Carrie, come la telecinesi ti salva l’adolescenza | Stephen King

Carrie, come la telecinesi ti salva l’adolescenza | Stephen King

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Carrie entrò in casa e richiuse la porta. La vivida luce del giorno scomparve, sostituita da ombre scure, freddo, e l’odore opprimente del borotalco. L’unico rumore era il ticchettio dell’orologio a cucù stile foresta nera nel soggiorno. La mamma aveva preso il cucù coi buoni premio. Una volta, quando era alle elementari, aveva pensato di chiedere a sua madre se i buoni premio non fossero peccaminosi; ma non aveva mai avuto il coraggio di farlo.

Considerando che siamo a ottobre parliamo dunque di qualcosa che sia classicamente creepy, gelido e con tanto sangue. Qualcosa che vi crei terreno fertile per una discussione citofonata da intraprendere la notte di Halloween visto che sarete sicuramente troppo grandi per le mele caramellate e soprattutto perché le mele caramellate fanno schifo.

Chi vorrà mai leggere un libro su una poveretta afflitta da problemi mestruali?

Parole di Stephen King (purtroppo mai comparse su una fascetta promozionale, a mio avviso sarebbero invece estremamente convincenti). Il libro è Carrie.

1974, periodo di piena fascinazione nei confronti dell’occultismo (si pensi, ad esempio, ai cult tanto inflazionati quanto meravigliosi Rosemary’s Baby o L’esorcista) Carrie è il primo romanzo di Stephen King. È il primo paranormale, sanguigno e arrabbiato romanzo di Stephen King ed è anche il mio primo Stephen King. A 14 anni, l’età delle aberrazioni più umidicce e imbarazzanti.

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L’inizio dell’adolescenza coincide con quel perenne senso di sudiciume appiccicaticcio e profumato di composto chimico alla fragola coprente sì ma anche vertiginosamente nauseabondo e stucchevole. Lo senti a chilometri di distanza e rimane negli ambienti anche quando te ne sei già andato da ore: è più persistente della tua aurea, insomma. Ti sopravvive.

Vistoso sudiciume umorale che tenti maldestramente di coprire tutti i giorni più volte al giorno con una ventina di spruzzate di Bon Bons Malizia alla fragranza Oxygen Bubble (se siete troppo giovani per sapere che cosa sia un Bon Bons Malizia, io non voglio saperlo).

Uno dei libri più censurati nelle scuole americane, per colpa probabilmente della totalizzante rappresentazione della distruzione finale vista come unica via d’uscita al disastro adolescenziale.

King neanche voleva pubblicarlo.

Più o meno è andata così: Tabitha, la moglie, in una nervosa serata lo accusa di non sapere assolutamente nulla sulle donne, così King la mette alla prova decidendo di scrivere una storia totalmente e drammaticamente femminile. Inizia a scrivere Carrie, pensandolo inizialmente come a un racconto da pubblicare sulla rivista Cavalier, ispirandosi alla sua esperienza giovanile come portiere in una scuola durante la quale scopre i torbidi segreti dei bagni delle donne: docce con tende, niente orinali ma, piuttosto, la presenza di distributori, distributori di cose da donne.

Il racconto, però, non riesce mai a soddisfarlo. La frustrazione aumenta e durante un pessimo pomeriggio dice basta e getta le pagine scritte nella spazzatura arrendendosi e sperando di non doverci pensare più, definitivamente. Ritorna in scena la moglie – già in anticipo consapevole che il marito non sappia produrre che perle, sbeccate e sporche di sangue e fango, con qualche detrito extraterreste ferocemente attaccato, fuoriuscite dalle fognature e che puoi spostare con la sola forza del pensiero, ma pur sempre perle – ripesca il manoscritto dal cestino dell’immondizia, lo legge e lo posiziona davanti alla macchina da scrivere. Rileggilo, non è male come sembra, anzi, già che ci sei, fallo diventare un romanzo.

La sera dopo, tornato a casa da scuola, trovai Tabby con le pagine che avevo scartato. Le aveva viste mentre svuotava il mio cestino, aveva ripulito i cartocci dalla cenere delle sigarette, li aveva lisciati e letti. Voleva che andassi avanti, disse. Voleva sapere come andava a finire. Le risposi che non sapevo un bel cazzo di niente di studentesse di liceo. Lei mi disse che mi avrebbe dato una mano. Aveva abbassato il mento e sorrideva in quel modo così accattivante.

Così sarà. La dedica in prima pagina è ovviamente per Tabhita, Tabby, che mi ha introdotto in questo incubo e me ne ha fatto uscire.

Ecco che Carrie fa la sua timida ma chiassosa apparizione.

Carrie White è un’adolescente introversa brutalmente maltrattata dalle compagne di scuola – il liceo, gioie e dolori sopraffini – che vive con la madre, vittima di una psiche latitante ossessionata dal peccato e dalla religione, in una piccola cittadina del Maine, meglio conosciuto come l’ascella del mondo, secondo lo stesso King. A rendere tutto un po’ più vivace e weird, la ragazza ha ereditato un ingombrante dono paranormale dalla nonna paterna: la telecinesi. Sposta letteralmente gli oggetti con la sola forza del pensiero e questa capacità segue il ritmo delle sue emozioni, talvolta incontrollabili, come quelle di qualsiasi adolescente. Ovviamente, questo neo la rende, agli occhi della pia madre, figlia illegittima di nientepopodimenoche Satana. Così, giusto per non dare un tono eccessivamente apocalittico e puritano alla faccenda. Quando sei adolescente, si sa, le sfighe possono solo che sommarsi all’infinito.

Il naturale dramma arriva, come nel migliore dei casi, dopo la lezione di educazione fisica, come se una lezione di educazione fisica non fosse già abbastanza spossante: Carrie è nella doccia degli spogliatoi, vittima innocente del suo primo ciclo mestruale. Un flusso di sangue le scende ininterrottamente dalla parte più intima del suo corpo. Non ha la minima idea di cosa le stia succedendo, nessuno l’ha mai messa in guardia. Un senso di colpa immenso si somma improvvisamente ai crampi addominali. Crede di star per morire. La corrente salta. Buio. Grasse risate delle compagne. Porte che sbattono. Scariche ormonali che equivalgono a scariche elettriche.

I crampi andavano e venivano in grandi, dolorose ondate, facendola rallentare e accelerare come un’automobile col carburante guasto.

Da qui in poi è tutta una rovinosa catastrofe tra isterie materne (nelle quali tutto è innominabile, meritevole di punizione, e la religione si estremizza smettendo di essere soltanto religione ma tramutandosi piuttosto in cieco ossessivo fanatismo) e vergognosi soprusi scolastici – celebre è la colata di sangue suino, sangue ovunque, durante il celebre ballo studentesco – ma Carrie, la scolaretta sfigatella e con un grande potere nascosto, avrà finalmente la sua estrema rivincita paranormale. Un’esplosione di rabbia telecinetica, ormai totalmente fuori controllo.

Il gene dell’emofilia, o gene H, produce dei maschi che mancano di coagulanti del sangue. Il gene della telecinesi, o gene TK, produce femmine paragonabili a cicloni, che possono distruggere a loro piacimento.

King utilizza uno stile sincero, realistico. Alterna la narrazione delle vicende di Carrie a stralci di articoli di giornale e articoli parascientifici, dando alla storia una parvenza documentaristica.

Leggere questo romanzo è come compiere una corsa lungo una discesa, all’inizio la pendenza sembra innocua, neanche te ne accorgi, ma si finisce presto per perdere il controllo dei propri passi rimanendo consapevoli che l’equilibrio ci abbandonerà e saremo destinati alla rovinosa caduta. Farà molto male, sicuramente. Tu perdi il controllo, Carrie perde il controllo. Boato.

Un romanzo forte, denso, pieno di grumi e nel quale, ancora una volta, l’adolescenza infelice diviene terreno fertile per la deviazione dalla normalità, con l’aiuto di ingombranti ed efficaci forze extra-terrene.

Carrie non fa paura, si ha paura per Carrie.

(ti prego fa’ che ci sia un lieto fine)

titolo | Carrie

autore | Stephen King

anno | 2013 (1974)

editore | Bompiani

pagine | 211

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