Call Me By Your Name NON è un film italiano

Call Me By Your Name NON è un film italiano

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Quale frutto uso oggi per il mio onanismo?

Critica e pubblico sembrano unanimemente impazziti per Call Me By Your Name, il film del regista italiano Luca Guadagnino, e sperano in coro che quest’ultimo possa essere coronato con qualcuno degli Oscar ai quali è candidato. Sarebbe un bel vanto per l’Italia! Qualcosa di cui parlare quando il 5 marzo ci sveglieremo in un paese ingovernabile e infestato da fascisti. Una certa consolazione!

Peccato che Call Me By Your Name NON sia un film italiano.

E a dirlo non sono io, reso livoroso da chissà quale torto subito da un compagno di asilo che assomigliava a Guadagnino. No, a dirlo sono gli Academy stessi, dal momento che il film è candidato non come Miglior Film Straniero, come i suoi illustri predecessori, ma nella categoria Miglior Film, cioè quella dedicata a film americani/anglosassoni. Già questo dovrebbe far riflettere, ma si tratta di un problema di sostanza, ancor prima che di forma.

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Nonostante il regista e l’ambientazione siano italiani, infatti, la produzione è interamente straniera ed il film è girato in inglese. Quasi tutto il cast è anglofono e non parla italiano. Vedere il film in lingua originale lascia un po’ perplessi, dal momento che a parte la domestica che parla in dialetto, nessuno usa l’italiano. Gli unici due italiani veri sono due macchiette che buttano nel calderone inutili discorsi di politica, che neanche To Rome with Love. Il “paese reale” è una caricatura di gestualità e logorrea, esattamente come un italiano visto da un americano. Ancora più straniante è il fatto che tutti parlano almeno due lingue (ma nessuna di queste è l’italiano, sia chiaro). Elio, per esempio, comunica in perfetto francese con Marzia, che è madrelingua francese. Cosa ci facciano questi idiomi nella bassa padana degli anni ’80, non è chiaro.

Il senso di artificio è ancora più imponente se si pensa ai personaggi. Tralasciando la storia d’amore, tutti i personaggi sono irreali ed irrealistici. Una famiglia borghese e ricca, colta, multilingue, comprensiva, capace di intendere Elio e di capirlo molto prima che lui stesso capisca i suoi sentimenti; che non commenta, né giudica; che incoraggia e sostiene. Mai un litigio, un dissapore. Sembra uscita dal peggiore spot del Mulino Bianco e non rappresenta in alcuna maniera la realtà degli anni in cui è ambientato. Lo stesso Elio, a 16 anni, disserta dottamente di Liszt e Bach, di poesia, arte (ma non poteva drogarsi??). Pure Marzia cornuta&mazziata è comprensiva, perché dove c’è il sentimento, tutto il resto viene meno.

Incredibilmente, la figura più realistica e umana è Oliver, l’unico ad affrontare un percorso di crescita, l’unico di cui vediamo le rughe, l’unico che prova a parlare italiano coi vecchi del paese. L’intento di Guadagnino è chiaro e diametralmente opposto al suo “avversario” agli Oscar The Shape of Water: in Call Me By Your Name viene raccontata una storia d’amore realistica ma idealizzata e trasposta in un contesto da favola, totalmente irreale ed impossibile; al contrario, Guillermo Del Toro racconta una favola impossibile senza idealizzarla (anzi rendendola fisica e tangibile) in un contesto storico realistico.

Elio e Oliver in bici nella bassa
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La non italianità del film, però, non si ferma a questi aspetti. Guadagnino lavora da molti anni in America, ma per la prima volta abbandona ogni istinto iconoclasta e politico per una storia d’amore fine a se stessa. Se in Io Sono l’Amore, il sentimento fisico distruggeva la facciata borghese, in maniera quasi pasoliniana, questa volta la relazione nasce in seno alla borghesia, accolta e caldeggiata da questa. Nessun intento politico nella descrizione del rapporto: tanto che quando le due macchiette parlano di politica a tavola, tutti sono molto annoiati (e mi pare programmatico, a questo punto). Lo sguardo con cui il regista descrive l’Italia è lo sguardo affascinato del turista neppure troppo intelligente (è americano). È una visione superficiale e priva di sfaccettature.

Inoltre, il corpo perde ogni suo retaggio rivoluzionario e scompare. Sebbene sia un film molto rivolto ad una visione estetizzante del corpo, questo rimane confinato ad un piano artistico ed “ideale” (le statue). Quando si parla invece di corpi reali, fatti di carne vibrante, che si abbracciano a letto, la telecamera sposta l’inquadratura sulla finestra. Frusciare di tendina al vento. Frinire di cicale. Stacco.

Fondamentalmente siamo tornati ad una visione del sesso come quella di venti e più anni fa, dove la nudità maschile era vietata. L’unico corpo che viene mostrato è quello di Marzia cornuta&mazziata, sempre lei. La scena più sensuale viene eseguita con una pesca. In un film che mira all’estetica del corpo, quest’ultimo è completamente estromesso dalla narrazione e viene lasciato sottinteso, scolpito nel bronzo (ma di carne neanche a parlarne).

Nell’ambito dell’ondata di neo-puritanesimo americano sembra assolutamente logico questo tipo di comportamento. Ma anche il neo-puritanesimo americano ha due pesi e due misure, è chiaro. Se oggi, nell’era post-Weinstein, avessimo visto un film in cui un venticinquenne finisce a letto con una ragazza minorenne di 16 anni, avremmo subito gridato allo scandalo. Nessuno pensa ai bambini?! Stiamo ancora discutendo delle accuse dell’ex moglie a Woody Allen (accuse da cui è stato pienamente assolto) e di come questo abbia influenzato la stesura di Manhattan (ma nessuna polemica potrà adombrare uno dei capolavori del cinema di sempre – e lei aveva già 17 anni, NdR). Mentre qui questa questione passa completamente in secondo piano, perché il politically correct legato alla questione gay non può in alcun modo essere sfiorato. Non chiedo alla critica di ridiventare bacchettona, anzi! Mi stupisce che l’opinione pubblica sia moraleggiante solo quando vuole, senza capire che l’uguaglianza vera passa anche da queste cose.

What has been seen cannot be unseen

Forse dovremmo cercare di cambiare il cinema italiano dall’interno, piuttosto che cercarlo altrove. Forse potremmo ripensare il ruolo dell’immagine del corpo, senza puritanesimo né malizia. Forse, e dico forse, per non discriminare dovremmo considerarci tutti uguali, nel bene e nel male, senza applicare moderazioni di correttezza politica a questi temi.

Forse Guadagnino ha fatto un (bel?) film, ma non è un film italiano.

Forse dovremmo metterci il cuore in pace.

#JeSuisMarzia

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5 COMMENTS

  1. Ad enfatizzare la differenza di età tra i due protagonisti ci ha pensato lei, forse perché 17 e 24 non le sembravano abbastanza scioccanti per mettere giù queste sue riflessioni. Stessa età dei due protagonisti di dirty dancing, ma li nessuna aveva obbiettato nulla.Ne girassero in Italia film di questa bellezza.

  2. Non riesco a capire il tono un po’ aspro di questa critica. Lo stesso Luca Guadagnino ha dichiarato il suo intento di fare un film “senza rabbia”, disneyano. Il film è stato girato in un mese con un budget di tre milioni di dollari e un’attrezzatura semplice. Ma c’è un’attenzione al bello che commuove. Il “bello” non può forse essere un fine per un regista? Non mi sentirei di criticare, poi, da un lato l’incoraggiamento dei genitori, e dall’altro la mancanza di scene di nudo esplicito. Insomma Guadagnino è troppo aperto o troppo bacchettone? Non è chiaro. È chiarissimo invece il monologo del papà di Elio, che credo sia una delle scene cinematografiche più struggenti degli ultimi venti anni. Non c’è nessuna patinatura in quelle parole: sono così vere che mandano il cuore in frantumi.
    Guadagnino, che è un regista italiano, ha fatto un film che è piaciuto agli americani (ma non solo), con pochi soldi e in poco tempo. E’ un film onesto, gli intenti sono chiari. Ed è anche bello.

  3. Cara Michela, mi spiace che lei non abbia capito il punto della mia riflessione. Non ho niente in contrario al divario di età, basti pensare che Giulietta (quella di Shakespeare) aveva 14 anni e che anche Maria (quella della Bibbia) aveva più o meno la stessa età, a fronte di compagni più grandi. Lasciamo perdere il caso Lolita, perché bisognerebbe discuterne più a lungo (la moglie di Nabokov girava con una pistola per difenderlo dai benpensanti, così per ricordarlo).
    No, non è un problema di età. È un problema di due pesi e due misure, come sempre. Ci troviamo in un periodo di neo-puritanesimo, dove lo scandalo Weinstein ha monopolizzato Hollywood per mesi e dove non troppe settimane fa su un autorevole giornale americano è uscito un articolo in cui si sosteneva che Woody Allen potesse avere istanze pedofile perché nei suoi film (vedi Manhattan) e nei suoi scritti le ragazze sono sempre molto giovani. Se al giorno d’oggi il film del genere fosse uscito con protegonisti di sesso opposto, molti avrebbero gridato allo scandalo; al contrario, dal momento che la questione gay occupa una buona fetta del politically correct, nessuno ha mosso un sopracciglio.
    Questo mio ragionamento riguarda l’uguaglianza, non l’età (di cui mi frega meno di niente). Se vogliamo uguaglianza che sia vera, questa deve esserci in tutto, anche nello scandalo. Altrimenti rimarremo sempre dei piccoli borghesi benpensanti, che può anche andarci bene. Basta saperlo.
    Spero che così il mio ragionamento ti sia più chiaro.

  4. Cara Anna, mi pare che tu non abbia del tutto compreso le mie parole. Non ho dato a Guadagnino del bacchettone o del moralista. Mi sono limitato a notare due cose.
    La prima è la sua volontà di essere non realistico, nella rappresentazione di una famiglia perfetta e senza conflitti, in una campagna perfetta, multilingue. Una famiglia del genere non esiste neppure nel 2018, figuriamoci nei primi anni ’80!
    La seconda è che il corpo viene estromesso dalla narrazione. O meglio, viene vagheggiato nella sua bellezza classica (le staute), ma mai affrontato direttamente nella realtà del film, dove anzi si usano soluzioni registiche da film d’azione degli anni ’90 (la telecamera gira, la tendina si muove al vento, taglio).
    Queste cose fanno di Guadagnino un bacchettone? No. Ma rendono il film molto più facile da distribuire, per esempio, negli Stati Uniti. E questo perché è un film che non crea alcun tipo di conflitto, né dentro la storia né fuori dallo schermo. Siamo lontani non dico da Pasolini, ma da altri film dello stesso Guadagnino. Sembra che ogni conflitto sia risolto, con la famiglia, con la società, con se stessi. Può andarci bene oppure no. Ma mi sembra una soluzione semplicistica e riduttiva.

  5. Caro Pigoni,

    Non Le hanno mai insegnato (tanto per tornare al doloroso tema della famiglia) che in questi casi NON si dice “non hai capito” bensì “evidentemente non mi sono spiegato con sufficiente chiarezza”?

    Per il resto: ahimè, frequento ormai poco il cinema, sicché nulla so di Guadagnino e nulla posso dirne. In compenso, Pasolini è abbastanza d’antan perchè mi sia noto e stranoto, e francamente non lo assumerei come paradigma estetico. Se devo crogiolarmi nel gusto camp (e creda, mi ci crogiolo volentieri!), la mia idea è Fassbinder. Il che, ovviamente, è una petizione di principio. Come, mi permetta, la Sua pasoliniana. Sicché non si stupisca se altri non approvano. Per imporre la propria visione estetica al mondo bisogna essere dei geni (dell’arte o del commercio, dipende), e a volte non basta neppure.

    (Lo so cosa Lei pensa: “Quando mai Pasolini è camp?” Oh, lo è, lo è, mi creda!).
    Cordialmente, Vassilissa.

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