Bella Mer(i)da | Metti una volta in Messico

Bella Mer(i)da | Metti una volta in Messico

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Jarana Yucateca, un ballo tipico locale, molto caratteristico.

Una delle prime cose che vieni a sapere su Mérida, capitale dello stato messicano dello Yucatán, è che in Messico ha la fama di città tranquilla e rilassante. Non sai com’è il Messico, non ci sei mai stata, ma quando capiti nella tranquilla e rilassante Mérida ti sembra di tornare in una casa che non pensavi di avere.

Mérida dista da Cancún quella che per un messicano, abituato a interminabili viaggi in bus per raggiungere una qualsiasi delle grandi città del proprio Paese, non è che una manciata di chilometri. Una manciata di chilometri di strada dritta che taglia a metà una distesa di boschi a perdita d’occhio.

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Quando ci arrivi incontri naturalmente la periferia, un po’ sparpagliata e scrostata, appollaiata fuori da una specie di mezzo Raccordo Anulare. Poi però vai a vedere il centro, e te ne innamori.

Te ne innamori perché è placido e colorato, con le sue file di casette in stile coloniale e i suoi flamboyán così violentemente in fiore e rossi da sembrare in fiamme; e perché lo spagnolo che parla la gente è dolce e ancora più simpatico del castellano al quale sei abituata.

La cattedrale di Mérida è la più grande del continente americano.
La cattedrale di Mérida è la più grande del continente americano.

La piazza principale ospita la cattedrale più antica del continente americano, costruita nel XVI secolo con blocchi di pietra rubati a piramidi maya. Ed è piena di banchetti che vendono street food. Ti cade inevitabilmente l’occhio su una specie di crêpe che un signore sta cuocendo su una piastra e farcendo di Nutella e – oddio no, non lo sta facendo davvero – scaglie di un formaggio giallo e all’apparenza drammaticamente simile al cheddar. Queso de bola, dice la tua amica, che a Mérida ci è cresciuta. È una marquesita, provala. La provi. È buona. Stai mangiando Nutella e formaggio giallo e ti sta piacendo.

Sei ancora lì che cerchi di capire cosa dev’essere successo alle tue papille gustative da spingerle a registrare un connubio tanto improbabile come effettivamente delizioso, quando ti volti e ti ritrovi davanti uno stuolo di ballerine messicane ricoperte di motivi floreali. Guardi meglio. Ogni ballerina ha una piccola bottiglia di vetro in testa. Ri-guardi meglio. Ogni piccola bottiglia è piena. Stanno ballando con delle bottiglie piene in testa. E le bottiglie non cadono. La tua amica ti spiega che la jarana yucateca è un ballo tipico locale, molto caratteristico.

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Raccogli il mento da terra solo quando abbandonate la piazza centrale per infilarvi in un fresco cortile pieno di botteghe e piccoli negozi. Ma il mento è destinato a tornare dov’era finito, perché al bancone di una di quelle botteghe la negoziante è ben felice di mostrare alla turista la sua collezione di Makech. Anche io ne avevo uno, da piccola, dice l’amica messicana con leggerezza, come se non stesse affatto indicando uno scarafaggio tempestato di pietre preziose. La catenina dorata serve a tenerlo attaccato a una spilla, così lo si può indossare come un gioiello. Da vivo. Certo, ci sono anche quelli finti, ma non si muovono e hanno un’aria un po’ triste. La tradizione li vuole vivi e zampettanti. Quello che aveva la tua amica da bambina era fin troppo zampettante, e un giorno suo padre non l’ha visto. Ciao ciao, Makech.

Le rovine di Dzibilchaltún, pronuncia a piacere.
Le rovine di Dzibilchaltún, pronuncia a piacere.

Come se il centro di Mérida non fosse abbastanza sorprendente già di suo, a meno di un’ora di strada ci sono le rovine maya di Dzibilchaltún, un sito archeologico dal nome talmente impronunciabile che ti ci vuole una settimana per capire da che parte cominciare a leggerlo. Dopodiché cerchi di infilarlo in ogni discorso, per far vedere che hai imparato. Dzibilchaltún vive un po’ nell’ombra della vicina (per gli standard messicani) ed enormemente famosa Chichén Itzá. C’è però da dire che Dzibilchaltún si difende abbastanza bene. Tra le rovine maya non è difficile scorgere una costruzione dall’aria familiare. To’, sembrerebbe proprio l’abside di una chiesa! Ma i maya non avevano chiese, giusto? Le avevano, spiega la tua amica; dopo che i conquistadores spagnoli le hanno costruite sui loro luoghi di culto per evangelizzarli a tradimento. Ah.

Tornando a Mérida e proseguendo verso sud, cercando bene nel folto della foresta e facendosi accompagnare da guide locali a bordo di carretti trainati da microscopici cavallini, è possibile imbattersi nei meravigliosi cenotes di Cuzamá. I cenotes sono delle specie di profonde e limpidissime piscine naturali, spesso e volentieri sotterranee, che i Maya usavano per compiere sacrifici umani: chiedete a quello di Chichén Itzá, che si è divorato parecchia gente. Oggi i cenotes vedono molti meno sacrifici e molti più turisti armati di costume e GoPro.

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È facile capire perché Mérida ha la fama di città tranquilla e rilassante. Basta sedersi ai tavolini di una delle sue gelaterie a gustarti un sorbete al mango per cominciare a credere di aver sempre vissuto lì, o di averci vissuto in una vita passata: sarà questo il motivo di quella costante sensazione di casa lontano da casa?

Marta Frigerio

 

Flamboyan
Flamboyan, le tipiche casette in stile coloniale.
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