo a Pavese – che` Cesare traccia versi oltre la maschera, quel nostro profilo migliore abbagliato ad arte dal sole. Scova l’affetto nella gestualita’ fragile, nelle parole banali – e poi il sangue e la terra, le cose che sporcano ma che tracciano i confini della vita. L’amare in questi suoi versi brevi e’ macchiato – forse appena una scintilla d’altissimo – eppure pulsa potente, perno nel suolo, empirica del sentire ben al di fuori della gittata teorica dell’idealizzare.

Cesare, col cuore malconcio, non canta l’insuperabile e l’angelicato – ma celebra tutti noi, quell’amarsi nascosto nell’umano inciampare, la titubanza, l’errore. Un sentimento meno abbagliante, alla portata di tutti, ma forse finalmente verosimile.

E c’e’ cosi’ tanta poesia in quest’altro amore, amore relativo, amore assolutamente nella norma.

*

Anche tu sei l’amore.
Sei di sangue e di terra
come gli altri. Cammini
come chi non si stacca
dalla porta di casa.
Guardi come chi attende
e non vede. Sei terra
che dolora e che tace.
Hai sussulti e stanchezze,
hai parole – cammini
in attesa. L’amore
è il tuo sangue – non altro.

(da Due poesie a T., 23 giugno 1946)

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